L’epica finale del Roland Garros 2025

Sinner, con Alcaraz la sconfitta più dura: i 3 errori fatali, le urla del pubblico per Carlos e quei colpi impossibili

Nel dramma sportivo Jannik cresce per il prossimo decennio, che si annuncia portentoso come l’epopea dei Big Three e forse addirittura di più. Lo spagnolo si conferma come nessun altro

Gaia Piccardi

No. Non è stata una partita di tennis. Finisce all’imbrunire, mentre Parigi accende le sue mille luci, una vicenda a tratti sfuggita alle leggi del reale. L’ultimo passante che Alcaraz infila nella cruna dell’ago di Sinner, quando l’orologio segna 5h29’ dall’inizio della finale del Roland Garros (record), ci dice che Carlos ha avuto più voglia di vivere di Jannik, che si è suicidato con quei tre match point gettati nella Senna sul 5-3 del quarto set; sarebbe ingiusto, però, giudicare questo romanzo dal finale amaro per il n.1, la cui grandezza non esce ridimensionata dalla quinta sconfitta consecutiva — la più dura — con il ragazzo che si conferma punizione divina. Nel dramma sportivo, come a Roma ma amplificato dalla dimensione Slam, Jannik guadagna umanità, un bene prezioso che gli sarà utile nel prossimo decennio, che si annuncia portentoso come l’epopea dei Big Three. Forse addirittura di più.

Il primo game, durato dodici minuti e sedici punti, è già una dichiarazione di guerra. Finirà, come spesso succede nel tennis, con lo sconfitto che mette a segno più punti del vincitore (193 a 192 per Sinner), con una girandola di break inedita per gli uomini, sia pure sul rosso: 7 palle break convertite su 15 per l’azzurro, 7 su 14 (50%) per lo spagnolo, nessuno dei due ha trovato nel servizio un’arma di distruzione ma è interessante notare che Alcaraz ha perforato Jannik con il kick a uscire in ogni snodo del match, ha chiuso con una percentuale più alta di punti vinti sulla seconda (57%) e, in generale, ha avuto il merito di aver sempre creduto nella rimonta, anche quando sembrava impossibile, irrazionale, folle. Sulla coscienza di Sinner, come all’Open Usa 2022 quando al cospetto di Carlitos ne sprecò uno, rimangono quei tre rigori parati dal destino nel momento in cui non bisognava avere pietà dell’avversario. Due errori in lunghezza e un dritto in rete hanno ridato ossigeno ad Alcaraz, che ha chiesto il sostegno del pubblico (ottenendolo) e ha cominciato a costruire, punto su punto, un’altra partita.

Va detto ancora una volta, e non saranno mai abbastanza, che il ragazzo di Murcia è un avversario come nessun altro. Al netto degli alti e bassi, e delle pause che la paura di diventare grande ancora gli impone di concedersi, ha la magia nel braccio. Per ricucire gli strappi provocati dalla violenza di Sinner, o uscire dagli stalli alla messicana di un equilibrio che non sapeva decidere da che parte stare, ha fatto cose autorizzate su carta intestata dagli dei del tennis: il recupero di dritto in chop a cui Jannik risponde sbiancando la riga, il passante con angolo sconosciuto alla geometria con cui aggancia l’azzurro sul 6-6 del quinto, il passaggio obbligato del viaggio. Nel tie break a dieci punti, poi, una traversata nel deserto per un Sinner al limite delle forze, Alcaraz è decollato per l’iperuranio (10-2), lasciando sulle gambe Jannik in riserva sparata, aggrappato al terreno come una stella alpina delle Dolomiti sotto la nevicata del secolo. E alla fine sommersa.

Il naufragare non è mai dolce, men che meno in questo mare di terra rossa. Carlos Alcaraz, quinto titolo Slam a 22 anni, un mese e tre giorni (esattamente come Nadal quando si annesse il Major n°5 a Londra nel 2008: la profezia si è rivelata corretta), si conferma campione del Roland Garros per il secondo anno consecutivo. Finisce 4-6, 6-7, 6-4, 7-6, 7-6, cinque set durante i quali è successo letteralmente di tutto, lasciandoci spesso a bocca aperta: Sinner e Alcaraz sono sempre più nemesi l’uno dell’altro, sempre più saldati, sempre più componenti di una formula chimica che innesca un’elettricità speciale, ed eccezionale, a ogni loro sfida. A Parigi, fin qui, la più memorabile.

