Luci a San Siro? Lo stadio non c’entra

«Sto con mia moglie, Daria Colombo, da 43 anni: mi ha salvato tante volte. Luci a San Siro? Lo stadio non c’entra, la nostra alcova era la montagnola. Arrigo soffriva nel vedere il suo papà che si distruggeva così, di certo io ho le mie colpe. Da 10 anni non bevo più, ma a lui non è bastato»

Aldo Cazzullo

Natale in casa Vecchioni non è ancora finito. Due Babbi alti tre metri ci accolgono in giardino, per la gioia di Amelia e Adelaide, le splendide nipotine nate dalla figlia Carolina. «Ho altre due nipoti da Francesca, Nina e Cloe — racconta Roberto Vecchioni —. Sono gemelle ma molto diverse, una alta e bionda, l’altra piccola e bruna. Francesca è omosessuale, molto impegnata nella sua associazione Diversity. L’ho accompagnata due volte ad Amsterdam per l’inseminazione, ma non è andata bene. Poi è andata da sola, e ci è riuscita».

A Francesca lei dedicò una canzone molto bella e molto dura: «Figlia, figlia, non voglio che tu sia felice, ma sempre contro, finché ti lasciano la voce…».
«Volevo dirle di non cercare scorciatoie, di non piegarsi al potere. Non l’ha fatto».

Vorrei però domandarle di un’altra canzone.
«Samarcanda?».

Anche. Prima però vorrei chiederle come e dove nasce Luci a San Siro.
«Nasce al Car».

Centro addestramento reclute.
«Alle casermette di Casale Monferrato. Luogo di una tristezza spaventosa. Due giorni prima di partire militare, lei mi aveva lasciato».

«Tanto che importa, a chi la ascolta, se lei c’è stata o non c’è stata, e lei chi è?». Appunto: lei chi è?
«Il primo vero amore. Siamo stati insieme quattro anni».

Lei Roberto aveva già 24 anni, era già laureato, già cantautore.
«Ma sono stato tardivo. Fino a diciassette anni, solo bacetti».

La prima volta fu con la ragazza di Luci a San Siro?
«No. Però erano stati amori casuali, neanche tanto piacevoli. Con lei fu la scoperta del sesso, un’emozione fortissima. Quando mi lasciò fu terribile. Mi pareva di aver perso l’unica donna del mondo».

La prima versione del testo è durissima: «stupri, coiti anali», che poi diventano «sesso, prostituzione», infine «donne da buoncostume».
«Non fu censura. L’ho voluto io, per rendere la canzone più vasta, più universale, meno incazzata».

Torniamo al Car di Casale Monferrato.
«Un ragazzo si sentì male in camerata. Nessuno sapeva cosa fare; io gli praticai la respirazione artificiale e lo salvai. Divenni un po’ l’idolo del gruppo. Erano tutti preoccupati per me, mi chiedevano: perché sei così triste?».

E lei?
«Avevo una chitarra, ma non riuscivo proprio a scrivere una canzone su un amore finito. Era un sentimento così forte, mi pareva che le parole non bastassero. Le notti non passavano mai, non dormivo in camerata ma al bar dei sergenti, anche se ero solo aviere semplice… Fu Orlandi a convincermi».

Chi?
«Un commilitone emiliano, noto perché dedito a sedute autosessuali pubbliche, insomma una vera bestia. Eppure si commosse per la mia storia, e mi disse una frase che ancora ricordo: “Tu devi fare questa canzone, perché questa canzone sarà per sempre”».

L’ha scritta in caserma?
«No, a casa, durante una licenza, su un tavolinetto rotondo, con le farfalle sotto il vetro. Cominciando dalla fine: il patto con Milano. Perché io, figlio di napoletani, amo Milano. In Luci a San Siro, Milano è una persona viva, cui propongo uno scambio».

«Dammi indietro la mia 600, i miei vent’anni e una ragazza che tu sai…». Aveva davvero una 600?
«Grigio topo. Targata 860399. Con i sedili ribaltabili. Non avevamo una casa o una stanza. La nostra alcova era Milano».

Lo stadio?
«Ma no! È quello che pensano tutti. Ma le luci di San Siro non sono quelle dello stadio, dove andavo a vedere la Grande Inter. Sono le luci che scorgevamo dalla montagnola di San Siro, quella innalzata con le rovine delle case bombardate. Andavamo là a nasconderci e a fare l’amore. E poi Settimo Milanese, Sesto San Giovanni, il laghetto di Redecesio vicino all’Idroscalo… strade bellissime, vicende fantastiche».

