
Quarant’anni fa moriva il pittore di origini russe. L’amore per la sua donna è stata una componente importante nella sua produzione.
ROBERTA SCORRANESE
Esattamente quarant’anni fa, il 28 marzo, Marc Chagall moriva a Saint-Paul-de-Vence, in Costa Azzurra. Aveva 98 anni, la sua vita era stata lunghissima e piena di cose: colori, persone, dolore, esilio, ritorni, ricordi, scritti. Ma soprattutto la sua era stata una vita piena di amore, ed è la sua stessa pittura a testimoniarlo, in un dettaglio che non sfugge a chi ama questo artista: negli autoritratti Chagall non si dipinge quasi mai da solo, c’è sempre un profilo femminile o anche solo un animale a completare la sua figura.



E «completare» è il verbo che maggiormente denota l’idea di amore coltivata da Marc, nato Moishe Segal nel 1887 a Lëzna, nei pressi di Vicebsk, una città di lingua yiddish in Bielorussia, un tempo parte dell’Impero russo. Basta leggere le bellissime parole che nella sua autobiografia dedica a Bella Rosenfeld, la donna che sposò nel 1915 e che amò fino alla scomparsa di lei nel 1944: «Il suo silenzio è il mio. I suoi occhi, i miei. È come se mi conoscesse da tanto tempo, come se sapesse tutto della mia infanzia, del mio presente, del mio avvenire […] Sento che è lei la mia donna. Il suo colorito pallido, i suoi occhi. Come sono grandi, tondi e neri! Sono i miei occhi, la mia anima». Bella e Marc, Marc e Bella: per anni sono stati un’unica onda di abbracci, voli sulla città, passeggiate oniriche, corpi contorti in un abbraccio amoroso.



E Sopra la città, il Capolavoro di oggi, potrebbe essere un piccolo romanzo pittorico sull’amore secondo Marc. Eseguito nel 1918, oggi si trova nella galleria Tretyakov di Mosca e rappresenta una delle versioni più famose degli «amanti in volo», iconografia alla quale Chagall ha dedicato diverse opere. Al di sopra di un profilo urbano con case immerse nella natura, si elevano due corpi, uno maschile e uno femminile. Salta subito all’occhio una cosa: non è chiaro se sia lui a sorreggere lei o il contrario. I confini tra i due sono talmente sfumati che paiono un solo corpo leggero, aereo, amoroso. È stato così anche nella loro vita: Bella non ha mai rappresentato lo stereotipo scontato della «musa» per l’artista, bensì è stata una presenza attiva, vibrante, uno stimolo costante. Sin dall’inizio, quando si conobbero da giovani, in Russia, presentati dall’amica comune Thea Brachmann. Lei, erede di un gioielliere benestante, lui figlio di un mercante di aringhe poco incline all’arte. Il padre di Chagall disprezza la vocazione del ragazzo, Bella lo capisce immediatamente e lo sostiene. Anche negli anni più difficili: prima della Grande Guerra Marc era stato a Parigi, aveva «annusato» l’innovazione cubista e aveva deciso che quel mondo non faceva per lui («che mangino pure a sazietà le loro pere quadrate sulle loro tavole triangolari»). Ammirava Delacroix, guardava con diffidenza le avanguardie.



