L’Iran come nel 1980: la guerra con Saddam

Il livello di distruzione che l’Iran subisce in questi giorni ha un solo precedente nella sua storia recente:

la guerra con il vicino Iraq del 1980-1988

Il livello di distruzione che l’Iran subisce in questi giorni ha un solo precedente nella sua storia recente: è la guerra con il vicino Iraq del 1980-1988. È un lontano ricordo per molti iraniani, per altri è preistoria, visto che il paese ha una popolazione mediamente assai giovane. Ma i due eventi, pur con le enormi differenze, hanno in comune una genesi analoga: un micidiale errore di calcolo della stessa leadership islamica, con al centro la figura della guida suprema Ali Khamenei. 45 anni fa per la verità Khamenei stava ancora costruendo il proprio potere all’ombra del suo maestro e protettore, l’ayatollah Khomeini, leader della rivoluzione che l’anno prima aveva deposto e cacciato lo Scià filo-americano. Quel gruppo dirigente originario della rivoluzione islamica aveva subito proclamato la sua intenzione nei confronti del paese vicino: l’Iraq andava annesso alla stessa rivoluzione sciita, il despota Saddam Hussein aveva le ore contate, Teheran lo condannava a fare la stessa fine dello Scià. Dopo un anno di questo genere di minacce pubbliche, Saddam passò all’azione attaccando per primo l’Iran. La guerra durò otto anni, si concluse con una sorta di pareggio, dopo che i due paesi avevano pagato un prezzo atroce in termini di distruzioni e di perdite umane.

L’analogia investe anche i protagonisti a Teheran e le loro strategie. Nel 1979-80 pensarono che giurare a Saddam la sua fine non avrebbe avuto conseguenze? Che lui avrebbe subìto la minaccia esistenziale senza reagire? Khamenei è il sopravvissuto di quella stagione rivoluzionaria, ai suoi fianchi i ranghi dei suoi compagni e collaboratori sono stati assottigliati dalle esecuzioni israeliane. Lui però sembra schiavo di una «coazione a ripetere». Commette gli stessi errori pensando di ottenere risultati diversi? Non solo la sua Repubblica islamica fin dalla nascita nel 1979 ha giurato la distruzione dello Stato d’Israele e lo sterminio degli ebrei, ma il 7 ottobre 2023 il suo braccio armato palestinese ha mostrato concretamente quali forme quello sterminio poteva assumere; infine Khamenei è andato avanti nella preparazione di un’arma nucleare che per Tel Aviv è sinonimo di «soluzione finale». L’esito è stato simile a quello del 1980 con l’Iraq: il vicino minacciato di morte ha scelto di reagire prima che fosse troppo tardi.

Oggi la leadership israeliana, Benjamin Netanyahu in testa, pensa che sia scoccata l’ora finale per Khamenei, il momento in cui pagherà per i suoi errori. L’insistenza con cui Tel Aviv sottolinea che il bersaglio dei suoi bombardamenti è la Repubblica islamica, non l’Iran, nasce dalla convinzione che questo sia il momento adatto per sfruttare l’impopolarità del regime e le sue divisioni interne. A parte l’enorme risentimento della società civile, anche nella nomenclatura islamista non tutti avrebbero condiviso l’ossessione di Khamenei per la distruzione d’Israele. Le correnti moderate o comunque critiche all’interno del regime hanno visto crollare l’Asse della Resistenza costruito da Khamenei: uno dopo l’altro, nella controffensiva dopo il 7 ottobre 2023, Israele ha decapitato Hamas, Hezbollah in Libano, Assad in Siria. Di quell’Asse della Resistenza restano in piedi per adesso gli Houthi, non è un bilancio esaltante. La debolezza di Khamenei potrebbe essere utilizzata da Israele anche per riattivare le «cellule dormienti» di cui dispone all’interno dell’Iran: per esempio i tanti gruppi etnici repressi da Teheran, a cominciare dai Beluchi.

L’analisi d’Israele – che questo sia il momento della spallata finale per eliminare Khamenei – forse è condivisa sottovoce dalle potenze dell’arco arabo conservatore sunnita dell’area. Le recenti aperture del principe saudita Mohammed bin Salman all’Iran, possono nascere dalla stessa convinzione che ci sia già pronto a Teheran un ricambio, generazionale e politico, magari nella stessa direzione imboccata anni fa a Riad: non la democrazia, ma un dispotismo tecnocratico, illuminato e laico, disposto a rappacificarsi con Israele e con l’Occidente.

Non mancano le complicazioni in questo scenario. Ne elenco rapidamente solo tre. Prima: da ieri Israele ha incluso nei suoi bersagli alcune infrastrutture petrolifere dell’Iran, se Khamenei reagisce bloccando lo Stretto di Hormuz le ripercussioni sui mercati mondiali potrebbero indurre Trump a premere per una soluzione diplomatica (gli Stati Uniti sono autosufficienti in energia, a differenza di Europa e Cina; però un’impennata poderosa dei prezzi petroliferi rilanciano l’inflazione anche a casa loro, cosa che Trump aborrisce). Seconda complicazione: avendo reso esplicito l’obiettivo di «regime change», non più soltanto quello di bloccare i piani nucleari di Teheran, Netanyahu ha abbassato molto la soglia di definizione del «successo» per Khamenei, perché a questo punto per l’ayatollah la semplice sopravvivenza del suo regime può essere presentata come una vittoria. Terzo: ancora non sappiamo se Cina e Russia sono disposte ad assistere impotenti alla disfatta totale del loro alleato iraniano, o se ci sia una linea rossa oltre la quale cercheranno di intervenire per limitare l’enorme danno strategico.