Con Roberto e la sua ragazza sulla 600.
«Una sera eravamo nel boschetto sui bastioni di Porta Venezia. La storia stava finendo. Lei mi disse di no, che non voleva più farlo, e uscì dalla macchina. Io mi gettai nella rincorsa, e mi trovai circondato dalle prostitute. Non mi ero mai accorto di loro. Mi presero a borsettate: “Porco, lasciala stare, ti ha detto di no!”. Me la diedi a gambe. Lasciai lì la 600, tornai a recuperarla il mattino dopo».

Avevamo capito che fosse andata diversamente: «Ricordi il gioco, dentro la nebbia, tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là. Ma stai barando, tu stai gridando, così non vale è troppo facile così…».
«Quello era Orazio: “Nunc et latentis proditor intimo/Gratus puellae risu ab angulo”: e il riso agognato della tua ragazza/che viene dall’angolo più segreto a tradirla».

L’ha mai più sentita?
«Fa l’art director, mi ha telefonato una volta. È un ricordo pacificato. Il ricordo di un amore perduto, ma tutti hanno perduto un amore. Luci a San Siro è anche un’anticipazione, un atto di preveggenza di quel che sarebbe stata la mia vita, dominata dall’amore».

Ma lei di Luci a San Siro scrisse anche un’altra versione: «Ho perso il conto di chi ho rimpianto…».
«Per Rossano, un cantante che partecipava al Festivalbar del 1971: alla radio passavano cento canzoni, in finale arrivavano le prime venti. Rossano si qualificò come terzo. In tv però nessuno l’aveva mai visto, e lui peggiorò le cose cantando la prima sera con la barba, la seconda senza. In compenso spopolò un’altra canzone composta da me, e cantata dai Nuovi Angeli: Donna felicità. Il bello è che a quel Cantagiro c’ero pure io, con una terza canzone, La farfalla giapponese. Di cui non si accorse nessuno».

Samarcanda invece come nacque?
«Lessi un articolo di Antonio Ghirelli sul Giro d’Italia: “Francesco Moser ha trovato la sua fine a Samarcanda”. Non capii. La cosa mi incuriosì. Mio fratello mi mise in mano un libro, “Appointment in Samarra”, di John O’Hara. Non c’entrava nulla, era una storia d’amore. Ma nel frontespizio si citava una commedia di Somerset Maugham. Era più o meno la storia della canzone».

Perché più o meno?
«Il protagonista non era un soldato, ma un servo, cui il padrone tentava di salvare la vita. Ma l’originale è nel Talmud babilonese. Il re Salomone vede l’angelo della morte, lo trova triste, gli chiede perché. Lui risponde: “Devo portare via due persone, due tuoi servitori, e non li trovo”. Salomone fornisce ai servi due cavalli e li invita a scappare, nella città di Luz: dove però li attende la morte. Il giorno dopo, Salomone ritrova l’angelo, tutto allegro: “Grazie per aver mandato i tuoi servitori nella città in cui li aspettavo”. Una storia ripresa anche da Jean Cocteau, il poeta, e da Borges».

Ma nella sua canzone la morte parla con il soldato, non con il re.
«È una variante che ho trovato in Oriana Fallaci».

Lei aggiunse «Oh oh cavallo!».
«Quello è successo in macchina. Composi Samarcanda in autostrada, tra Milano e Bologna».

E come la scrisse?
«Non la scrissi, la cantai. Ho spesso composto canzoni in auto, mandandole a memoria: quando ho timore di perdere qualcosa, freno, accosto, e scrivo. Quel giorno, uscito dal casello, un tale davanti a me frenò di colpo. D’istinto gridai: “Oh, coglione!”. Ma subito divenne “oh, cavallo!”».

Molti pensarono a una favola per bambini, invece era una canzone sull’ineluttabilità della morte.
«Non sull’ineluttabilità; tutti sappiamo di dover morire. Quella semmai è Viola d’inverno: “Arriverà che fumo, o che do l’acqua ai fiori, o che ti ho appena detto: scendo, porto il cane fuori…”. Samarcanda è una canzone sulla perversità della morte. La sua cattiveria. Ispirata a mio padre Aldo. Proprio quando pareva guarito dal cancro, si aggravò all’improvviso, e morì».

Suo padre torna in un’altra canzone, «L’uomo che si gioca il cielo a dadi».
«Papà si giocava qualsiasi cosa. In montagna, con la scusa di far respirare aria buona ai figli, prendeva casa davanti al casinò di Saint-Vincent. Alla vigilia della maturità mi vide triste e mi portò cinque giorni a Parigi, a giocare ai cavalli a Vincennes, e poi a vedere Rosa Fumetto: ricordo quella donna stupenda, che passeggiava nuda su una rete distesa sopra di noi… La maturità comunque andò benissimo».