L’abbraccio finale, quando Jannik va incontro a Carlos inzaccherato di terra con la certezza di aver preso parte a un evento raro e speciale, è sincero. «Sarai campione di questo torneo non una, ma tante volte. È stato un privilegio dividere il campo con te» dice il più bravo al migliore, in un cortocircuito tennistico che continua e ritroveremo tra tre settimane sull’erba. Sfuma il sogno indecente del Grande Slam, continua la storia di Jannik Sinner da Sesto Pusteria, Italy. Arrivederci a Wimbledon, ragazzi indaco, vestiti di bianco.

Che cosa farà Sinner dopo la sconfitta al Roland Garros: «Voglio stare con i miei genitori, mi aiuteranno a rialzarmi»

L’amarezza del numero uno del mondo: «Perdere così fa male, questa partita non è paragonabile a nessun’altra. Papà non era Parigi perché doveva lavorare»

Gaia Piccardi

È stato seduto a lungo con lo sguardo perso nel vuoto, ha partecipato alla cerimonia di premiazione officiata da Andrè Agassi con il corpo lì, sul palco montato per celebrare Alcaraz in mezzo al centrale, e l’anima altrove. Poi è venuto in conferenza stampa, traumatizzato come non l’avevamo mai visto (prima finale Slam perduta su quattro), nemmeno nella notte di New York dopo lo smacco del quarto di finale con match point a favore. I capelli umidi, gli occhi rossi, la voce stanca: «Ho passato un periodo duro, tre mesi difficili da gestire. Sono tornato e volevo vincere, volevo fare vedere… Sono rimasto attaccato alla finale, ho avuto le mie occasioni: perdere così fa ancora più male».

Jannik abbattuto, dopo la stagione delle 73 vittorie e sei sconfitte (2024), dopo l’Australian Open bis e la finale raggiunta a Roma rientrando dalla sospensione, è un’immagine inedita. «È stato un match di livello altissimo, purtroppo finito con il risultato che non volevo — dice —. Ero pronto. Più pronto che al Foro Italico. Il livello è stato più alto. Ho avuto le mie chance, ho perso: è difficile da accettare». Come si è scordato dei tre match point al quarto? «Ho cercato di resettare e andare oltre. Ma questo match non è paragonabile a nessun altro. E ora non posso più cambiare niente». A Wimbledon, nel 2022, perse un incontro con andamento simile da Djokovic. Scuote la testa: «Non ha nulla a che fare. Quello era un altro momento della mia carriera: quando Novak ha alzato il ritmo, sapevo che non avrei potuto fare niente».

Si sforza di pensare positivo, di guardare avanti. «È inutile piangersi addosso, è tempo perso. Non ho alternative: mi porto via da Parigi le cose positive e vado oltre». Parliamone, Jannik: «Un’altra finale Slam, la prima sulla terra, la terza consecutiva. So che posso esprimermi ad alto livello per cinque ore. È un risultato amaro, non posso esserne felice, mi aggrappo a queste cose, che altro potrei fare?». Chiusa la stagione sul rosso, si prende una pausa. Oggi torna a Sesto insieme a mamma Siglinde, che ieri ha patito le pene dell’inferno. «Ho voglia di tornare a casa, stare un po’ con i miei, attingere al loro affetto». Sono una famiglia normale, che lui sia numero uno non cambia niente, ci ricorda: «Papà non era a Parigi perché doveva lavorare. Non so neanche se, alla fine, è riuscito a vedere un po’ di partita…». 

Il team si ricompatterà a Montecarlo, poi partenza per Halle, in Germania, l’Atp 500 al via il 16 giugno di cui difenderà il titolo conquistato l’anno scorso, quando dedicò la vittoria all’ex fidanzata Anna Kalinskaya. «Dopo essermi preso il mio tempo ricomincerò da lì, non c’è altra strada, sennò rischi di perderti. Preparerò Halle per giocare qualche partita sull’erba in vista di Wimbledon, l’altro grande obiettivo stagionale. Questo è un momento che devo attraversare. Non è facile ma piano piano risalirò».

