Il nuovo Papa è l’americano Prevost
Davanti ai fedeli ringrazia Francesco: «Dobbiamo essere una Chiesa missionaria». Poi si rivolge in spagnolo alla sua vecchia diocesi in Perù e concede l’indulgenza plenaria
«Robertus», dice il cardinale protodiacono Dominique Mamberti ai centomila che colmano piazza San Pietro e via della Conciliazione per l’habemus Papam, ed è un istante di smarrimento generale che prelude a una svolta storica: il nuovo Papa è Robert Francis Prevost, 69 anni, religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, il primo Pontefice statunitense della storia, nato a Chicago e con vent’anni di esperienza come missionario in Perù.
Ha scelto di chiamarsi Leone XIV, un nome che è un’indicazione: Leone XIII è il Papa della Rerum Novarum, l’enciclica che il 15 maggio 1891 ha fondato la dottrina sociale della Chiesa.
I 133 cardinali riuniti nel conclave lo hanno eletto al quarto scrutinio, il primo di ieri pomeriggio, com’era accaduto a Benedetto XVI nel 2005. La prima fumata nera era arrivata poco prima di mezzogiorno, segno che le due votazioni mattutine non avevano avuto esito. Si aspettava ormai una fumata serale quando d’improvviso, alle 18,08, il comignolo della Sistina ha sbuffato un fumo bianco, bianchissimo, tra grida di gioia e lacrime. Non molti conoscevano i cardinale Prevost, anche tra i fedeli, per quanto ricoprisse un incarico fondamentale nella Curia romana: Francesco lo aveva chiamato due anni fa a guidare il Dicastero per i vescovi. Così è stato come se si presentasse, quando alle 19,22 si è affacciato alla Loggia delle Benedizioni, in diretta planetaria: «La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi!».
Il nuovo papa sorride un po’ timido, legge un testo, poi si scioglie e parla un po’ a braccio, alla fine anche in spagnolo. Si presenta come «un figlio di Sant’Agostino», e cita il più grande dei filosofi cristiani: «Con voi sono cristiano e per voi vescovo». Così, dice, «in questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato». In un pianeta lacerato dai conflitti, il primo segnale che il conclave ha dato al mondo è stato la capacità di comporre le differenze senza annientarle.
La «pace del Cristo Risorto», dice,è «disarmata e disarmante, umile e perseverante». Ricorda il predecessore: «Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva Roma! Il Papa che benediva Roma dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua». Poi aggiunge, con una certa solennità: «Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione: Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà».
Non Praevalebunt. I 133 elettori della Sistina avvertivano la responsabilità che avevano, non solo davanti alla Chiesa. Fin dall’inizio delle congregazioni generali si percepiva la consapevolezza diffusa tra i cardinali che non fosse il momenti di dividersi, anche per dare il buon esempio al mondo fuori dalla Cappella Sistina. il cardinale Prevost era uno dei nomi autorevoli che si erano fatti strada negli ultimi giorni. Ma si pensava fosse uno di coloro che sarebbero potuti subentrare ai candidati considerati favoriti, dal Segretario di Stato di Francesco Pietro Parolin al filippino Luis Antonio Tagle, nel caso si fossero bloccati nei primi giorni. E invece il candidato americano, evidentemente, ha raccolto subito un grande numero di consensi fino a superare il quorum già alla quarta votazione, un quorum mai così alto: 89 voti.
«Abbiamo bisogno di un pastore, di un padre», ripetevano i cardinali, Ed è stato proprio lo stile di Prevost a conquistare i confratelli cardinali: «Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace».
Alla fine si rivolge in spagnolo alla sua vecchia diocesi in Perù, e concede l’indulgenza plenaria.


Il passo indietro di Parolin, l’appoggio dei tradizionalisti, l’eco della presa di posizione contro Trump: così Prevost ha messo d’accordo i cardinali di Nord e Sud America
Leone XIV ha voluto accanto a sé il Segretario di Stato per dare un segnale forte alla Curia
Sulla Loggia delle Benedizioni Robert Francis Prevost, neoeletto papa Leone XIV, non si è presentato da solo. Accanto a sé ha voluto Pietro Parolin.
Era lui il candidato favorito alla vigilia del Conclave. Lui nella parte del candidato «che entra Papa» e rischia, come infatti è accaduto, di «uscire cardinale».