Lei sta da quarantatré anni con la stessa donna, Daria Colombo.
«Quando la vidi pensai: ma davvero esiste una creatura così? Non avevo mai visto una donna tanto bella in vita mia. La chiamai, le chiesi di uscire. Il mattino dopo la richiamai: “Vuoi uscire anche stasera?”. È stato un corteggiamento lungo. Una battaglia. Ma sapevo che era la mia compagna. Infatti mi ha salvato la vita, tante volte».

Allude alle sue malattie?
«Quello è niente. Prima di ogni operazione, al polmone, al rene, alla prostata, al cuore, lei mi ha sempre fatto coraggio, “cosa vuoi che sia?”. Sono sempre entrato in sala operatoria ridendo”. Ma alludo soprattutto ad altro. Agli errori che mi ha evitato, alla vicinanza nei momenti bui, a come mi ha sostituito quando non c’ero…».

Avete anche perso un figlio, Arrigo.
«Un ragazzo che non apparteneva a questo mondo: per discrezione, generosità, senso dell’umorismo. Era fantastico con i bambini. Vale per lui quello che ho scritto in una canzone per Van Gogh: “Questo mondo non si meritava un uomo bello come te”. Arrigo era un grande scrittore, ha composto poesie straordinarie. Ed era un grande interista».

L’ha portato a vincere la Coppa dei Campioni a Madrid nel 2010.
«Ho portato tutta la famiglia. Abbiamo chiuso un ciclo, aperto al Prater nel 1964. Anche allora c’ero».

In una bella intervista a Walter Veltroni, lei disse di sentire ancora suo figlio dentro di sé.
«È vero. Durante il giorno mi faccio forza, anche per mia moglie. Inoltre lavoro moltissimo ma qualche notte, quando Daria dorme mi ritrovo a piangere, lei non si dà pace e così è da oltre un anno. Non avevamo mai pensato al suicidio. La malattia mentale viene ancora affrontata come una vergogna; invece se ne deve parlare. Forse io e Daria scriveremo un libro. Un tempo io bevevo soprattutto superalcolici, lui soffriva nel vedere il suo papà, una persona importante, che si distruggeva così, di certo anche io ho le mie colpe».

Ora non beve più.
«Da dieci anni, proprio perché l’alcol mi distraeva dai figli. Ma ad Arrigo non è bastato. Non siamo riusciti a capirlo. Le forme bipolari sono aumentate con il Covid, lo stravolgimento dei rapporti umani ha fatto il resto, e l’assistenza sanitaria è gravemente insufficiente. Troppe famiglie vengono lasciate sole. È una battaglia che io e mia moglie vorremmo combattere».

Lei crede in Dio, vero?
«Sì, per almeno tre motivi. Il primo è scientifico. Il mondo non è perfetto. Dio ci ha cacciati dal Paradiso terrestre per darci il libero arbitrio, la libertà di sbagliare, l’imperfezione. Il cui alter ego è appunto la perfezione, il riscatto, la rivincita».

Il secondo?
«L’inspiegabilità delle emozioni. Sono certo che le emozioni non siano soltanto un fatto chimico, come tendono a pensare gli scienziati».

E la terza prova dell’esistenza di Dio?
«Il mondo è diviso in quello che c’è, e in quello che non c’è ancora. Dalla ruota al bosone, la scienza e la tecnica compiono scoperte, non invenzioni: trovano cose che c’erano già. La creazione artistica crea dal nulla. Dal nulla nasce la parola. Nell’arte umana c’è una scintilla divina».

Come immagina l’aldilà?
«Non ho prove, ma credo che saremo spiriti, capaci di essere felici. Perché capiremo che ogni cosa, anche l’alternanza di gioia e dolore, ha avuto un senso, è stata necessaria per esistere. Insomma, non è che possiamo stare sempre lì a ridere».

È vero che siete amici con Francesco Guccini?
«Ci siamo incontrati tanti anni fa a Sanremo, al Tenco. Lui mi fa: tu sei quello dello stadio che si illumina?».

Roberto Vecchioni: «Le mie Luci a San Siro non sono quelle dello stadio. Scappai dalle prostitute che volevano picchiarmi»
Roberto Vecchioni con Francesco Guccini e Lucio Dalla

Vede? Anche Guccini pensava che Luci a San Siro si riferisse allo stadio.
«Io risposi: e tu sei quello del trenino che si va a schiantare? Poi facemmo a gara a chi beveva di più. Lui aveva una bottiglia di bourbon, io di whisky. Le scolammo entrambe».

