Da un ricordo molto lontano nel tempo allo stile inconfondibile della famiglia
Un ricordo ormai lontano nel tempo. Siamo a fine estate 1997. Lilian Thuram, all’epoca formidabile difensore del Parma guidato da Carlo Ancelotti e seduto a un caffè nella centralissima piazza Garibaldi, il salotto buono della città emiliana, sta facendo colazione. Io lo osservo da un tavolino non lontano, chiedendomi se disturbarlo per un’intervista oppure rimandare il tutto a più tardi al centro di allenamento.
Decido per la seconda opzione. Perché? Perché uno strillo estremamente deciso si alza dalla carrozzina accanto a lui. Thuram non si scompone senza spostare la Gazzetta che sta leggendo, allunga una mano e scuote dolcemente la carrozzina. Avanti e indietro. Niente più strilli. Qualche piccolo brontolio, poi silenzio. Marcus si addormenta. Sono due anni che ripenso a quel piccolo episodio di vita familiare.
Ogni volta che una giocata di Marcus Thuram mi ricorda che l’ho visto, meglio, l’ho sentito, da poppante. Ieri sera, per esempio, il colpo di tacco, astuto nell’intenzione e magistrale nell’esecuzione che ha innescato il pareggio dell’Inter di Marco, ha calciato al volo il suo assist d’Africa, infilato la porta sulla ribattuta di Skorupski. Ma concettualmente il gol sta al 70% nel colpo di tacco di Marcus.