Ma quell’averlo voluto accanto, prima della benedizione Urbi et Orbi, è stato il segnale più evidente che tra i due non c’è stata, né ci sarà, alcuna ostilità. Un messaggio per dire, plasticamente, al mondo che non solo la politica estera di Francesco e le sue sfide del dialogo con la Cina e con il Global south non si toccano. Ma anche che la «pace disarmata e disarmante», auspicata nel primo discorso da Prevost, inizierà proprio dalla Curia.
Le voci di dentro, parlano di un Conclave che si è aperto con la conta dei voti che ha mostrato un numero consistente di preferenze per Parolin, ma non tale da poter raggiungere una condivisione granitica, capace di affrontare compatta le divisioni fuori e dentro la Chiesa. Non poteva finire così. Il primo a non volerlo era proprio Parolin. Così, ieri, dentro le mura leonine, c’era chi sussurrava di un suo generoso passo indietro con preferenze pilotate in favore del candidato in ascesa, Prevost. E c’era persino chi favoleggiava che il passo indietro di Parolin fosse stato all’origine del grande ritardo con cui è apparsa la fumata nera del primo giorno. Ricostruzioni difficili da verificare nel segreto, pena scomunica, imposto ai Cardinali.
Quel che è certo è però che Prevost, missionario per un ventennio in Perù, dove ha fondato anche una parrocchia, conosciuto da Papa Francesco durante un suo viaggio e nominato subito cardinale e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, abbia potuto beneficiare dello scontro sotterraneo che in questo Conclave ha diviso i cardinali del Nord America da quelli dei paesi sudamericani. Ma anche che sia stato favorito, e non poco, dell’eco della sua presa di posizione contro la scelta di Donald Trump di cancellare oltre il 90 per cento di aiuti internazionali gestiti da UsAid: definita «scelta criminale».
A lui, figlio di genitori emigrati dalla Francia, Louis Marius Prevost di origini italo-francesi e Mildred Martínez, di origini spagnole, hanno guardato con simpatia anche i cardinali africani francofoni.
E tutta l’ala di cardinali più attenta alla tradizione ha visto certamente con maggiore benevolenza a lui che all’ipotesi di un outsider magari fra gli ultimi nominati, agli angoli estremi della terra, da Papa Bergoglio. Avendo potuto apprezzare di Prevost anche le grandi doti di mediazione dimostrate all’ultimo sinodo dove è riuscito a mettere daccordo i vescovi conservatori con quelli aperturisti tedeschi che chiedevano, per esempio, le ordinazioni diaconali se non proprio presbiteriali delle donne con i tradizionalisti.
Caratteristiche che hanno fatto individuare nel cardinale laureato in matematica, teologia e diritto canonico, non un semplice seguace di Papa Francesco, ma l’uomo capace di realizzare le riforme che lui non ha avuto la forza di portare a termine. Ma senza strappi.
E il nome scelto per il suo pontificato lo ha già dimostrato. Prevost sarà successore di San Leone Magno che difese l’ortodossia cattolica e affrontò Attila convincendolo a non invadere Roma. Ma calcherà soprattutto le orme di Leone XIII il Papa dell’enciclica Rerum Novarum che affrontò la questione sociale e i diritti dei lavoratori e dette il via alla dottrina sociale della Chiesa, consolidata dal Concilio Vaticano II e iconizzata dalla famosa frase di Paolo VI, «attenti all’ira dei poveri», rivolta anche alle gerarchie ecclesiali.
Ma c’è di più. Leone XII fu anche il Papa che mostrò grande apertura e interesse ai popoli di oltreoceano. Lo ricorda padre Giulio Albanese, missionario comboniano: «Fu il primo Papa a ricevere, il 3 marzo 1880, un gruppo di nativi d’America, arrivati a Roma con Buffalo Bill che si accamparono nel quartiere Prati non lontani da Castel Sant’Angelo per poi essere ricevuti dal Papa nella basilica di San Pietro».


Il vantaggio di Parolin, poi i voti si sono spostati (in poche ore):
così è stato eletto Robert Francis Prevost
La convergenza per arrivare ai due terzi delle preferenze. Nel primo scrutinio in vantaggio Parolin, poi le preferenze cambiano. La campagna per una scelta antibergogliana ha bruciato chi poteva interpretarla
Per capire cosa stanno facendo i presidenti degli Stati Uniti si attendono i primi cento giorni. Per i papi bastano cento secondi per capire intuire l’asse attorno al quale si è aggregata la maggioranza e ruoterà il loro pontificato. È stato così anche per papa Leone XIV.
Frate agostiniano, l’ordine di Lutero, Prevost ha indossato un nome impegnativo. Ha ripreso l’usanza che il nuovo eletto si iscriva nella «dinastia» dei vescovi di Roma. Ma facendosi chiamare Leone, come il frate amico di Francesco e come il papa che disarmato, disarmò Attila.