La classifica si allunga: Sinner ora ha un vantaggio di 2030 punti su Alcaraz, il rivale che in Church Road ha una cambiale enorme in scadenza. «Andiamo avanti» si dice ad alta voce. Il rebus Alcaraz rimane insoluto da Pechino 2023, veloce all’aperto, la superficie d’elezione di Jannik. Forse ambire a sconfiggerlo sul suo campo, sulla terra, con appena undici match sul rosso sotto le suole dal rientro, è stato un sogno troppo grande. Ma Sinner ci è arrivato a un passo, anzi tre. «Se avessi tirato il dritto sul match point, se, se, se…». Scompare nella notte di Parigi. Di solito la ricompensa per una grande vittoria è un hamburger con patatine. Ieri sera, chissà.

Perché Sinner contro Alcaraz ha dimostrato di essere un numero uno diverso destinato a durare per 10 anni

Jannik ha rimesso in piedi una partita che era ormai andata, quando sembrava morto ed era preso a pallate da un avversario posseduto dall’energia dei sopravvissuti. Non ha lasciato nulla. È rimasto lì

Marco Imarisio

Appena sotto di noi c’era un bambino francese che tifava Sinner in un modo quasi commovente. Ogni volta lo incitava, replicando a un pubblico ancora devoto a Nadal e quindi schierato per interposta persona con Alcaraz. Quando è cominciato un quinto set che sembrava una sentenza già scritta, aveva lacrime agli occhi, e il papà lo ha portato via per non farlo assistere all’umiliazione del suo eroe. Era finita. Con molti rimpianti per quei tre match point, certo. Ma era finita. Le fosse del tennis sono piene di partite con l’atto conclusivo come una pura formalità dopo che la vittima designata si è fatta sfuggire dalle mani la possibilità di vincere. L’ultima finale Slam in cui il perdente ha avuto match point a favore è ormai scolpita nella storia dello sport. Wimbledon 2019, 40-15 servizio Federer contro Novak Djokovic, in quella che fino a ieri era considerata la più bella o drammatica finale degli ultimi trent’anni, e che ora ha una seria concorrente. 

Ma Jannik ha rimesso in piedi una partita che era ormai andata, quando sembrava morto, quando era sotto 3-1 nel quinto e preso a pallate da un avversario posseduto dall’energia dei sopravvissuti. Non ha lasciato nulla. È rimasto lì, senza concedergli punti gratis, senza sciogliere, come si dice in gergo, anche se tutti vedevano che era la soluzione più probabile. Ha rimontato, fino ad arrivare ancora una volta a due punti dal match. Al posto della luna, che racconta di una reazione incredibile che ha reso questo match epico, la più lunga finale della storia dello Slam parigino, molte dita indicheranno invece i tre match point «sprecati» nel quarto set, e almeno uno di essi forse lo è stato davvero. Il primo lo ha salvato Alcaraz con un dritto lungolinea, il secondo è stato il solito servizio al corpo chiamato dal coach dello spagnolo. Sul 30-40, quel dritto tirato in rete per prolungare lo scambio sperando nell’errore altrui sarà un rimpianto che Sinner si porterà dietro a lungo. 

Quel che è successo dopo rende epica la finale di ieri, e spiega al meglio quel filo d’acciaio che sembra sempre attraversare il nostro numero 1 del mondo, uno che magari si spezza ma non si piega mai. «La vittoria appartiene al più tenace» è la frase di Roland Garros che si legge sulle tribune del Philippe Chatrier: Jannik ha onorato quella massima, che può sembrare retorica e che al contrario rappresenta una grande verità del tennis. Così perde un grande campione, questo dovrebbe essere il titolo dell’articolo che state leggendo. Dando tutto quello che aveva, cercando di vincere due volte una partita che era già sua, rifiutando una resa che al mondo intero sembra inevitabile, quasi logica. Ha resistito un centimetro alla volta, come diceva un vecchio film, cercando punti dove li poteva trovare, senza più gambe e con il morale a terra. 

Quando ha raggiunto Alcaraz, c’è stato un attimo di silenzio nello stadio. Stava succedendo qualcosa di inaudito, che strappava la finale a una conclusione in apparenza ineluttabile e ormai accettata anche dai rassegnati tifosi italiani. Quel quinto set perduto contiene la spiegazione della diversità di Sinner, il segreto che lo rende un campione non di passaggio, ma destinato a restare. La solidità mentale, la capacità di stare nella prova, valgono come i colpi straordinari del campione spagnolo, che non è la sua nemesi, come qualcuno comincia a sostenere, ma soltanto l’unità di misura con la quale dovrà sempre confrontarsi. Sembra impossibile, ma questi due faranno ciò che hanno fatto coloro che li hanno preceduti: lasceranno il tennis in uno stato migliore di come l’hanno trovato, obbligando gli altri ad alzare il livello per cercare di stargli vicino, generando un meccanismo di emulazione che darà frutti nel tempo. 