Chi vinse?
«Eravamo troppo ubriachi per stabilirlo».

Roberto Vecchioni e Francesco Guccini

Sanremo è anche il festival. E lei, unico tra i cantautori storici, l’ha vinto. Come andò?
«Sono sempre stato amico di Gianni Morandi. Andavamo anche in vacanza insieme, a Gallipoli e pure in Libia, quando c’era ancora Gheddafi… Nel 2010 Morandi comincia a rompermi le scatole: l’anno prossimo il festival lo faccio io, e tu devi portare una tua canzone. Il problema è che la canzone non l’avevo».

E poi?
«Ero in hotel a Roma. Angosciato per quanto accadeva nel mio Paese. Era arrivata la grande crisi finanziaria dall’America, molti operai perdevano il lavoro, il governo Berlusconi non era all’altezza. Il portiere napoletano mi disse: “Adda passà ‘a nuttata”. In ascensore ho tradotto: “Questa maledetta notte dovrà pur finire…”. In camera l’ho scritta. Alle 4 del mattino ho chiamato il mio arrangiatore per cantargliela. Poi ho telefonato a Morandi: “Gianni, ho la canzone per Sanremo”. Cominciai a sognare di vincerlo».

Nel sonno?
«No, a occhi aperti. Come un bambino. Immaginavo di ricevere un’ovazione a Sanremo e di vincerlo clamorosamente. Arrivai al festival, provai la canzone, poi andai al ristorante, mezzo vuoto. Ma dopo la prima serata in cui avevo cantato “Chiamami ancora amore” — con addosso una paura terribile, perché non si ha idea della paura che ti mette Sanremo —, fuori dallo stesso ristorante c’erano duemila persone ad aspettarmi. Capii che il sogno si stava avverando».

Perché la sinistra in Italia perde sempre?
«Perché la destra è una via dritta; la sinistra ha mille idee, molto diverse. Diceva Bobbio che la destra è stringere, la sinistra è allargare. Da noi però si allarga un po’ troppo».

Quante canzoni ha scritto?
«Almeno trecento; e ognuna racchiude un ossimoro, ognuna ha il suo mistero. Più dieci romanzi. L’anno prossimo Einaudi pubblica tutte le mie poesie: ne scrivo da quando avevo otto anni, le ha tenute mia madre Eva. L’altra sera non riuscivo a dormire, sono andato a bere un po’ d’acqua, e in dieci minuti ho scritto una lirica di otto versi».

La regala ai lettori del Corriere, come augurio per il 2025?
«La luce confonde
I colori sono
la scempiaggine di Dio
La verità è nel buio
Una scintilla inavvertita
un microsecondo
un rombo
non udibile».

«A 80 anni ho capito che Dio esiste. Sento dentro di me il figlio che ho perso»

«Il grande amore per mia moglie mi ha riempito la vita. Ho perso molti amici per colpa mia, a volte sono stato arrogante. Avrei voluto essere più presente nella cultura delle persone. Battisti il più grande»

Walter Veltroni

(articolo del 25 giugno 2023)

Roberto Vecchioni, com’ è avere 80 anni?
«Io credo che sia un’età assolutamente uguale a tante altre. Il tempo ha due funzioni: una esterna, che ci debilita o ci opprime. È come scalare ogni giorno una montagna tremenda: è il nostro fisico. Poi c’è l’altra, con Bergson potremmo dire che è l’interiorità di ciascuno di noi. E questa stagione, che riflette il tempo della coscienza, ha poche variazioni. Magari ha slittamenti intellettuali, ideologici, ma la sua natura, dai vent’anni in poi, non si riduce. Anzi, aumenta ogni ora. È un tempo della vita di cui ti sai appropriare. Si è capaci di custodirlo, di assaporarlo con il pensiero. Mentre il destino ha un peso rilevante nella vita fisica, in quella della tua coscienza conta ben poco. È proprio la tua scelta che vince, il libero arbitrio del tuo ragionare e delle tue decisioni».