Non meno impegnativa la sua prima parola: pace. Pace vista come la vede un altro cristiano plasmato dall’America Latina, vibrante davanti all’ingiustizia, meno sensibile alla pace come parte dell’unità delle chiese.
Papa Leone non si è proposto come un papa a mezza via, fra la damnatio memoriae e la replica del bergoglismo. Ha ringraziato solo Francesco: e non era un omaggio alla carriera che gli ha fatto fare. Egli ha infatti sottolineato l’impegno a continuare il cammino sinodale, in corso in molte chiese. Una esperienza non per tutti entusiasmante nella forma e nel processo: ma la cui continuazione, un po’ come fu ai tempi del Vaticano II, è stata un discrimine importante; talmente importante che ha aggregato più di un terzo dei voti.
Papa Prevost ha parlato in due lingue, italiano e spagnolo: ma non in inglese. Egli sapeva benissimo che la sua nascita americana in altri tempi, sarebbe stata un ostacolo alla sua elezione. Non più oggi quando, a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale il primo papa nato negli anni della tregua che chiamavamo pace, sono cadute mentalità come quella.
Anzi: il 4 febbraio, da cardinale Prevost, ha polemizzato frontalmente con JD Vance e ha assunto una posizione che in qualche modo era una controfirma alla lettera di Francesco ai vescovi americani che stigmatizzava la politica delle deportazioni con toni che non si vedevano dai tempi di Pio XI. E ha certificato che Trump può vantarsi di aver vinto il voto cattolico, ma non può aspettarsi di aver vinto il cattolicesimo.
Dunque il vecchio arnese conclavario ha ancora dato per ora buona prova di sé: in 24 ore, con 4 scrutini, ha scompaginato le previsioni spostando ancora una volta molti voti in poco tempo. Per sapere misure e quantità ci vorrà un po’ di tempo. Per ora sappiamo che usciti di scena i non elettori ultraottantenni che premevano per correzioni profonde dei contenuti e dei modi di governo di Francesco, gli elettori hanno fatto il loro dovere.
A mezzogiorno di ieri si diceva che Parolin avesse 49 voti e Prevost 38: numeri da prendere con le molle perché anche se fossero quasi veri, voleva dire che lì due candidati insistevano su due terzi dei voti, mentre un terzo secco di porporati preferiva altri. Nel pomeriggio, come nel 2013, i voti si sono spostati sul porporato americano superando la cifra di 89.
Voti «ceduti» da chi sosteneva Parolin? Voti sopraggiunti da chi aveva sperato un cardinale ancora più decisamente bergogliano o preso in un chissà dove ancora più remoto di Buenos Aires? Possibile; ma quel che è certo è che la insistenza e i modi con cui s’è cercato di dipingere l’esigenza di un ribaltone antibergogliano, ha finito per bruciare chi poteva interpretarlo e ha detto che la barca di Pietro in navigazione nel tempestoso mare della storia deve continuare a navigare.


Chi è Robert Francis Prevost, il nuovo Papa: le origini, l’ordine agostiniano, la vita da missionario e la passione per il tennis
Francesco lo aveva chiamato a uno degli incarichi di maggior potere della Curia romana: da prefetto del Dicastero dei vescovi sovrintendeva alle nomine in tutto il mondo
Si è definito «un figlio di Agostino», e già questo dice molto di Robert Francis Prevost. Il genio de «Le confessioni», tra i giganti della filosofia e forse il più grande pensatore cristiano, era stato battezzato a Milano da Ambrogio nella Pasqua del 386 e arriva da Tagaste, oggi Suq-Ahras, in Algeria: l’incontro tra il genio nordafricano e il vescovo di Treviri, come spiegava il cardinale Carlo Maria Martini, fu uno dei momenti fondanti della storia del’Europa.
Così, quando il vicepresidente americano J. D. Vance aveva cercato tirare in ballo Sant’Agostino per giustificare le politiche migratorie dell’amministrazione Trump ( «Si ama la propria famiglia, poi si ama il prossimo, poi si ama la propria comunità, poi si amano i propri concittadini e, infine, si dà priorità al resto del mondo…»), il cardinale Robert Francis Prevost aveva condiviso su «X», l’ex Twitter, un editoriale del National Catholic Reporter critico nei confronti di alcune dichiarazioni del vice presidente Usa, commentando sobrio, ma secco: «J. D. Vance sbaglia: Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri».