Quel 14 luglio del 2019, quando Federer con gli occhi pieni di lacrime strinse la mano a Djokovic, l’affranto telecronista della Bbc disse che per lui era finita: «Potrebbe non avere mai più una occasione come questa». Jannik invece ne avrà ancora tante. La storia dei grandi si scrive attraverso la loro rivalità. La finale di ieri è stata infinita, in ogni senso. Se vogliamo, era già cominciata nel lontano 2019, quando i due predestinati si incontrarono per la prima volta. Ma per fortuna nostra e del piccolo tifoso di Sinner, durerà almeno altri dieci anni.

La partita di tennis più bella che abbia mai visto:

Sinner e Alcaraz due fenomeni davvero speciali

Ha vinto un tennista speciale, Carlitos ha dimostrato di esserlo giocando benissimo in ogni momento importante della sfida. Ma attenti ai numeri del match. Jannik ha fatto un punto in più, 193 a 192. Malgrado ciò gliene è mancato uno, uno soltanto, l’ultimo. Il rammarico c’è…

Due fenomeni. Del tennis, di sicuro, e anche dello Sport. Forse della Natura. La partita più bella che abbia mai visto, non me ne vengono in mente altre, magari ci sono state, ma così lunghe (la più lunga finale del Roland Garros), così combattute e incerte, davvero non ho memoria…

Sinner ha fatto tutto il possibile

Ha vinto un tennista speciale, Alcaraz ha dimostrato di esserlo giocando benissimo in ogni momento importante della sfida. Ma attenti ai numeri del match. Sinner ha fatto un punto in più, 193 a 192. Malgrado ciò gliene è mancato uno, uno soltanto, l’ultimo. Il rammarico c’è. Sinner ha avuto il match in mano, o sulla sua racchetta se preferite. Tre match point nel quarto set. Lì avrebbe potuto fare qualcosa in più, ma è quasi ingiusto dirlo, perché Jannik ha fatto tutto il possibile, se non di più in questa finale, giunta dopo appena tredici match giocati dal suo ritorno al tennis.

Alcaraz inventa colpi impossibili

Quei tre match point falliti, hanno restituito vitalità ad Alcaraz. Va così lo sport, e c’è poco da fare. Cinque ore e venti hanno trasformato il match in una maratona dove tutto poteva accadere. E qualcosa di diverso, e di più favorevole a Jannik, ha preso di nuovo forma, dopo il lungo inseguimento del quinto set. Bravissimo Sinner a riprendere il match all’ultimo secondo. Ha riconquistato la parità, è giunto di nuovo a un soffio dalla vittoria, appena due punti. Alcaraz è stato bravo a inventare colpi impossibili, ne è uscito grazie al proprio talento, che è enorme. Una finale di livello straordinario, che conferma tutto il valore del nostro numero uno, e mantiene intatte tutte le sue possibilità di farcela in tutti i tornei e su tutte le superfici. Compresa la terra rossa del Roland Garros, che speravo davvero si consegnasse di nuovo a un tennista italiano.

Sinner-Alcaraz, cosa ha fatto lo spagnolo prima di annullare i tre match point: «Non c’è stato un 15 in cui non ho pensato di potercela fare»

I dettagli che hanno deciso la sfida: Alcaraz sotto di di 0-40 ha mostrato il pugno, ha sorriso e al suo coach. Per Sinner qualche giorno di relax poi obiettivo Wimbledon

Gaia Piccardi

Com’è triste, il Roland Garros, soltanto il giorno dopo. L’aratro rivolta la superficie del centrale, dove presto torneranno ad allenarsi i migliori talenti francesi: ogni granello di quella terra rossa conserva un atomo dell’energia potentissima sprigionata domenica da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, protagonisti di una finale memorabile vinta dallo spagnolo, che l’ha voluta di più, forse senza sapere di volerla di più.