Quali dei sogni che avevi da ragazzo si sono realizzati?
«Nessuno completamente. Si sono realizzati in parte, poi si sono spezzettati, poi realizzati di nuovo. È il ciclo normale dell’esistenza umana: primavera, estate, autunno, inverno. Le settimane che finiscono inevitabilmente con domenica e cominciano con lunedì. La vita del mondo è un ciclo, non esiste una definizione finale o un approdo finale. Questo consente di tenere vivi i tuoi sogni e di poterli realizzare un pezzetto alla volta, oppure di accontentarti di ciò che sei riuscito a fare. Ma oggi è cresciuta la discrepanza tra il reale e l’ideale. Il reale domina sempre di più il mondo e, contaminandosi con la tecnologia e la tecnica, con il consumo e la velocità, ha reso l’esistenza piatta, terragna. La dimensione ideale è evaporata, quel che resta è sfuggente, spezzato, disunito. Non c’è più un afflato come quello che in certi momenti ha mutato il destino collettivo: la Rivoluzione francese, la Resistenza. Si aveva fame di senso, di valori, di ideali. Ricordo i versi di un poeta meraviglioso, Juan Gelman, argentino: “Nessuna canzone riuscirà mai a far tornare mio padre, nessuna canzone riuscirà mai a far tornare il mio amore e nessuna canzone riuscirà a battere la morte. Però io devo continuare a scrivere”».

Cosa ti fa pensare la guerra in Ucraina?
«Non c’è lungimiranza. Io vorrei portare Putin davanti ad un prato della pianura padana per fargli vedere quanta erba c’è. Poi tirare su un filo e dirgli: “Questo prato è l’universo, questo filo è la Russia, cosa credi di fare?”. Aveva ragione, nel suo pessimismo, che però si rivolgeva alla grazia di Dio, Blaise Pascal. Lui pensava che gli uomini si odiassero l’uno con l’altro. È il celeberrimo “Homo homini lupus” di Hobbes. Per Pascal gli uomini vogliono annientarsi per primeggiare. Ma forse il difetto insito nella costruzione umana e nella civiltà è proprio l’incapacità di considerarsi uguali. Quasi fosse una sconfitta, essere uguali agli altri, e non una vittoria».

Le parole si stanno estinguendo?
«Non ci sono più le parole. Pasolini diceva che c’è una differenza tra progresso e sviluppo. Aveva ragione, la forbice si è allargata, sempre di più. Dal punto di vista dello sviluppo può darsi che noi si stia entrando in una fase in cui la parola non serve più, sostituita da emoji, immagini, loghi, segni. Dal punto di vista del progresso siamo alla frutta, se perdiamo la meravigliosa bellezza delle parole. Perché le sfumature, le intercapedini che esistono tra una parola ed un’altra, il prisma di colori che esse contengono, sono decisive per l’intendimento dell’anima. L’anima non è un monolite, ha bisogno di tante sfumature per essere all’altezza della persona che incontri. Ogni parola racconta un’intenzione. Non esistono equivalenze, né in poesia né in letteratura. La parola è una, quella devi usare; se ne scegli un’altra sbagli, confondi il pensiero di chi ti è vicino e non ti racconti come vorresti».

Immaginiamo che tu possa telefonare a casa tua in un momento della tua vita e parlare con te stesso, quale momento sceglieresti?
«Questa tua domanda mi colpisce. Fuori sacco ti racconto cosa sto scrivendo. Tu non lo dirai mai».

Non posso promettertelo, Roberto.
«Il libro si chiama “Lettere di là dal buio”. È la mia vita da quando avevo dieci anni, fino a novanta anni. Tutta raccontata per lettera ad un nonno fantastico, che però non risponde mai. Il nonno a sua volta manda le lettere ad un sacco di gente, una anche a te, una ad Augias… Scrive a tutti lettere su argomenti di ogni tipo: religiosi, politici. Ma non risponde mai a questo ragazzo. Il ragazzo è la mia vita fisica e il vecchio la mia coscienza. Alla fine si uniscono».

Ora sei tu, nonno, a chiamare il ragazzo…
«I momenti più belli sono due: il primo è il grande, grande amore per mia moglie. L’averla vista, incontrata. Quell’istante conteneva tutto quello che sarebbe stato dopo. Avevo già nella mente l’amore fisico, mentale e spirituale che era sempre per lei, era lei. Da quei trentasette anni che avevo, ha riempito la mia vita. Fino ad oggi. Chiamerei quel ragazzo di trentasette anni e gli direi: “Guarda quella ragazza, falla voltare, parlale. Lei ti cambierà la vita”. E poi, devo dirti una cosa, anche se sembra strana: il secondo momento meraviglioso è aver capito, finalmente, la possibilità che esista Dio. Non l’avevo capita né quando ero sulle barricate all’università, né dopo, per tutto il tempo che ho vissuto. Non vedevo. Ci sono state persone che hanno illuminato questa ricerca, come monsignor Ravasi».