Mite ma all’occorrenza deciso, Robert Francis Prevost non è mai stato un uomo che amasse le polemiche, né tantomeno apparire, anche se ora per Leone XIV sarà difficile evitarlo. Molto colto e molto appassionato di tennis («mi considero un buon dilettante»), tende a parla poco di sé. Francesco lo aveva chiamato ad uno degli incarichi di maggiore responsabilità e potere della Curia romana — era il prefetto del dicastero dei vescovi, il ministero del Vaticano che «provvede a tutto ciò che attiene alla nomina dei vescovi» in tutto il mondo — ma di lui si ricordano pochissime dichiarazioni pubbliche. Ai media vaticani spiegava: «Mi considero ancora missionario. La mia vocazione come quella di ogni cristiano è l’essere missionario, annunciare il Vangelo là dove uno si trova». Anche perché «il vescovo è un pastore vicino al popolo, non un manager». Alle congregazioni generali si infilava nella curia generalizia dell’Ordine di San’Agostino, lungo il braccio sinistro del Colonnato del Bernini.
Il primo Papa statunitense, cui si aggiunge la cittadinanza peruviana — in Perù è stato missionario vent’anni — è anche il primo pontefice agostiniano, un ordine mendicante nato nella metà del duecento. Degli agostiniani è stato anche priore generale, all’inizio degli anni Duemila. Nato a Chicago il 14 settembre 1955, viene da una famiglia di origini francesi e italiane, dalla parte del padre Louis Marius Prevost, e spagnole sul lato della madre Mildred Martínez. Ha due fratelli, Louis Martín e John Joseph. Ha passato l’infanzia e l’adolescenza negli Stati Uniti, studiando prima nel Seminario minore dei Padri Agostiniani e poi alla Villanova University, in Pennsylvania, dove nel 1977 si è laureato in Matematica e ha studiato Filosofia. Il 1° settembre dello stesso anno, a Saint Louis, entra nel noviziato dell’Ordine di Sant’Agostino, nella provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio di Chicago, ed emette la prima professione il 2 settembre 1978. Il 29 agosto 1981 pronuncia i voti solenni. Dopo il diploma in teologia, a ventisette anni viene inviato dai superiori a Roma per studiare Diritto canonico all’Angelicum, la pontificia Università San Tommaso d’Aquino. È a Roma che viene ordinato sacerdote, il 19 giugno 1982.
E a questo punto che comincia la sua lunga esperienza in missione in Perù. Mentre prepara la tesi di dottorato, tra il 1985 e il 1986, viene mandato nella missione agostiniana di Chulucanas, a Piura. Nel 1987 discute la tesi dottorale su «Il ruolo del priore locale dell’Ordine di Sant’Agostino» ed è nominato direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia agostiniana «Madre del Buon Consiglio» di Olympia Fields, in Illinois. Ma l’anno successivo torna in Perù e raggiunge la missione di Trujillo, come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. Nell’arco di undici anni ricopre gli incarichi di priore della comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998) e nell’arcidiocesi di Trujillo di vicario giudiziale (1989-1998) e professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario maggiore «San Carlos e San Marcelo».
Gli viene affidata la cura pastorale di Nostra Signora Madre della Chiesa, nella periferia povera della città, ed è amministratore parrocchiale di Nostra Signora di Monserrat da 1992 al 1999. Nel 1999 è eletto priore provinciale della Provincia Agostiniana «Madre del Buon Consiglio» di Chicago, e due anni e mezzo dopo, al Capitolo generale ordinario dell’Ordine di Sant’Agostino, i suoi confratelli lo scelgono come priore generale, confermandolo nel 2007 per un secondo mandato. Nell’ottobre 2013 torna nella sua Provincia agostiniana, a Chicago, ed è direttore della Formazione nel convento di Sant’Agostino, primo consigliere e vicario provinciale; incarichi che ricopre fino a quando Papa Francesco lo nomina, il 3 novembre 2014, amministratore apostolico della diocesi peruviana di Chiclayo e al contempo vescovo titolare di Sufar. Il 7 novembre fa l’ingresso in diocesi e viene ordinato vescovo il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, nella cattedrale di Santa Maria.
Il 26 settembre 2015, Francesco lo nomina vescovo di Chiclayo, quattro anni più tardi lo sceglie come membro della Congregazione per il Clero e l’anno successivo della Congregazione per i Vescovi. Il 30 gennaio 2023, il Papa lo chiama a Roma come prefetto del Dicastero per i Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, promuovendolo arcivescovo. Diventa cardinale il 30 settembre.