C’è, infatti, nell’ingenua impudenza con cui Carlitos sembra estrarre dalla sua coscienza pensieri proibiti a chiunque altro — uno su tutti: la carezza di dritto con cui il due volte re di Parigi ha addomesticato la palla che avrebbe mandato Sinner a match point (sarebbe stato il quarto) sul 6-5 del set decisivo, suonata la quinta ora del viaggio dentro se stesso —, un’incoscienza vitale, come se il fanciullino del Pascoli si fosse reincarnato a Murcia, figlio del dimenticabile tennista Carlos senior e di Virginia ex commessa dell’Ikea, fratello di Alvaro, Sergio e Jaime, predestinato grazie all’intuito con cui scandaglia in profondità la realtà, che invece si è negata all’indagine razionale di Jannik. Un aneddoto raccontato ieri da Juan Carlos Ferrero, l’ex numero uno che allena Alcaraz sin da bambino, è rivelatore.

«Era sotto 0-40 sul suo servizio, aveva di fronte i tre match point». Un altro te lo immagini preoccupato, cupo sull’orlo del burrone. «Invece Carlitos mi ha guardato con un sorriso, e ha fatto il gesto del pugno, per dire: coach, non penserai mica che mi arrenda…». Sono pochissimi quelli che, in una situazione così, scelgono di vivere, anziché lasciarsi dolcemente morire. Djokovic a Wimbledon 2019 con Federer, Sinner nella Davis 2023 con Djokovic, Alcaraz a Parigi 2025 con Sinner. «Ho pensato che fosse il momento di tirare a tutto braccio, senza paura di sbagliare. Mi sono fidato di me: non c’è stato un quindici, nella finale con Jannik, anche quando stavo perdendo, in cui non ho pensato di potercela fare» ha detto. Una lezione di pensiero creativo.

E non è che il numero uno del mondo, che l’anno scorso ha perso 6 match sui 79 giocati e che a 23 anni ha già conquistato tre titoli Slam, sia da meno, intendiamoci. È che al cospetto delle qualità di Alcaraz i talenti di Sinner spesso s’inceppano (4-8 i confronti diretti, 0-5 negli ultimi quindici mesi), la polvere da sparo che nel braccio s’inumidisce, l’ipercontrollo cede all’empatia, Aristotele s’inchina a Platone. Carlitos ha istanti di connessione con le sfere celesti capaci di abbagliare anche Jannik, e il paradosso ci accompagnerà a Wimbledon, dove il sogno di tutti è ritrovare il migliore contro il più bravo in finale per la coppa più nobile del tennis, perché di quel nettare delizioso che è stata la sfida di Parigi vorremmo bere un altro sorso.

Ci sono anche ragioni pratiche, più terrene, a giustificare la sconfitta dell’azzurro al Roland Garros. In quelle cinque ore e 29 minuti di sganassoni Sinner ha vinto 108 degli scambi fino a quattro colpi (+13 su Alcaraz, 95) e 84 di quelli sopra i cinque colpi ma in quell’esercizio di endurance a ritmi furibondi ha prevalso lo spagnolo: +13 (97), il delta è stato scavato nel quinto set (27 punti ottenuti negli scambi prolungati contro i 17 del rivale) per dilagare nel super tie-break, dove lo spagnolo è volato 7-1 e poi 10-2 sostenuto da servizio e dritto. «Ho affrontato Djokovic e Nadal, purtroppo mai Federer negli Slam — ha riflettuto Sinner nella notte della disfatta —. Carlos mi dà la stessa sensazione». Ti ruba l’anima, cioè, e quando te la restituisce è troppo tardi.

Alcaraz è un tabù per Sinner? Le differenze sono minime, conteranno volontà e ossessione di vincere

Dalla finale non esce un verdetto definitivo, è una rivalità immensa come quella fra Djokovic e Nadal

Marco Imarisio

 Dopo queste cinque ore e ventinove minuti, si entra nella storia dall’ingresso principale, anche se sei lo sconfitto. Questo Roland Garros indimenticabile va in archivio, e con lui la benedetta stagione sulla terra rossa. Ma sta arrivando l’erba di Wimbledon. Il paradiso del tennis sta in un punto indefinito tra Parigi e Londra.