Quand’è che pensi di aver trovato Dio? C’è un momento?
«Sì c’è una canzone che lo spiega. È “La stazione di Zima”. Nasce da Evtuscenko. Io sono in treno con una persona, con qualcuno che è probabilmente Dio. Lui mi dice “vieni con me, ti porto in un posto meraviglioso”. E io rispondo di no. Sono ancora nell’incertezza tra il laico e il sacro. Dico no e scendo alla prima stazione che c’è, Zima. È orribile, c’è un solo vaso di fiori ed una sola luce, che si rompe sempre. Però è la terra e io voglio vivere. Pensavo, come dice Pasternak, che questa vita non è un’anticamera, è già una sala ed è questo l’importante. Voglio vivere prima tutta la vita e poi vediamo se… Ma in quel vediamo c’era già l’idea che non tutto finisse in questa sala. Che ce ne fosse un’altra, molto più comoda e luminosa. E proprio ragionando sull’umiltà degli umani, sulle sconfitte e le sofferenze, sulle ingiustizie subite, sul male che c’è nel mondo e che spesso ci domina, mi sono detto che non può non esserci una contropartita. Deve esserci qualcosa, perché non può finire così».

Gli errori che consiglieresti a te bambino di non fare?
«Ne ho fatti tantissimi, anche grandi. C’è sempre gente che dice “no io non rifarei tutto quello che ho fatto”. Ma, in realtà, se fai un’altra cosa, sbagli lo stesso. È una dimensione borgesiana: i sentieri che si biforcano e qualsiasi direzione prendi è sbagliata, dovevi prendere l’altra. Rinuncio ad un errore per farne un altro. L’esistenza non è fatta per trovare sempre la giusta via. Noi ci siamo ribellati all’idea di avere le strade segnalate per essere felici e abbiamo detto: no, noi vogliamo soffrire sulla terra, dobbiamo cercare, sbattere, cadere, rialzarci. La vita è fatta di errori, di salti, di sbagli e io ne ho fatti tanti. La mia carriera ha influito tanto, tantissimo per le persone che mi sono vicine. Però se avessi rinunciato alla mia carriera probabilmente sarebbe successo qualcos’altro. Molti amici li ho persi per colpa mia, perché mi sono comportato in maniera stupida o arrogante. Li ho persi e qualcuno non l’ho ritrovato più. Gli errori sono sempre sugli affetti, mai sulle cose. Non mi importa nulla di aver vinto o no Sanremo. L’errore è sull’affetto sbagliato, non compreso o non dare nel momento in cui devi».

Come eri da bambino?
«Ero curiosissimo. Ho cominciato a leggere greco a dieci anni, mio papà mi ha detto che ero pazzo. Ma io, con la testa dura che avevo, a undici anni sapevo già leggere quella che poi è diventata poi la lingua della mia vita. Ma ero normale, non un fenomeno. Andavo in bicicletta in discesa a cento all’ora e non me ne fregava nulla del pericolo. Ero curiosissimo, un grande lettore. Ho cominciato a leggere a sei anni e non mi sono più fermato. Per me il romanzo, la poesia erano il corrispettivo sognato della vita. Ho letto Machiavelli a dodici anni, capendo alcuni principi, me lo sono fatto regalare a Natale. Volevo arrivare a vedere, a capire cosa pensano gli uomini, cosa hanno pensato nel tempo».

E la musica quando la incontri?
«Ho cominciato perché sentivo a radio Luxembourg canzoni americane, francesi. Sempre per la mia curiosità, la mia voglia di cercare ciò che non sapevo già, ho voluto imparare a suonare la chitarra. Ho tentato di imparare da solo, ma non riuscivo, allora mia mamma che era una donna meravigliosa, mi ha preso un maestro. Lui insegnava con il solfeggio, io però volevo gli accordi per suonare le canzoni. Dopo quattro lezioni il maestro è tornato da mia madre e le ha detto “Le ridò i soldi, suo figlio di musica non capisce niente”. Così è iniziata la mia carriera».

Chi ti piaceva?
«Avevo una passione naturale per il pop, il rock di allora: Elvis Presley, Fats Domino, Paul Anka. Più avanti la grande West Coast di Crosby Stills Nash & Young, Cat Stevens, Jackson Browne. E, soprattutto, Bruce Springsteen. Brel, Brassens mi piacevano molto. I francesi non hanno mai distinto la poesia dalla musica, fin dal settecento. Già con Napoleone III la canzone era popolare e colta insieme. In Italia ci sono voluti Modugno e Paoli, per cominciare a capirlo».

C’è un tuo collega al quale avresti rubato le parole e un altro a cui avresti rubato le musiche?
«Nel mio piccolo, nessuno se ne accorge mai, penso di aver scritto delle musiche non male. Delle parole tutti parlano bene, ma anche alcune melodie sono venute bene. Comunque per la musica Lucio Battisti, assolutamente. È stato il più grande. Forse Fossati, per le parole».