Il suo motto episcopale è «In Illo uno unum», parole di sant’Agostino dall’Esposizione sul Salmo 127, per spiegare che «sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno».


Il nuovo papa Francis Robert Prevost, che ha scelto il nome di Leone XIV viene dall’ordine degli Agostiniani. Lui stesso lo ha ricordato nel primo discorso pronunciato dal balcone di San Pietro nel saluto ai fedeli. L’ordine che si rifà a sant’Agostino fu fondato ufficialmente nel tredicesimo secolo e dopo una lunga vita rischiarono la soppressione nell’800. Fu l’allora papa Leone XIII a salvarlo e forse anche a questo passaggio storico è legata la scelta del nome da parte del neo pontefice.
La data precisa di fondazione dell’ordine agostiniano viene fatta risalire al 16 dicembre 1243 quando papa Innocenzo IV invitò alcune comunità eremitiche del Lazio a riunirsi in una sola congregazione. Gli Agostiniani conobber0 la loro massima espansione a partire dal ‘500, in coincidenza con la fioritura dell’Umanesimo, quando aprirono numerosi missioni nelle Americhe, in Asia e in Africa. Al 1551 risale la fondazione delle prima comunità a Lima, in Perù, terra in cui ha a lungo esercitato la sua missione papa Prevost. La decadenza coincide invece con il ‘700, quando l’imperatore asburgico Giuseppe II soppresse numerosi monasteri agostiniani e ne sequestrò i beni. La rinascita, a partire dalla seconda metà del secolo successivo fu sostenuta come detto da papa Leone XIII.
La devozione a Maria, la dedizione agli studi e al loro diffusione sono tra le caratteristiche degli Agostiniani. L’approfondimento della filosofia e la teologia sono la loro «eredità» culturale, assieme all’attività missionaria ed educativa. Tra le figure più celebri appartenute all’ordine c’è Martin Lutero, che prima dello strappo con la Chiesa di Roma fu frate agostiniano. Anche Gregor Mendel, abate nato in Boemia, considerato il padre della genetica moderna, apparteneva all’ordine.


I paramenti e il motto scelti da papa Leone XIV, e le differenze con la talare bianca di Francesco
Leone XIV ha già segnato una significativa differenza col suo predecessore: per la sua prima apparizione dalla Loggia di San Pietr, ha indossato la «mozzetta» e la stola ricamata sulla tradizionale talare bianca
Francesco aveva scelto di presentarsi al mondo con una semplice talare (la lunga veste dei preti) bianca e senza paramenti, unico Papa nella storia, almeno recente, a farlo. Leone XIV ha già segnato una significativa differenza col suo predecessore: per la sua prima apparizione pubblica dalla Loggia di San Pietro dopo l’elezione, ha indossato i paramenti da Papa: la «mozzetta», cioè la mantellina rossa corta e chiusa coi bottoni, il «rocchetto», cioè la veste fino al ginocchio orlata di pizzi sopra la tradizionale talare bianca. E la croce pettorale d’oro.
Questo capo non era stato utilizzato dal suo predecessore, Papa Francesco, ma da Benedetto XVI.
I simboli della stola ricamata
Leone XIV portava anche la «stola», la lunga striscia di stoffa, generalmente ornata con croci e ricami, sopra la talare.
La stola è simbolo dell’autorità sacerdotale e rappresenta il potere conferito al Papa e ai sacerdoti nel loro ministero. Il suo utilizzo richiama il passo evangelico «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero», detto da Gesù ed è anche segno di dignità e servizio: sottolinea il ruolo del papa come guida spirituale.
Il motto
Il motto di Prevost è «In Illo uno unum», «Nell’unico Cristo siamo uno». Quello di Francesco era «Miserando atque eligendo», un riferimento al passo evangelico della chiamata di Matteo da parte di Cristo, che lo chiamò – appunto – «guardandolo con amore e scegliendolo»
Le tre talari (di diverse misure) pronte da giorni
Il nuovo pontefice ha avuto a disposizione tre abiti di diverse misure, preparati dal sarto ecclesiastico Raniero Mancinelli, che da decenni confeziona le vesti papali. La talare bianca è realizzata in lana italiana leggera, con una fascia bianca e il tradizionale zucchetto bianco. Inoltre, Leone XIV ha ricevuto la croce pettorale con un cordone dorato e, durante la Messa di inaugurazione, indosserà l’Anello del Pescatore, simbolo del suo ruolo di successore di Pietro, cui Gesù disse «Ti farò pescatore di uomini».