Tornato in Russia, è costretto a rimanerci fino al 1923: vive in prima persona sia l’esperienza della rivoluzione «rossa» che quella dell’emarginazione (le sue pecore verdi non convincevano i paladini del realismo sovietico, fedeli a un canone che enfatizzava la figura umana e il suo gigantismo). La coppia torna a Parigi, per Chagall la pittura comincia a diventare anche ricordo, elaborazione di un passato fatto di racconti chassidici, figure popolari della tradizione ebraica. Violinisti, mendicanti, animali da cortile, donne in preghiera e colori vivaci. L’amore di Bella, dunque, non è solo mero sostegno di una moglie: diventa un guscio protettivo nel quale coltivare una memoria condivisa. Gli sguardi che li fecero innamorare, gli amici comuni, i modi di dire. Bella è stata il suo lessico famigliare, quello che ci porta a crescere protetti da un confine naturale, la linfa creativa che ci permette di sperimentare le nostre possibilità. Ecco perché anche in amore Chagall è stato l’opposto di Pablo Picasso: per il russo-francese, la donna è una presenza che ispira e che completa, per lo spagnolo è l’oggetto di un desiderio insaziabile. In Chagall Bella diventa una madonna laica, in Picasso Dora Maar si tramuta in un viso stravolto dal pianto e dalla sottile violenza psicologica dell’artista narcisista e prevaricatore.



Gli amanti di Chagall volano insieme, le donne di Picasso giacciono tremanti sulla tela, con i corpi scomposti e illuminati a giorno, dipinti per essere guardati e, qualche volta, violati con lo sguardo stesso. Azzardo: quanto l’amore per Bella ha coltivato lo Chagall che conosciamo, quel meraviglioso artista che si nutre di visioni oniriche, corpi sognanti e baci rubati ai pomeriggi domestici? Leggendo i suoi scritti e scrutando con attenzione la sua opera, si capisce che l’amore ha avuto in questo una parte importante. In Bella lui ha trovato un microcosmo nel quale le avanguardie storiche non hanno attecchito se non in parte. E, a differenza di altri émigrés, Chagall non è mai diventato un artista francese. È riuscito a crescere dentro un alfabeto personalissimo, poi diventato universale. È stato anche grazie a questo amore che lui ha potuto elaborare i suoi ricordi misti a fantasia e quei simboli del passato che, proprio per questo, non hanno mai perso la vividezza e non si sono mai trasformati in banale nostalgia. Ed è per questo motivo che oggi Chagall piace così tanto: sembra «accessibile» e folcloristico con quell’armamentario di personaggi popolari, ma quando ci si avvicina e lo si osserva con attenzione si capisce che è un artista molto più profondo e difficile. È «puro», ma non «ingenuo». Pieno di colori, ma non pittoresco. Per spiegare questo concetto, ecco una parola yiddish che più volte lui ha accostato a sé stesso: beheyme. Vuol dire semplice, umile, autentico, persino stupido. Questo concetto richiama un principio spirituale complesso: solo chi resta bambino può capire fino in fondo il mistero del mondo. Solo i puri di cuore vedranno Dio. E tutta la produzione di Chagall, allora, si rivela nella sua straordinaria dialettica tra sogno e realtà, passato e presente, leggerezza e profondità.
Tutto grazie (anche) a un amore. Un amore che, in questo dipinto, è tutt’altro che rassicurante: non ci sono persone ben piantate a terra, ma amanti che volano, che si librano nel cielo in una posizione tanto innaturale quanto emozionante. A differenza di Picasso, che sceglieva le sue donne misurandole con il metro della personale ispirazione (per poi, spesso, lasciarle quando questa si era esaurita), Chagall e Bella si sono semplicemente trovati. In un tempo giovane e disimpegnato, lontano da ogni orizzonte creativo, in una Russia ancora antica. E si sono ritrovati ogni giorno, anche nelle difficoltà. Marc e Bella hanno accettato quel naturale rischio insito in ogni amore, che oggi tendiamo ad appianare con la logica fredda ma rassicurante dell’algoritmo dei siti per incontri e amicizie: non ci si «trova» ma ci si «cerca». Non ci si accetta, ma ci si misura a vicenda: usando una parola orrenda, una mescolanza di italiano e inglese, una coppia deve «matchare», cioè far combaciare aspirazioni, gusti, acquisti, desideri. Così facendo, si allontana la paura del fallimento, senza ricordarsi che è proprio la paura del fallimento ad alimentare ogni amore. È quel volo spericolato che tiene insieme i due amanti, non la tranquillizzante passeggiata nei campi in fiore.