Sanremo cosa è stato per te?
«Inimmaginabile, quello che è successo. Innanzitutto quel rompicoglioni di Morandi che mi telefonava ogni giorno per farmi andare. È persino venuto a casa mia da Bologna per prendermi per il collo. Io gli dicevo che non avevo brani, che la mia musica con Sanremo non c’entrava niente. Ma lui insisteva. Una sera mi trovavo a Roma per un concerto. Vivevamo un periodo brutto, il 2011, e io ero addolorato per l’Italia. Il portiere di notte dell’albergo mi disse “Professo’, adda passà ‘a nuttata”. Io ero in ascensore e quella frase mi era restata dentro. Pensavo “questa maledetta notte dovrà pur finire”. In camera avevo scritto già mezza canzone, nella mia testa. Non avevo niente per scrivere e allora ho telefonato al mio arrangiatore e gli ho cantato tutta la canzone per telefono. Il giorno dopo ho chiamato Morandi e gli ho detto: “Gianni, ce l’ho, la canzone”».

La tua passione per l’enigmistica è un modo per affrontare la complessità e l’ambiguità della vita?
«L’enigmistica non è soltanto un passatempo, è un altro modo di pensare. Voltaire se ne occupava molto. È capacità di entrare nel mistero del mondo per altre vie. E poi è sublimazione della parola. Non solo il numero deve essere perfetto, ma anche la parola. In qualsiasi lingua, la parola è un’affascinante ginnastica. Puoi continuare a manovrarla e lei torna sempre verso il meraviglioso. Non è mai banale, è varia. Non un mostro, ma un principe a dieci teste che vanno da tutte le parti. Ti sorprendi quando, soprattutto nelle crittografie, trovi i doppi significati. Un gioco sempre eccitante».

Le tue canzoni che ami di più?
«Per le parole sicuramente “Le rose blu” o altre, come “Figlia”. Amo anche la musica di “Chiamami ancora amore”. Oppure “Miracolo segreto” che è un racconto di finzione ispirato a Borges. Chiedo a Dio di lasciarmi il tempo di scrivere un romanzo prima di morire. Quella è forse la più bella melodia della mia vita, ha uno stampo pucciniano».

Anche «Luci a San Siro» e «Samarcanda» mica son da buttare via…
«Luci a San Siro è una canzone d’anima, quelle che vengono fuori così, senza neanche bisogno di ragionare. Samarcanda l’ho scritta tra Milano e Bologna in macchina. Mio padre è morto proprio quando sembrava che stesse guarendo. Era malato di cancro, sembrava guarito, ma nel momento in cui pensavamo che fosse tutto a posto, il destino se l’è preso. Ho ricordato la leggenda araba del re che salva il suo servo e lo manda in un’altra città per allontanarlo dalla morte. Ho scritto questa storia durante quel viaggio in auto. Ce l’avevo già tutta. Solo che mi mancava uno spunto, qualcosa. Sì, era una bella canzone, però volevo metterci qualcosa che giungesse a tutti. Arrivo a Bologna, a un semaforo. Uno davanti a me frena, all’improvviso, io gli vado quasi addosso e gli urlo “Oh, coglione!” E quell’“Oh coglione” è diventato “Oh cavallo”».

In «Sogna ragazzo sogna» dici: «non cambiare un verso della tua canzone/ non lasciare un treno fermo alla stazione».
«Devi prendere tutti i treni possibili, non stare fermo nella stazione. Quelli che sai dove vanno e quelli che non sai dove vanno. Bisogna sempre cercare, anche se il campo è infinito, questo è il principio della mia vita. E l’altra è ancora più semplice. “Sii coerente, nella tua vita”».

Quella canzone finisce con «Ti ho lasciato un foglio sulla scrivania / manca solo un verso a quella poesia puoi finirla tu». Proviamo a chiuderlo.
«E se non riesci a finirla passala a quello dopo di te».

C’è un altro brano, quello su tuo figlio Arrigo, morto a trentasei anni due mesi fa: «Figlio chi si è preso il tuo domani /quelli che hanno il mondo nelle mani».
«Questa è una canzone che io amo tantissimo, anche se non è mai andata. Era un ritratto abbastanza preciso di una pubertà, di una gioventù che si lasciava andare. Arrigo aveva tante meravigliose qualità, in primo luogo la sensibilità. Ma anche tante debolezze, insicurezze, incertezze che non c’era modo di fargli passare e che forse aumentavano nel vedere il padre che aveva successo. Ma qui siamo alla domanda di prima: che strada prendere? Che errore non fare? Rinunciare ai concerti? Non lo so…»

