Marcello Balestra, collaboratore dell’artista e autore del libro sul cantautore: lavoravo in un hotel alle Tremiti, divenne un secondo padre
Roberta Scorranese per
Balestra, qual è il suo ricordo più buffo di Lucio Dalla?
«Quando faceva il fantasma».
Oddio, che cosa faceva?
«Capitava che di notte, negli alberghi, si travestisse da fantasma. Una volta per poco non mi prendeva un colpo. Ma poi realizzavo: non era che uno dei mille travestimenti di un uomo geniale e pieno d’amore. Poche persone mi hanno fatto ridere come lui».
Marcello Balestra oggi ha 58 anni, trenta dei quali li ha trascorsi nella «grande famiglia» di Lucio Dalla. Come road manager, responsabile artistico ed editoriale delle produzioni discografiche della Pressing (milioni di dischi venduti tra il 1990 e il 2001). «Ma soprattutto suo amico. Lucio per me è stato un secondo padre», aggiunge Balestra che ha raccontato questo profondo legame in un libro appena uscito per Mondadori Electa, dal titolo Lucio c’è.
Vi dividevano 23 anni.
«Infatti quando ci siamo conosciuti lui era già un artista di successo, io lavoravo in un albergo delle Isole Tremiti, dove lui aveva la sua barca. Ero un ragazzo, ma lui capì che a me piaceva la musica. Tornato a Bologna mi telefonò. Mi pareva un sogno».
Tre decenni in quella grande famiglia di amici, produttori, editori, artisti.
«Era sfiancante: Lucio odiava stare fermo, era un continuo inventare cose, scherzi, parole. Una volta voleva godersi in pace il derby Cesena-Bologna allo stadio. Allora chiamò il suo amico Cesare Ragazzi e si fece prestare un parrucchino biondo. Il punto è che qualche volta con quel parrucchino si tuffava in mare. Si rideva tanto».
Che peso attribuiva Dalla agli amici?
«Questo è un punto importante. L’idea di “famiglia” che Lucio coltivava non era quella tradizionale, tanto è vero che quando mi sposai lui venne al matrimonio e, mentre aspettavamo la sposa, scherzò: “Se Anna tarda ancora un poco sali con me e ce ne torniamo alle Tremiti”. Pensi che fui io a presentargli Marco Alemanno».
Quello che secondo molti è stato il suo compagno.
«È una cosa più sottile. Fatta di affetto, amore, complicità. Lucio amava giocare e si circondava con chi sapeva stare al gioco. Che voleva dire soprattutto condividere la sua inesauribile voglia di vita».
Ma ha avuto anche donne.
«Certo, per esempio un’artista, Marianne Campbell. Con Angela Baraldi c’è stato un lungo legame, che, però, non incasellerei nelle definizioni ufficiali. Lucio era speciale: amava tante persone dello stesso amore purissimo, molto “bambino”. E si divertiva a modo suo. Una volta volle farmi provare un brivido: a duecento all’ora sulla Porsche, frenando all’ultimo momento e con lo sportello aperto. Credetti di morire».
Dormiva pochissimo.
«Quasi mai: si appisolava per pochi minuti nelle pause. Non guidava e solo in seguito scoprì che l’autista che lo aveva portato in giro per anni in realtà non aveva la patente».



È vero che registrava tante canzoni in barca?
«Vero, di barche ne ha avute tante: il Catarro, il Brillo e la Brilla, la Dance. A bordo aveva fatto installare la strumentazione e così lavorava in mezzo al mare. Tanta poesia nelle sue canzoni nasce da questa ispirazione in mare aperto».
Che rapporto aveva con il successo?
«Basta un aneddoto: quando non aveva voglia di presenziare riunioni impegnative mandava il suo sosia, Vito D’Eri. La cosa più divertente avvenne con una delegazione di cinesi, guidata dai responsabili della Siae. Vennero a Bologna appositamente per conoscerlo, ma Lucio mandò Vito al suo posto. Semplicemente non aveva voglia di parlare di sé. L’interprete traduceva in cinese e Vito annuiva, con aria grave».
E che rapporto aveva con il denaro?
«È risaputo che Lucio ha regalato soldi ai poveri per tutta la vita, ma quello che pochi sanno è che lui teneva una sorta di registro di “stipendiati”, cioè amici o conoscenti momentaneamente in difficoltà che ha aiutato anche per lunghissimi periodi. Senza contare il sostegno professionale agli emergenti. Da Carboni a Bersani, per dire».
La grande amicizia con Gianni Morandi divenne un raffinato progetto artistico. Che cosa li legava?
«Come dice lei, prima di tutto una grande amicizia, ma insieme riuscirono a “far esplodere” una musica, a dare corpo a una sintonia perfetta. Anche Morandi, dopo essere stato celebre da ragazzo, ha attraversato una fase difficile e Lucio non gli fece mai mancare il sostegno. Con Francesco De Gregori il rapporto fu diverso: più professionale».
Amava la sua musica?
«Ci teneva a dire che era stato un autodidatta. Non riascoltava mai, dico mai, i suoi dischi e quando provò per la prima volta Caruso, terminò e mi chiese: “Ma secondo te io posso cantare questa canzone? Sarò capace?”. Lucio non ha mai smesso di fare autocritica».
Che rapporto aveva con la fede?
«Mi regalò un crocifisso e lui stesso ne portava uno al collo. Aveva un modo tutto suo di credere, ma una volta mi disse una cosa precisa: “Quando ti senti perso, rivolgiti agli angeli”. E gli angeli ricorrono spesso anche nelle sue canzoni: credeva in qualcosa di puro, proprio come la sua concezione dell’amore».
Spesso i grandi artisti hanno il culto della madre. Come vedeva Lucio la sua?
«È stata una figura importantissima e per spiegarlo racconto un altro aneddoto. Quando l’Università di Bologna gli conferì la Laurea Honoris Causa, lui fu felice soprattutto perché questo riconoscimento avrebbe soddisfatto un grande desiderio di sua madre: la signora Jole, nonostante lo abbia appoggiato nel percorso artistico, sognava di vederlo laureato».
Dopo la sua morte, il 1° marzo del 2012, la sua eredità è diventata un caso, anche perché non c’è stato alcun testamento.
«Io posso dirle solo una cosa: tante volte ha detto, non solo a me, che una volta morto avrebbe lasciato tutto al suo cane, o ai frati domenicani, o a chi come padre Olinto Marella assisteva i poveri».


(23 Febbraio 2024)
Intervista a Marcello Balestra, storico collaboratore di Dalla
Il suo spettacolo “Lucio c’è” torna al Teatro Bello il prossimo 3 marzo






















