L’Iran finirà come la Siria? Ecco perché il Mossad ci crede

L’offensiva militare israeliana ormai evoca un’operazione di «regime change», e affiora la speranza che sia possibile una cacciata di Khamenei dopo quella di Assad

L’Iran può fare la fine della Siria? L’offensiva militare israeliana, oltre all’obiettivo principale di bloccare i piani nucleari di Teheran, ormai evoca esplicitamente un’operazione di «regime change», il rovesciamento della teocrazia degli ayatollah. Netanyahu ne ha parlato, e oltre alle parole pesano i fatti: la selezione dei bersagli militari colpiti dagli israeliani finora è stata abbastanza coerente con l’affermazione che «questa è una guerra contro la Repubblica islamica, non contro l’Iran». Almeno nelle prime fasi dell’offensiva le forze armate di Tel Aviv sembrano aver colpito in prevalenza installazioni militari e capi dell’esercito. Perfino nei commenti di osservatori americani molto progressisti e anti-Netanyahu (ne citerò uno in particolare) affiora la speranza che sia possibile il bis della Siria: una cacciata di Khamenei dopo quella di Assad, il quale peraltro era stato a lungo protetto proprio dagli ayatollah. Un elemento decisivo per generare questa fiducia è l’ennesimo successo del Mossad. Dietro la precisione dei colpi messi a segno da jet e missili israeliani, c’è questa realtà: i servizi segreti del Mossad hanno continuato ad avere una rete di infiltrati e collaboratori dentro il regime di Teheran. Questo accade non solo perché il Mossad fa bene il suo mestiere, ma anche perché nella società iraniana è cresciuta la rabbia, l’esasperazione, il rigetto verso un regime dispotico, sanguinario, corrotto e incompetente. Il Mossad ha «gioco facile» – si fa per dire – a reclutare spie a Teheran perché in molti, anche ai piani alti, scommettono sulla fine del regime. Questo è uno dei segnali che colpiscono anche gli americani e possono renderli più favorevoli ad appoggiare l’offensiva in corso. In linea di principio Trump diffida di chi vuole trascinarlo in operazioni di «regime change» e «nation building» all’estero, vista la sua critica radicale delle guerre dei Bush. Però Netanyahu gli prospetta la possibilità di un successo storico – è dal 1979 che nessun presidente americano viene a capo della questione persiana – e con un impegno militare Usa abbastanza contenuto visto che il grosso delle operazioni è sulle spalle di Israele.

A riprova di questo cambio di clima negli Stati Uniti vi propongo la lettura di un giornalista molto autorevole, e notoriamente anti-Netanyahu: Thomas Friedman del New York Times. Da decenni Thomas Friedman è considerato uno dei reporter più competenti sul Medio Oriente, dov’è stato a lungo corrispondente e inviato. Ha sempre condotto una campagna implacabile di critica a Netanyahu, che avversa profondamente. Così come avversa Trump. Perciò colpisce il tono molto più neutro di questo suo ultimo commento, le aperture di credito che fa al premier israeliano – con l’eccezione importante di Gaza – e la credibilità che assegna a uno scenario di rovesciamento del regime fondamentalista di Teheran. Anche sulla politica mediorientale di Trump quest’ultimo intervento è meno negativo del solito. Sia pure con l’avvertimento che un cambio di regime non prelude necessariamente a uno scenario tranquillo. Qui trovate la traduzione integrale della sua ultima analisi, intitolata «Come giudicare ciò che sta accadendo tra Iran e Israele», dal sito del New York Times:

«L’attacco su vasta scala condotto venerdì da Israele contro le infrastrutture nucleari iraniane deve essere aggiunto all’elenco delle guerre decisive e trasformative che hanno rimodellato il Medio Oriente dalla Seconda guerra mondiale in poi, note semplicemente con le loro date — 1956, 1967, 1973, 1982, 2023 — e ora 2025. È ancora troppo presto per dire come verrà modificato il “grande gioco” mediorientale dal conflitto tra Israele e Iran del 2025, e gli esiti possibili sono numerosi. Tutto ciò che posso dire al momento è che sia l’ipotesi più ottimistica (che l’attacco inneschi un effetto domino culminante nella caduta del regime iraniano e nella sua sostituzione con uno più decente, laico e consensuale), sia quella più catastrofica (che l’intera regione prenda fuoco trascinando con sé anche gli Stati Uniti) sono entrambe sul tavolo. Tra questi due estremi rimane ancora una possibilità intermedia — una soluzione negoziata — ma non per molto. Il presidente Trump ha abilmente usato l’attacco israeliano per dire, di fatto, agli iraniani: “Sono ancora pronto a negoziare una fine pacifica del vostro programma nucleare, e forse dovreste farlo in fretta — perché il mio amico Bibi è P-A-Z-Z-O. Aspetto una vostra chiamata.”

