Luciano Garofano, il generale e il bambino
Giusi Fasano per
«Ci sono ricordi che non vanno via, proprio come il Dna».
Per esempio quali?
«Per esempio le macchie di sangue al piano superiore della villetta di Novi Ligure».
Per i pochi che non sapessero: il caso è noto come «delitto di Novi Ligure». È il 2001, Erika De Nardo, 16 anni, e il suo fidanzatino, Omar (17), uccidono a coltellate la madre e il fratellino di lei; 40 colpi alla mamma, 57 al piccolo. Torniamo al muro.
«Quello al piano di sopra, appunto, era sporco di sangue solo in basso, e quelle macchie raccontavano che Gianluca, 11 anni, si era spostato carponi, già ferito, cercando di fuggire. Venne raggiunto in bagno, tentarono di annegarlo, di dargli veleno per topi, lo finirono con altre coltellate. Non scorderò mai il luminol che si accese nella vasca da bagno… Mi sembrava di vedere quel bambino lottare disperatamente per vivere. All’epoca i miei figli avevano la stessa età di Erika e Omar, mi sono chiesto un sacco di volte: com’è possibile che degli adolescenti possano essere così crudeli?».



Sono passati 24 anni e in questi 24 anni le analisi scientifiche hanno raggiunto risultati impensabili. Secondo lei oggi Jack lo squartatore la passerebbe liscia?
«Credo proprio di no. E lo dico a ragion veduta perché noi ci siamo occupati di un caso simile».
Che sarebbe?
«Il serial killer Donato Bilancia. Non dimentichiamoci che in sei mesi uccise 17 persone e che noi del reparto scientifico, con i carabinieri di Genova, partendo dal nulla lo abbiamo identificato e preso nell’arco di due mesi. Lo aspettammo in un bar, lui bevve un caffè e dalla saliva risalimmo al dna: era lo stesso estratto da una cicca di sigaretta trovata accanto a una prostituta uccisa. Ci fu molto più di questo, ovviamente. Le indagini non sono mai esclusivamente scientifiche, anche quando vengono spacciate per tali. Ci sono logica, testimonianze, intercettazioni… insomma, le indagini classiche».
Il generale Luciano Garofano ci racconta di sangue e di indagini nel suo studio, a sud di Parma. Ha 72 anni e dal 2009 è in congedo dall’Arma dei carabinieri. Laureato in Scienze Biologiche alla Sapienza, specializzato in Tossicologia Forense, per tutti era e resta l’uomo dei Ris, il Raggruppamento investigazioni scientifiche che lui ha guidato, a Parma, dal 1995 (quando ancora non si chiamava così) al giorno del congedo. Che non ha mai coinciso con la parola «riposo» perché, come dice lui stesso, «lavoro più di prima».
Cominciamo dalla famiglia. Sposato? Figli?
«Sono sposato e innamorato dal 1980, mia moglie è una biologa che ho conosciuto quand’ero in terza liceo. Tre figli: due maschi di 40 e 36 anni e la piccola, diciamo così, di 23. Il primogenito è un dirigente Asl, il secondo è uno psicologo giuridico, che divide lo studio con me, e mia figlia studia da attrice a Genova. E poi ci sono quattro nipotini magnifici».
Quando capì che la sua vita sarebbe stata fra le provette?
«Ho sempre avuto la propensione per le materie scientifiche. Volevo fare il medico ma Medicina mi sembrava troppo lunga e allora ho scelto Biologia perché mi interessava fare il ricercatore, volevo studiare le cellule del dna in chiave anticancro. Ma ci fu un imprevisto»
Quale?
«Il servizio militare. Cercai di evitarlo ma alla fine mi toccò arrendermi, e siccome mio padre era un ufficiale dei carabinieri e per me l’Arma era casa, decisi di farlo come ufficiale di complemento. Era il 1977 e un giorno ci portarono in un laboratorio della Scuola Ufficiali che si chiamava Centro Carabinieri Investigazioni Scientifiche (Ccis), una struttura allo stato ancora embrionale. Vidi il laboratorio, gli strumenti che l’università si sognava, vidi al lavoro il colonnello Alberto Corsi che era un chimico… ricordo che mi chiesi: che ci fa un chimico qua? Fu amore a prima vista. In quel preciso momento si fusero le mie due anime, quella di carabiniere e quella di ricercatore. Avevo davanti la mia strada, non avrei lottato contro il cancro ma avrei fatto il ricercatore a scopo di giustizia».



Da lì in poi una carriera luminosa. Otto anni al Ccis, poi due anni al comando di una Compagnia dei carabinieri a Torino, lontano dai laboratori. E infine il ritorno ai reparti scientifici.
«Il trasferimento a Torino sulle prime mi sembrò penalizzante, ho capito dopo che invece mi sarebbe servito saper gestire il comando di un reparto. Successe che mentre ero lì mi invitano a un congresso per presentare un lavoro di ricerca in America Latina. L’allora comandante generale Antonio Viesti si incuriosì e mi convocò. Mi disse: “Ho visto l’invito e ho letto il suo profilo. Mi dica una cosa: vuole rimanere nell’Arma territoriale o vuole tornare al servizio scientifico?” Ovviamente scelsi la scienza e finiti i due anni torinesi tornai al Ccis. Mi occupai di tante inchieste, compresa la strage di Capaci, e in quell’inchiesta successe una cosa strana».
Cioè?