1) La finale più bella?
È un esercizio che stanno facendo tutti, come un cambio di stagione nel proprio armadio dei ricordi. C’è da sistemare la classifica delle più belle finali Slam. Già questo basterebbe a spiegare perché i rimpianti di Jannik Sinner si trasformeranno in semplici ricordi: ben presto, ci toccherà aggiornare nuovamente l’elenco. A ognuno la sua scelta. Wimbledon del 2019, Djokovic batte Federer, perché mai la posta in palio fu più alta. Oppure Wimbledon 2008, Nadal batte Federer, perché fu passaggio della torcia tra due grandi rivali, uno spartiacque. Ma la cosa più vicina per intensità a Sinner-Alcaraz è stata la finale dell’Open d’Australia, anno 2012, Djokovic batte Nadal. La più lunga e brutale di sempre. Corse folli, scambi terrificanti. E soprattutto, i due giocatori che con la loro rivalità avrebbero poi dominato il decennio seguente.

2) Il momento Alcaraz

Con abbondante uso del senno di poi, si può dire che Jannik perde la finale perché giustamente tenta di vincerla. Scusandoci per il paradosso: sul 6-5 in suo favore del quinto set, servizio Alcaraz, il campione italiano ha miracolosamente riguadagnato l’inerzia del match. È l’unico momento in cui il suo fenomenale avversario appare scarico. Jannik sente il momento, e spinge. Alcaraz si salva con un recupero sovrannaturale e un colpo vincente. Sono i tuoni che annunciano il temporale. Quella iniezione di fiducia porta lo spagnolo a giocare il super tie-break in una trance agonistica accessibile solo a lui. Sia ben chiaro, non è una critica, ma una constatazione a futura memoria: con i momenti di erezione tecnico-agonistica di Carlitos dovremo convivere ancora a lungo. 

3) I Big Two
L’erba di Londra rende ancora più intrigante l’attesa. Perché è l’unica superficie sulla quale entrambi possono perdere da avversari diversi da loro due. Nessuno pensi che per via della superficie veloce Jannik sia favorito: quando c’è da scivolare, come sulla terra e sul verde, lo spagnolo conserva un leggero vantaggio. Sul cemento, è un altro discorso e un altro tennis. Ma chi legge la finale di Parigi vedendoci la conferma di un tabù-Alcaraz da parte di Sinner, sbaglia. Alla loro età, i precedenti contano poco. Le differenze sono minime, e se c’era, lo scarto si è assottigliato a favore dell’italiano. Conterà di più l’ossessione, la voglia di migliorarsi ancora. Anche per questo, c’è da avere fiducia.

John McEnroe:

«Sinner ed Alcaraz sono unici come i Beatles e i Rolling Stones»

John McEnroe: «Sinner ed Alcaraz sono unici come i Beatles e i Rolling Stones»

Gaia Piccardi

Ha fatto la cyclette in palestra accanto ad Alcaraz, ha tessuto le lodi di Sinner. «Il livello del loro tennis è il più alto che ho mai visto: sia Jannik che Carlos sarebbero i favoriti contro Nadal, al suo meglio, al Roland Garros». Opinabile, ma è John McEnroe, il genio dei sette Slam, talent di Eurosport, a dirlo. Indaghiamo.

Il Roland Garros è finito col botto, John.
«Ho parlato con Cahill, mi ha detto che la preoccupazione è stata non far perdere a Jannik il focus tra l’Australia e Roma, nei tre mesi di stop. Ci sono riusciti. È tornato un Sinner uguale a quello che avevamo lasciato a Melbourne con la coppa in mano. Non vedo differenze. C’era il dubbio della tenuta ma a Parigi non è stato caldo, il clima l’ha aiutato. Peccato per quei tre match point…».

Visto da chi ne aveva da vendere: Sinner, in campo, ha un’aura?
«Senz’altro, intesa come presenza. La personalità non si costruisce facilmente, lo dico per esperienza: ci si nasce. Anche Alcaraz ha carisma, ecco perché le loro sfide sono così elettriche. Entrambi hanno elementi di unicità. Carlos è il giovane più talentuoso che io abbia mai visto impugnare una racchetta, Jannik non è lontano. Alcaraz è più luminoso, Sinner è più continuo. A me colpisce il suono della palla di Jannik: mai sentita una cosa del genere».

Alcaraz è sembrato più serio, concentrato. Significa che è maturato?
«Io spero che non lo rovinino mai, con i suoi alti e i suoi bassi. Sa mettersi nei guai e togliercisi con una facilità disarmante. Carlos è il regalo più bello che la generazione post Big Three potesse farci. Ed è l’unico tennista per cui pagherei il biglietto».

