Lo smarrimento di Piazza San Pietro per la morte del pastore «rivoluzionario»

La vicinanza per un pontefice che aveva rinunciato al lusso e stravolto ogni forma di linguaggio e di postura. «Quella volta col poncho? Come un nonno»

FABRIZIO RONCONE

All’ombra del colonnato, dal lato di Porta Sant’Anna, e con lo sguardo che adesso scorre su piazza San Pietro, mentre le campane battono a morto e gli zuavi pontifici sono già in alta uniforme, dirette tv in tutte le lingue, la corrispondente messicana con gli occhi acquosi, tutto subito in mondovisione, sul web, sui social, tutti travolti dallo stupore per questa fine tanto annunciata e al tempo stesso però improvvisa e grandiosa, scenografica, metaforica, arrivata nel giorno di Pasquetta, a poche ore dallo struggente rito della Pasqua di resurrezione: l’unica cosa che resta da fare è attenersi alla cronaca battente e mischiarsi alla folla di pellegrini e di turisti per cercare di capire, attraverso questo dolore diffuso pieno di immagini, di volti, tra i rosari e le Ave Maria che si sciolgono in singhiozzi, le suore a mani giunte e i boy scout in ginocchio, il magnifico personaggio che è stato — per tanti, non per tutti — papa Francesco, il rivoluzionario.

La prima sensazione forte, netta, è che gli sia perfettamente riuscita l’operazione pastorale di tenersi ben distante da certe particolari forme di carisma dei suoi due predecessori: Benedetto XVI, il teologo, e Giovanni Paolo II, il santo. Fotogrammi sbiaditi spiegano parecchio. Rovistare nella memoria e tornare alle 21:37 di sabato 2 aprile 2005. Quando ci fu l’annuncio solenne, tra le migliaia di fedeli radunati da giorni in preghiera: papa Wojtyła era stato accolto nel Regno dei Cieli. Il cardinale Angelo Sodano intonò il De Profundis. Scoppiò un applauso breve, quasi isterico. Poi, dopo una manciata di minuti, dalla folla ondeggiante si alzò — appunto — quel coro potente e imperioso: «San/to/su-bi-to!».

Ora, qui, sotto il sole a picco, sotto al Cupolone sempre straordinariamente suggestivo in queste circostanze, nessuno è sfiorato dall’idea che Bergoglio possa aspirare alla dimensione della santità: ma sollecitando ricordi e impressioni, scavando nei cuori, tutti ne rivendicano la vicinanza terrena. «Uno di noi… Si dice così in italiano?” (Alejandro Palconero, ingegnere spagnolo in vacanza con la moglie). Ricordano il suo stile. La rinuncia al lusso: le scarpe nere da parroco invece di quelle rosse by Prada, il cardinal Bertone nell’attico da sultano e lui a Santa Marta, in una pensione. «E quella volta con il poncho? Sembrava mio padre» (questa è la voce di Adele Burrai, un’insegnante di Nuoro). Lo piangono come un padre, un nonno. Uno di cui si fidavano. Così si soffiano il naso, si tengono per mano. Sì, piaceva quel Papa che aveva stravolto ogni forma di linguaggio, diventando un militante della misericordia. La maggior parte dei fedeli — tutti giunti a Roma per far coincidere le vacanze pasquali con l’attraversamento della Porta Santa — ignora che fosse il primo gesuita ad essere diventato l’erede di Pietro.

Avevano però capito che arrivava dalla fine del mondo per stare con gli ultimi del mondo, con i deboli, i perdenti («Appena uscito dal Gemelli, invece di starsene a riposo, è andato a trovare i carcerati a Regina Coeli»). E poi sapevano che detestava i violenti e gli arroganti, i ricchi arroganti, il potere degli arroganti. E l’arroganza del potere. «Me ne sono accorto da come guardava quel Vance, il compare di Trump», dice Luca Biagi, attivista Lgbt. In questi anni, tutti abbiamo imparato a leggere la sua segnaletica facciale, sempre intonata alla circostanza (non priva di ironia, talvolta). Chi c’era anche qualche ora fa e ha avuto il privilegio di vedere l’ostinazione con cui, dopo la benedizione Urbi et Orbi, è voluto venire tra queste transenne, a bordo della papamobile, lo ricorda curvo, piegato, ma non al punto da nascondere lo sguardo. E quei lampi, quei sorrisi, giurano, erano di congedo.

Intanto arrivano notizie sparse. Bergoglio sarebbe morto per colpa di un ictus. Una settimana di lutto nazionale in Argentina. La Meloni, commossa, l’ha ricordato al Tg1. I funerali avranno un rito semplificato. Il Conclave comincerà tra il 5 e il 10 maggio. Tutti sappiamo tutto perché siamo costantemente connessi. La gente si collega a Instagram per rivedersi, in tempo reale, mentre prega. Una televisione turca cerca qualcuno che fosse ostile, o almeno critico, con questo Papa. Ma non trovano testimonianze. Certo: o stavi con lui, o contro di lui. O ti piaceva quel suo essere progressista, diretto e ruvido ai limiti del populismo, o pensavi che stesse picconando la Chiesa. Però dentro questo popolo di cattolici, e ora in piazza s’aggiungono anche i romani, di ritorno dalle gite, tutti ci sentiamo soli e un po’ perduti. La voce di Francesco, spesso, è stata la voce dei credenti e anche dei laici. Sull’Ucraina, su Gaza, sui diritti degli omosessuali, sulla ferocia dei mercati, sulle ingiustizie del mondo.

Forse un Papa va diritto in Paradiso. Certi pensano pure che il Paradiso sia solo un’invenzione dei preti. Comunque è certo che papa Francesco, adesso, è in un posto bello. E dobbiamo sperare che continui ancora a buttare un occhio su di noi, che siamo rimasti quaggiù.