Cosa è stata per te la sua fine?
«Una cesura tra una vita e un’altra, lo è stato ancora di più per mia moglie. Non l’ho presa come un’ingiustizia. Questo no, assolutamente no. Mi viene in mente Eschilo che diceva: “Si impara soffrendo”. Forse dalla felicità non si impara un cazzo. Si impara solo soffrendo, sperando di tornare alla felicità. È stato il crollo del mondo, dell’universo, ma non di certezze e ideali. E poi lo sento dentro fortissimo, mio figlio. Lo sento intensamente, Arrigo, me lo rivedo dentro continuamente. Lui era bipolare, ho una metafora: un giorno, tornando dall’ospedale vicino Piacenza dove lui andava a fare terapia, abbiamo preso la Statale per andare a Desenzano ed era piena di autovelox. Gli ho detto “Facciamo una cosa: tu guida, passa, ogni volta che c’è un autovelox te lo dico e tu rallenti”. Abbiamo fatto questa strada di corsa e sembrava la vita, proprio. Corsa, corsa corsa e ad ogni autovelox lo fermavo. Quando siamo arrivati lui mi ha abbracciato e mi ha detto: “Li abbiamo fottuti tutti, papà”. E invece un autovelox ci aveva beccati. Ho tentato di dire: “Non è colpa sua, ma mia, guidavo io”. “Eh no…” hanno risposto. “… abbiamo visto, prendiamo lui”». Questa è la morte di mio figlio: gli autovelox della vita».

«Corro nel tuo cuore e non ti piglio».
«È così per tutti i padri. Il mistero che c’è, dentro un figlio o una figlia, è soprattutto quando lo vedi fare cose che non sono nelle tue consuetudini, non sono comprensibili per il tuo essere novecentesco. Lasci fare, ma non capisci. Quello per un figlio è un amore incosciente, non riesci a comprendere perché, ma sai che devi amarlo, sempre».

La canzone si chiude con una duplice domanda: «Dimmi dimmi cosa ne sarà di te/ dimmi cosa dimmi cosa ne sarà di me». Che risposta ti dai oggi?
«Lui non lo sapeva, cosa sarebbe stato di sé. Non potevo chiederglielo, però potevo chiedergli cosa ne sarà di me. Nella sua intelligenza avrebbe risposto: “Padre non smettere mai di correre per quella strada, perché è la tua vita”. Mi avrebbe risposto così».

Che speranza hai oggi a ottanta anni?
«Arrivare a ottanta anni è una fatica, ma si è come prima. Quando la mente e il cuore sono come quando hai trent’anni, il resto cambia poco. L’infinita bellezza di avere ottanta anni è che ti viene l’idea che tu non morirai. Il giovane ha naturalmente paura della morte. Forse i giovani di oggi no, perché vanno in giro a fare quelle cose orribili, proprio perché hanno perduto le parole. Invece il vecchio pensa che sarà un addormentarsi lento. Non è una fine, è un vivere in un altro modo. Nel Prometeo c’è una frase che spiega tutto: “Io ho tolto agli uomini la paura della morte. Come hai fatto? Ho immesso nei loro cuori speranze cieche”. Questa è la forza che ci manda avanti. La speranza non ci fa vedere più indietro. Andiamo avanti così. E non pensiamo alla morte. Tutti pensiamo al lavoro, a fare l’amore, alla vacanza. Nessuno pensa alla morte, perché siamo pieni di tante altre cose meravigliose che ha immesso in noi il Creatore, o la Natura, proprio per evitarci questo pensiero».

C’è qualcosa in più che volevi dire?
«Non prendermi per lamentoso, ma quando si deve pubblicare una notizia su di me qualsiasi giornale dice, per spiegare chi sono: “Il cantautore Roberto Vecchioni”. il giorno che scriveranno Roberto Vecchioni senza nessun titolo davanti, questo assillo sarà un po’ sparito. Guarda che non è soltanto il fatto di essere più o meno popolare, è che non sono riuscito ad arrivare alla cultura media, o medio alta, di tanti italiani. Non sono riuscito mai ad avere successo all’estero, forse per la lingua, non so. Mi dispiace perché tutto quel bailamme che ho dentro speravo che avesse un po’ più di accoglienza. È una confessione presuntuosa? Spero di no…»

Roberto, quanti conoscono Buzzati, Olmi o Balla e Boccioni? Però se non ci fossero stati, il mondo sarebbe più povero. Devi essere orgoglioso di quello che hai fatto, nei tuoi primi ottant’anni. E comunque ti prometto che sul «Corriere» ci sarà scritto solo Roberto Vecchioni.