Data l’ampiezza di scenari possibili, la cosa migliore che posso offrire è un elenco delle variabili chiave che monitorerò per capire quale di questi esiti — o uno ancora imprevisto — sarà il più probabile.

Primo punto: ciò che rende questo conflitto tra Iran e Israele così profondo è il giuramento di Israele di continuare la lotta fino all’eliminazione, in un modo o nell’altro, della capacità dell’Iran di costruire armi nucleari. L’Iran ha in parte invitato questo attacco, accelerando enormemente l’arricchimento dell’uranio fino a livelli vicini a quelli per armamenti. Ha cominciato a mascherare queste attività in modo così aggressivo da portare persino l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, giovedì, a dichiarare che l’Iran non stava rispettando i propri obblighi sul non proliferare armamenti nucleari — è la prima volta in vent’anni che l’agenzia lo afferma. Israele ha più volte in passato “puntato il fucile” contro il programma nucleare iraniano, ma ogni volta si è ritirato all’ultimo momento, sotto la pressione americana o per i dubbi interni all’esercito. Di qui la portata di quanto sta accadendo oggi.

Secondo punto: la grande questione tecnica è se i bombardamenti israeliani sui siti di arricchimento dell’uranio, come Natanz — situato in profondità sottoterra — abbiano prodotto uno shock sufficiente da compromettere le centrifughe usate per arricchire l’uranio, superandone gli ammortizzatori, e rendendole inservibili almeno per un po’. Anche se così non fosse, è lecito assumere che Israele abbia colpito almeno gli accessi agli impianti sotterranei, per rallentarne il funzionamento. Il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che Israele ha inflitto danni significativi a Natanz, il principale impianto iraniano, ma è meno chiaro se e come sia stato colpito Fordow, un altro sito di arricchimento. Se Israele è riuscito a danneggiare il programma nucleare iraniano al punto da costringerlo a un’interruzione, anche temporanea, delle operazioni, si tratterebbe di un guadagno militare significativo, tale da giustificare l’operazione.

Terzo punto: mi interessa altrettanto l’impatto che questo conflitto potrebbe avere nella regione — in particolare sull’influenza storicamente nefasta dell’Iran su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove Teheran ha armato e sostenuto milizie locali per controllare indirettamente quei Paesi e impedirne l’avvicinamento a governi consensuali e filo-occidentali. Rimuovere la “mano morta” dell’Iran da questi regimi, un cambiamento iniziato con la decisione del primo ministro Netanyahu di decapitare e indebolire la milizia Hezbollah, ha già prodotto risultati in Libano e Siria, dove nuovi leader pluralisti hanno preso il potere. Sono ancora in condizioni fragili, purtroppo, ma hanno ora una speranza — anche in Iraq — che prima non esisteva. La loro fuoriuscita dalla sfera d’influenza iraniana è stata accolta positivamente dalle popolazioni locali.

Quarto punto: una cosa che mi ha sempre colpito di Netanyahu è la sua lucidità strategica come attore regionale, e la sua incompetenza strategica come attore locale nei confronti dei palestinesi. A livello regionale, la sua mente è libera da vincoli ideologici e politici. Ma a livello locale, per esempio a Gaza, le sue decisioni sono dominate dal bisogno di sopravvivere politicamente, dal suo impegno ideologico a impedire uno Stato palestinese a ogni costo, e dalla sua dipendenza dalla destra estrema israeliana per restare al potere. Così ha impantanato l’esercito israeliano nelle sabbie mobili di Gaza — un disastro morale, economico e strategico — senza alcun piano su come uscirne.

