La Russia diventerà più forte? (E i sauditi sapevano?)
Trump subisce gli eventi invece di guidarli, come accade a Gaza e in Ucraina. L’America perde la presa sul nuovo ordine mondiale. E ciò darà un enorme vantaggio a Putin
FEDERICO FUBINI
Toccherà agli storici stabilire in che misura la guerra deflagrata fra Israele e l’Iran segna un passo in più nel declino dell’influenza degli Stati Uniti nel mondo. Ancora una volta Donald Trump sembra subire gli eventi invece di guidarli, come del resto accade anche a Gaza, nell’aggressione della Russia contro l’Ucraina e altrove.
L’America resta la superpotenza trionfante sul piano tecnologico, ora più che mai. Ma sta perdendo la sua presa sul sistema internazionale e forse non sarebbe stato molto diverso, se alla Casa Bianca oggi ci fossero Joe Biden o Kamala Harris o persino Barack Obama.
La storia del declino americano
Dai dazi troppe volte annunciati e altrettante volte ritirati o ridiscussi, ai dubbi ormai evidenti sul dollaro quale valuta di riserva e sul debito pubblico degli Stati Uniti quale architrave del sistema finanziario globale, alle guerre che si aggravano, agli scontri in America e agli arresti di massa di migranti nelle strade, fino ai danni delle istituzioni stesse del Paese: quella di Trump nei suoi primi cinque mesi, da quando è tornato, è una storia di declino americano.
I limiti del leader lo rendono particolarmente visibile. Ma magari non è passeggero. E se la questione è in sé troppo grande per una newsletter di economia, in questa cornice rientrano alcune domande brucianti in questi giorni.
La vigilia di un nuovo choc petrolifero?
Siamo alla vigilia di un nuovo choc petrolifero in grado di riportare un’ondata di inflazione e forse una recessione in Italia e in Europa?
Fino a che punto le due superpotenze, Stati Uniti e Cina, saranno in grado di costringere i loro rispettivi alleati, Israele e l’Iran, a mantenere entro binari ben precisi il conflitto fra loro? L’Arabia Saudita sapeva che si stava avvicinando questa guerra e ha cercato di preparare il terreno?
La Russia può trarre vantaggio?
La Russia è in grado di trarre vantaggio dalla nuova crisi in Medio Oriente?
Sono domande collegate fra loro alle quali – avverto – non sono in grado di fornire risposte certe. Ma espando i temi di un articolo uscito lunedì sul «Corriere» per fornire elementi che, spero, aiutino il lettore a formarsi le proprie. A partire dal significato di quello che oggi è il punto più nevralgico del pianeta, uno stretto braccio di mare fra la penisola araba e la massa continentale dell’Asia. Vediamo.
Due corsie da tre chilometri
Lo Stretto di Hormuz misura trentatré chilometri di ampiezza tra la penisola di Musandam, divisa fra Oman e Emirati Arabi Uniti a Sud, e l’Iran a Nord. Le corsie per le navi in entrata e uscita nelle due direzioni sono larghe tre chilometri ciascuna: i tremila metri più vitali e più fragili dell’economia mondiale, nel Golfo Persico.
Domenica alle 18, mentre i missili e i droni volavano sull’Iran, mezzo migliaio fra petroliere, portacontainer ed altre navi si trovavano fra Bassora alla confluenza di Tigri ed Eufrate in Iraq – vicino alla foce nel Golfo – e la costa dell’Oman dall’altra parte dello stretto. Da quel braccio di mare passano più di un quinto dell’offerta mondiale di petrolio (da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Iraq, Iran) e oltre un decimo dell’offerta di gas (congelato sulle navi in gran parte da Qatar, Arabia Saudita e Iran).
Il traffico dallo stretto di Hormuz
Sono petroliere il 61% delle navi che attraversano Hormuz: anche solo il sospetto che l’Iran possa provare a intralciarle, per ritorsione dopo gli attacchi di Israele, farebbe esplodere le quotazioni dell’energia in tutto il mondo. Già sotto la minaccia dei dazi americani e della guerra della Russia, rischierebbe allora di risvegliarsi in una morsa fra inflazione e stagnazione.