«Il nostro laboratorio, assieme a quello della polizia scientifica, fece le analisi sui 51 mozziconi di sigarette che Santino di Matteo e gli altri mafiosi fumarono in attesa che passasse il giudice Falcone con la moglie e la scorta. La faccio breve. Dopo l’arresto di Di Matteo (ero ancora capitano) andai in carcere per il prelievo del suo dna e gli dissi che lui poteva rifiutarsi ma che poi il giudice avrebbe ordinato il prelievo coatto. Lui rifiutò. Quindi tornai la seconda volta e lui se ne uscì con una richiesta che sorprese tutti: “vorrei rimanere solo con il capitato Garofano”. Pensai: che vuole adesso questo da me? Rimanemmo soli e lui mi disse: lei mi pare una persona affidabile, volevo dirle che ho deciso di collaborare con la Giustizia. Tutto mi sarei aspettato tranne quelle parole. Avvisai la procura e il resto è scritto nella storia della lotta alla mafia…»
Nel 1995 prese il comando del Sottocentro Carabinieri investigazioni scientifiche di Parma. Un nome che nel 2000 mutò in Ris. Qual è il suo primo ricordo sul campo da comandante di una sezione scientifica?
«Ci fu l’omicidio di un transessuale e arrivai con i miei uomini sul posto. Avevo introdotto l’uso delle tute per il sopralluogo. Arrivò il pubblico ministero che non avevo mai incontrato, mi presentai e lui mi chiese di entrare. Lo fermai e gli dissi: dottore, la pregherei di mettersi la tuta, i guanti, la mascherina perché solo così possiamo proteggere la scena del crimine. Risposta: ma lei ha capito chi sono? E io: sì, il pubblico ministero.
Ma se entra così rischiamo di contaminare tutto».
Come finì?
«Era rimasto di stucco ma seguì le mie indicazioni. Del resto ricordo che quando la parte scientifica cominciò a imporsi sulle indagini gli investigatori tradizionali ci trattavano come un reparto di serie b. Ci guardavano come per dire: si, vabbè, arrivano i fantasmi in tuta bianca a fare un po’ di scena…»
È raro trovarla fuori da un caso di cronaca importante. Donato Bilancia, Novi Ligure, la strage di Erba, l’omicidio Rostagno, la contessa Vacca Agusta, Carretta, il delitto di Cogne, il rapimento del piccolo Tommy, Via Poma, la morte dei fratellini Ciccio e Tore, Garlasco… Che cosa si porta dentro, emotivamente, se ripensa a tutto questo?
«Gli sguardi e la gratitudine dei parenti delle vittime. Ne ho in mente tanti ma per farle qualche esempio: mi commuovo se penso al padre di Simonetta Cesaroni che, dopo tanti anni, e con gli occhi gonfi di lacrime ci guardava senza dire una parola mentre recuperavamo la traccia di sangue sul mobilio di via Poma. Quegli occhi ci dicevano di trovare un senso, una soluzione, un perché a quello che era successo. E ricordo anche il silenzio assordante dell’ingegner De Nardo, davanti alla sua villetta di Novi Ligure. Mi sentivo interrogato dal suo sguardo, come se mi stesse chiedendo: me lo dica lei, com’è stato possibile? Se ne stava lì fuori e diceva soltanto “buonasera” e “grazie per quello che fate”. Ho pensato spesso a lui».
Cosa pensa della riapertura delle indagini di Garlasco?
«Che il dna della perizia fatta nel 2014 non è attribuibile a nessuno, Alberto Stasi e Andrea Sempio compresi».
Lei immagina sempre le vittime dei crimini che segue?
«Beh, sì. Fra la mia emotività e la vittima metto la distanza dei rilievi scientifici. Però se mi occupo di Desirè Piovanelli non posso fare a meno di pensare a lei che scappa dalle scale insanguinata, alle sue impronte di sangue sul muro, ai suoi assassini che la rincorrono con il coltello… Se penso ai fratellini di Gravina non posso non immaginare loro che urlano, feriti e soli, al buio e al freddo, in quella cisterna. Io sono sempre stato convinto che sono finiti lì dentro mentre giocavano con altri ragazzini che ora sono uomini e che sanno come andò. Oggi la scienza potrebbe fare molto per cercare la verità di quel caso ma purtroppo il giudice non ha voluto riaprire. Peccato».
Lei si è congedato nel 2009 in anticipo. Perché?
«Era il periodo più duro della mia vita. Ero finito sotto inchiesta per peculato, truffa e falso. Mi ero candidato alle Europee senza successo e in più fui trasferito a Roma…Decisi di andarmene con grandissima amarezza e fui promosso generale il giorno prima di lasciare».
Non si arrivò nemmeno al processo. Fu archiviato tutto prima.
«Non poteva che essere così. Come dissi in una intervista dell’epoca: conoscere il male, vederlo ogni giorno da vicino, genera gli anticorpi per sconfiggerlo».
Se fosse possibile tornerebbe al comando del Ris?
«Subito, anche gratis».
Lei ha paura della vecchiaia e della morte?
«Più che paura direi dispiacere. Ogni tanto penso agli anni che passano sempre più veloci e mi dispiaccio. Mi spiace che tutto debba finire. Ma mi ritengo fortunato della vita che ho fatto, sia sul lavoro sia a livello personale. Mi piace moltissimo, la mia vita. E vorrei che non finisse mai».