Quinto punto: se ti stai chiedendo come questo conflitto potrebbe influire sui tuoi investimenti pensionistici, la cosa da osservare con maggiore attenzione è se l’Iran cercherà di destabilizzare l’amministrazione Trump facendo impennare il prezzo del petrolio e creando inflazione in Occidente. L’Iran potrebbe per esempio affondare alcune petroliere nello stretto di Hormuz o riempirlo di mine navali, bloccando di fatto le esportazioni. Solo la prospettiva ha già fatto salire i prezzi del greggio.

Sesto punto: com’è possibile che l’intelligence israeliana sia così precisa da individuare e uccidere i due massimi comandanti militari iraniani, insieme ad altri ufficiali? Certo, il Mossad e l’unità di cyber-intelligence 8200 sono estremamente competenti. Ma se vuoi conoscere il vero segreto, guarda la serie “Teheran” su Apple TV+. La fiction racconta le missioni di un’agente del Mossad a Teheran. Ciò che emerge, ed è vero nella realtà, è che moltissimi funzionari iraniani sono disposti a lavorare per Israele a causa dell’odio profondo verso il proprio governo. Questo facilita il reclutamento di agenti ai massimi livelli del governo e delle forze armate iraniane. Questa realtà offre a Israele non solo vantaggi diretti, come la precisione degli attacchi, ma anche un vantaggio indiretto: ogni volta che i leader militari e politici iraniani si riuniscono per pianificare attacchi contro Israele, ognuno deve chiedersi se chi gli sta accanto è una spia israeliana. Questo rallenta enormemente la pianificazione e l’innovazione. Aggiungiamo che il leader supremo iraniano ha appena visto assassinati i suoi due principali comandanti — il capo di stato maggiore delle forze armate e il comandante dei Guardiani della Rivoluzione. È probabile che si nasconda in un bunker, rallentando ulteriormente le decisioni.

Settimo punto: se Israele fallisse — e per fallimento intendo che il regime iraniano, pur ferito, riesca comunque a ricostituire le sue capacità nucleari e a mantenere il controllo sulle capitali arabe — si profilerebbe una guerra di logoramento tra i due eserciti più potenti della regione. Questo renderebbe il Medio Oriente ancora più instabile, farebbe esplodere nuove crisi petrolifere e potrebbe indurre l’Iran ad attaccare regimi arabi filo-americani e forze statunitensi. L’amministrazione Trump non avrebbe altra scelta che intervenire — probabilmente con l’obiettivo non solo di porre fine alla guerra, ma di porre fine al regime iraniano. A quel punto, ogni previsione sarebbe impossibile.

Infine: diversamente da quanto fatto a Gaza, Israele ha cercato in ogni modo di evitare vittime civili iraniane, perché in ultima analisi vuole che siano gli stessi cittadini iraniani a riversare la loro rabbia contro il regime, colpevole di aver sprecato immense risorse nella costruzione di un’arma nucleare. Parlando in inglese in un video diffuso subito dopo l’attacco, Netanyahu si è rivolto direttamente al popolo iraniano: “Non vi odiamo. Non siete i nostri nemici. Abbiamo un nemico comune: un regime tirannico che vi opprime. Da quasi cinquant’anni, questo regime vi ha derubato della possibilità di una vita dignitosa.” Gli iraniani non si faranno certo ispirare da Netanyahu, ma non c’è dubbio che il regime fosse già impopolare. Non si può prevedere cosa accadrà ora che è stato umiliato militarmente da Israele. Solo tre anni fa, il regime degli ayatollah ha arrestato oltre 20.000 persone e ne ha uccise più di 500, nel tentativo di reprimere una rivolta scoppiata dopo che la “polizia morale” aveva arrestato Mahsa Amini, 22 anni, per non aver coperto adeguatamente i capelli con il velo. Lei morì in carcere.

Guardando al futuro, due sono le lezioni più importanti che si possono trarre dalla storia: i regimi come quello iraniano sembrano forti — finché non crollano all’improvviso. E nel Medio Oriente, l’alternativa all’autocrazia non è necessariamente la democrazia: può anche essere un lungo periodo di caos. Perciò, per quanto io desideri vedere la caduta di questo governo, attenzione ai pilastri che crollano».