I mercati finanziari spesso si sbagliano ma – per ora – non sembrano credere allo scenario peggiore. Le borse hanno perso un po’ di terreno e il petrolio è salito del 7% venerdì; gli investitori sui mercati aperti a Tel Aviv e nel Golfo hanno mostrato autocontrollo, con la borsa israeliana in lieve crescita (0,35%) benché il Paese fosse sotto le bombe e la borsa di Riad solo in lieve flessione.
Certo, a Tel Aviv i mercati crescono perché vengono molto comprate le aziende della difesa e Riad contiene i danni perché è molto comprato il colosso petrolifero Aramco.
La piazza di Dubai
Ma sulla piazza di Dubai il Brent non è salito neanche dell’1% ed è ancora ai livelli in cui si trovava il 2 aprile scorso, il Liberation Day in cui Donald Trump ha annunciato i suoi dazi «reciproci». Per il momento siamo lontani da quotazioni d’emergenza. Il barile è di quasi il 9% sotto ai livelli dell’inaugurazione del presidente americano e del 5,5% sotto ai livelli di un anno fa; dunque contribuisce ancora a ridurre il tasso d’inflazione annuale. «Il mercato del petrolio ha un eccesso di offerta», mi ha detto Simone Tagliapietra, senior fellow del centro studi Bruegel.
I sauditi sapevano?
Qui però si apre una delle domande elencate sopra. Perché in giro non c’è solo la speranza che gli iraniani non siano così folli e suicidi da bloccare lo Stretto di Hormuz e trascinare gli Stati Uniti nel conflitto per riaprirlo. C’è anche la constatazione che l’Arabia Saudita, poco prima di questa guerra, ha fatto l’opposto di ciò che storicamente tende a fare: ha aumentato la produzione di petrolio in un mercato mondiale già ben rifornito e ha fatto così scendere i prezzi del suo stesso prodotto. In questo si è tirata dietro l’intera Opec, triplicando gli aumenti di produzione previsti in maggio e giugno.
Che cosa accadrebbe se lo stretto chiudesse?
Mohammed Bin Salman sapeva? Ha costruito un ammortizzatore per gli choc di questa guerra? Anche qui la risposta toccherà agli storici, è possibile che l’uomo forte di Riad volesse semplicemente ingraziarsi Trump prima della sua visita a metà maggio in Arabia Saudita.
Avverte però Tagliapietra: «Il quadro può cambiare rapidamente se si arrivasse alla destabilizzazione totale di Hormuz». Lo spettro di un blocco di Hormuz non è dissipato. In quel caso l’Arabia Saudita potrebbe esportare al massimo la metà dei suoi 9 milioni di barili al giorno tramite un oleodotto verso il Mar Rosso. Ma gli Emirati (4,4 milioni di barili), il Kuwait (2,5 milioni) e l’Iraq (4,3) milioni sarebbero del tutto tagliati fuori. Rivedremmo il petrolio raddoppiare a 150 dollari al barile e oltre.
Impatto sui prezzi?
Purtroppo non è impensabile. In primo luogo gli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran, hanno dimostrato di poter mantenere semichiuso lo stretto di Bab el-Mandeb dall’Oceano Indiano verso Suez malgrado più di un anno di pressione militare occidentale. La stessa amministrazione Trump ha bombardato gli Houthi per sette settimane fino a inizio maggio, fino a quando Trump stesso ha dichiarato: «Hanno capitolato». Altro esempio di declino americano. Nella prima settimana di giugno sono passate da Bab el-Mandeb appena trenta navi, come accade da più di un anno, invece delle ottanta in media di prima del blocco (gli Houthi chiedono un «dazio», o pizzo, ai mercantili per non aprire su di loro il fuoco dai promontori yemeniti).
