PAOLO GIORDANO

L’inevitabilità storica, che un po’ ci rassicura, è un concetto pericoloso, allora come oggi. E la presenza di un «Male» con la maiuscola è il prerequisito fondamentale
A ottant’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, si parla ancora dell’inevitabilità storica di quelle azioni. Senza gli attacchi atomici il Giappone non si sarebbe arreso, la guerra sarebbe andata avanti ancora a lungo con una perdita di vite maggiore eccetera. Come tesi non è solo controfattuale: probabilmente è anche falsa. E se pure la si volesse prendere in considerazione per la prima bomba, quella su Hiroshima, non varrebbe comunque per quella di Nagasaki, che è stata puro accanimento, smania di distruzione.
L’inevitabilità storica, che un po’ ci rassicura, è un concetto pericoloso, allora come oggi. Le associazioni di sopravvissuti ai bombardamenti atomici portano avanti dall’inizio una forma di memoria proattiva, che guarda al presente e al futuro più che alla commemorazione della sofferenza subita. Sono attivisti insomma. Il modo migliore di parlare dell’agosto 1945 sembra allora quello di imitarli, interrogandoci su ciò che le bombe di ottant’anni fa dicono del mondo di adesso. Un mondo in guerra. E la categoria resistente dell’inevitabilità mi sembra proprio la cerniera fra gli eventi di allora e quelli attuali.
Netanyahu, maggio 2025: la nostra è «una guerra necessaria, morale e giusta. Una guerra del bene contro il male».
Kim Jong Un a Vladimir Putin, settembre 2023: «L’esercito e il popolo russo trionferanno contro il male».
Se ne possono trovare innumerevoli dall’intonazione simile.
D’altra parte, Europa e Stati Uniti sono alle prese da quasi trent’anni con «il male assoluto del terrorismo» nelle sue molteplici incarnazioni, e insistono in ogni occasione sulla presenza di un «asse del male», del quale farebbero parte Federazione Russa, Iran e Corea del Nord, ma dentro il quale sono transitati altri nel passato recente.
Il male assoluto
La presenza di un «male assoluto» — anzi di un «Male» con la maiuscola — è il prerequisito fondamentale dell’inevitabilità, ed è centrale nell’immaginario collettivo, ovunque, almeno dal 2001 in avanti. Perché, se esiste un male assoluto, allora esiste anche un bene assoluto in grado di sconfiggerlo. Che, anzi, è obbligato a farlo. Il male assoluto va estirpato, eradicato, annientato. Se si annida nei tunnel di Gaza, allora Gaza va rasa al suolo. Se è trincerato nelle acciaierie di Azovstal, allora va bruciata tutta l’Ucraina. È inevitabile.
Ma il «male assoluto» non porta con sé solo il principio dell’inevitabilità. Produce anche una forma di cecità selettiva. I singoli conflitti e le singole azioni all’interno dei conflitti smettono di essere considerate in quanto tali, giuste o ingiuste, etiche o criminali, non ne vale più la pena, perché ogni discernimento è ingoiato dal principio generale di una guerra fra forze del bene e forze del male.
E il pensiero del male assoluto — questo il dettaglio più cruciale — non alberga solo nel cuore dei leader e dei generali dell’esercito: è pervasivo, riguarda ognuno di noi, anche nel nostro quotidiano, è un’attitudine alle cose e alle idee, un modo di porsi nei dibattiti. Il male contro il bene, sempre e comunque. Di qua oppure di là.
La militarizzazione
Racconta il «New York Times» che in Giappone si fa sempre più largo l’idea che una militarizzazione del Paese sia necessaria. Non solo per via delle mire espansionistiche della Cina, ma perché gli Stati Uniti, che avevano imposto il disarmo al Giappone e contestualmente promesso di difenderlo, sono più inaffidabili che mai. Così, il Paese che negli ultimi ottant’anni ha portato avanti un’idea radicale di pacifismo, disegnato milioni di bandiere arcobaleno attorno ai memoriali delle bombe e piegato un’infinità di origami di gru, devia lentamente verso un futuro bellicista.
Per motivi non troppo diversi l’Europa stanzia fondi per il riarmo, e così via. L’inclinazione della storia presente è ormai chiara, ognuno si prepara. A cosa esattamente? A uno scenario di conflitto maggiore. Non occorre chiamarlo per forza Terza Guerra Mondiale (ammesso che i focolai attivi non lo siano già), anzi sarebbe meglio evitarlo. Perché la «Guerra Mondiale» è un altro concetto assoluto che non ci permette di guardare di volta in volta i dettagli e la loro gravità specifica.
E tuttavia, nel riarmo collettivo, quello che manca completamente è un dibattito sovranazionale su come la guerra andrebbe fatta. Con quali regole, con quali armi, con quali protezioni per i civili, con quali prospettive realistiche che non siano la distruzione del «maligno», con quali tabù. Insomma, quei principi che sembravano stabiliti una volta per tutte proprio dopo le bombe atomiche sul Giappone.
Due guerre proseguono indisturbate da decine di mesi — due guerre che perfino chiamare guerre non è corretto —, vanno avanti con l’uccisione quotidiana e deliberata di civili, con gli ospedali presi di mira, con la fame. Modalità che un tempo sarebbero state nascoste nelle sacche più vergognose delle guerre civili e che invece sono rese regola di azione da Stati sovrani. Dovremmo iniziare a chiederci il perché, al di là della dissennatezza dei governi e dei singoli presidenti. Perché, se non perché abbiamo coltivato per decenni, tutti noi, nel nostro piccolo immaginario, l’idea di un «male assoluto» da sconfiggere, e della liceità di ogni mezzo per riuscirci? L’idea, tutta atomica, che in circostanze eccezionali anche la violenza senza limiti fosse inevitabile?