Da chitarrista, a quale rock band paragonerebbe Sinner e Alcaraz?
«È come scegliere tra i Beatles e gli Stones, lei chi preferisce? Io amavo i Led Zeppelin. Gli Stones erano imprevedibili ma a volte i Beatles erano migliori. Parliamo di gruppi che, come Jannik e Carlos nel tennis, hanno segnato la storia».

Dove possono arrivare?
«Nemmeno nei miei sogni più selvaggi avrei pensato che Federer, Djokovic e Nadal toccassero quota venti Slam. Ora mi chiedete se Sinner o Alcaraz possono vincerne 25… A me pare folle, però mai dire mai. Il tennis moderno è in mano ad atleti sempre più alti, violenti, fenomenali. La deluderò: non mi piace dare i numeri. Se c’è qualcuno che può stupirci, però, sono quei due».

Alcaraz e Sinner in finale hanno abbondato di palle corte. La terra permette i ghirigori, oltre alle bordate.
«Giusto, sul rosso, quando vedi l’avversario fuori dal campo. Ma Jannik fa di più: non dà per scontato di fare il punto con la smorzata, entra dentro e diventa ancora più aggressivo».

Dove sta Djokovic semifinalista nella sua costellazione del tennis, John?
«Non posso fare altro che ammirarlo: con gli amici, io lo chiamo il LeBron del tennis. Per ragioni di età fa fatica a stare dietro a Sinner e Alcaraz ma resta un prodigio, un uomo che la scienza deve studiare! E ha un’esperienza sconfinata, il suo vero asset. Zverev gli si è consegnato giocando troppo sulla difensiva ma Jannik ha una potenza e velocità di colpi che oggi non ha nessuno. Perché Novak dovrebbe smettere, se è ancora così competitivo a 38 anni? Mi lascia a bocca aperta. Gli altri escono a pezzi dal confronto con quei due giovani fenomeni. Guardi Zverev: non si è mai ripreso dalla lezione impartitagli da Sinner in Australia… Un grande atleta, travolto dal migliore dei migliori. Ma Djokovic no, risorge sempre».

È il Goat senza tema di smentita?
«Beh io ho esaurito i superlativi. Al di là delle vittorie, la sua longevità fisica è fuori dal normale. Per non parlare della sua motivazione: come fa ad aver ancora voglia di battersi con i giovinastri?”.

Si gioca troppo?
«È una polemica che risale ai miei tempi… Una volta l’Australian Open si giocava a Natale, uno dei motivi per cui non andavo a Melbourne. Certo che si gioca troppo! Bisognerebbe posticipare l’Australia e dare più off season a questi poveri ragazzi. Buona l’idea di concedere tre settimane tra Parigi e Wimbledon. E la Davis: io ci tenevo, adesso frega poco. Però tutti vogliono giocare la Laver Cup. Bah. Non si può volere tutto, tornei ed eventi extra, Major ed esibizioni danarose. E intanto il tennis diventa sempre più fisico. 
Ma quando si riposano?».


C’è un video diventato virale durante il Roland Garros: lei e Alcaraz in palestra che pedalate, e Carlos che le dice che dimostra 40 anni. Cosa ha pensato davanti a quella evidente bugia, John?
«Glielo dico volentieri: mi ha svoltato la giornata. Era nata storta ma, mentendo, Carlitos mi ha regalato una risata e me l’ha raddrizzata! È un ragazzo straordinario, anche Jannik è sempre gentile e rispettoso con un vecchio rottame come me. Invecchiare non mi piace, non so se si è capito».

Jannik Sinner regala un momento di emozione a una giovane fan: lacrime di gioia al Roland Garros

Jannik Sinner si conferma anche un gentiluomo fuori dal campo

Dopo il netto successo nei quarti di finale dell’Open di Francia contro Alexander Bublik, il tennista di Sesto Pusteria ha regalato un momento indimenticabile a una piccola fan, commuovendola fino alle lacrime. Subito dopo la vittoria, mentre il pubblico ancora lo acclamava, Sinner si è avvicinato alla prima fila, dove ad attenderlo c’era una bambina con gli occhi lucidi e un poster con la scritta “Jannik Sinner Number 1”. Senza esitare, il campione altoatesino le ha donato il suo asciugamano ufficiale degli Open di Francia e ha firmato il poster, regalando alla piccola un’emozione autentica.