Anche Israele può far saltare gli equilibri
Anche Hormuz ha già vissuto dei contraccolpi nella storia recente. Poco più di un anno fa l’Iran sequestrò il mercantile MSC Aries del gruppo di Gianluigi Aponte, in parte perché la moglie dell’imprenditore è israeliana. Prima ancora durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988) e durante le due guerre del Golfo (1991 e 2003) lo stretto aveva registrato momenti di forte destabilizzazione. Del resto anche Israele potrebbe far saltare i fragili equilibri del mercato, se prendesse di mira le infrastrutture iraniane dell’energia. Sabato ha colpito una raffineria affacciata sul South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo (in comproprietà fra Teheran a Nord e Qatar a Sud del Golfo). Ha distrutto anche dei magazzini di carburante. Erano tutti impianti per uso interno dell’Iran, non per l’export, ma l’energia è fungibile: se l’Iran ne ha persa per il proprio uso, può dover ridurre l’export. E soprattutto il mercato del gas resta più vulnerabile a questa guerra di quello del petrolio: oggi il metano in offerta è più scarso del greggio e soprattutto il Qatar è fondamentale per l’accumulo di riserve in Europa in vista prossimo inverno. Se Hormuz dovesse avere problemi, il commercio di gas liquefatto qatarino potrebbe esserne totalmente strangolato: infatti venerdì il gas europeo è rincarato ben oltre le medie mondiali.
Le due superpotenze
Chiaro, contro gli scenari peggiori su Hormuz sono schierati i due grandi spalleggiatori di Israele e Iran.
Gli Stati Uniti non vogliono che Israele colpisca l’industria degli idrocarburi di Teheran e lo hanno reso molto chiaro.
E la Cina, comprando (sottocosto) il 90% dell’export di greggio iraniano sotto sanzioni, sta chiedendo alla teocrazia sciita di lasciar fluire le petroliere del Golfo che alimentano la propria industria.
Così anche America e Cina saranno sottoposte a un severo testo nei prossimi giorni: sono in grado di governare i loro ben più piccoli alleati o ne stanno perdendo il controllo? Nel mondo senza leader né coalizioni formali di questi anni, non è certo che Washington e Pechino riescano a imporre fino in fondo la loro volontà a Gerusalemme e Teheran.
Può allentarsi la tensione su Putin
Ciò apre la domanda più scomoda: è possibile che Vladimir Putin si avvantaggi della deflagrazione in Medio Oriente? Trump è arrivato a indicare il dittatore russo come possibile mediatore, altro sintomo del declino americano. Ma certo nel breve Putin potrebbe guardare agli eventi con e non solo perché l’attenzione internazionale sul Medio Oriente allenterà la pressione su di lui in vista di una tregua; né solo perché effettivamente il Cremlino ha qualche influenza su entrambe le parti in guerra: il 15% degli israeliani parla russo e Israele ha votato di recente alle Nazioni Unite con la Russia stessa, la Corea del Nord, l’Ungheria, la Cina, l’America di Trump e l’Iran stesso contro una condanna delle azioni di Mosca; quanto all’Iran, è la Russia ad avergli venduto l’uranio per la bomba atomica, mentre collaborazione sui droni militari è nota (ma ora i russi hanno appreso la tecnologia e hanno sviluppato una propria industria)
La fortuna di Putin
Ma il punto più importante per la Russia è un altro: grazie ai rincari di questi giorni può vendere il proprio petrolio sopra il 60 dollari al barile, la soglia alla quale l’aggressione all’Ucraina diventa finanziariamente sostenibile; ogni aumento del barile da 10 dollari porta 25 miliardi di dollari in più nel bilancio del Cremlino, secondo l’economica Alexander Kolyandr del Center for European Policy Analysis di Washington. E le forniture di energia dalla Russia diventano più importanti nel mercato globale, portando Trump a essere ancora più contrario a qualunque nuova sanzione sul greggio di Mosca. Così la guerra in Medio Oriente rischia di favorire la guerra di Putin, almeno nell’immediato. In fondo anche questo è un sintomo sempre della stessa tendenza: il secolo americano sta lasciando posto al secolo del caos.


