Leone XIV e il programma del pontificato nella prima Messa da Papa

«Sparire perché rimanga Cristo»

La prima Messa di Leone XIV nella Sistina è un programma di pontificato, a partire dalla professione di fede di Pietro nel Vangelo di Matteo

Gian Guido Vecchi

«Sparire perché rimanga Cristo». La prima Messa di Leone XIV nella Sistina è un programma di pontificato, a partire dalla professione di fede di Pietro nel Vangelo di Matteo, la risposta dell’apostolo a Gesù che chiede: ma voi chi dite che io sia? «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», risponde Pietro. E Leone XIV commenta: «In Gesù, Dio ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità. Pietro, nella sua risposta, coglie tutte e due queste cose: il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano».

Il trono del 266° successore di Pietro è solenne: «Affidate a noi, da Lui scelti prima che ci formassimo nel grembo materno, rigenerati nell’acqua del Battesimo e, al di là dei nostri limiti e senza nostro merito, condotti qui e di qui inviati, perché il Vangelo sia annunciato ad ogni creatura».

Questo è il compito del Papa, dice rivolto ai cardinali: «Dio, chiamandomi attraverso il vostro voto a succedere al Primo degli Apostoli, questo tesoro lo affida a me perché, col suo aiuto, ne sia fedele amministratore a favore di tutto il Corpo mistico della Chiesa; così che Essa sia sempre più città posta sul monte, arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo». E tutto questo, aggiunge, «non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni, come i monumenti in cui ci troviamo , quanto attraverso la santità dei suoi membri».

Ma c’è un’altra domanda di Gesù, nel testo evangelico: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». E qui Leone XIV dispiega il senso di una Chiesa in missione, come lui stesso ha fatto per buona parte della sua vita, fino a vivere vent’anni in Perù. C’è anzitutto «la risposta del mondo» che «considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso». E c’è la riposta della «gente comune» per la quale «il Nazareno non è un ciarlatano: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele».

Sono due atteggiamenti molto attuali, spiega il Papa: «Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere».

Leone XIV sta parlando della società scristianizzata, soprattutto in Occidente: «Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito». Eppure, «proprio per questo sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco».

Sono riflessioni che ricordano la preoccupazione di Joseph Ratzinger, quando parlava di «nuovo arianesimo», la tendenza a non credere più, davvero, alla divinità di Gesù. Papa Leone XIV spiega: «Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto».

Eppure, «questo è il mondo che ci è affidato», considera con realismo il pontefice: «Perciò, ripetere: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, anche per noi è essenziale». La conclusione di Leone XIV è vertiginosa: «Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio la mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale, secondo la celebre espressione di Sant’Ignazio di Antiochia. Egli, condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: “Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo”. Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo, e così avvenne, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo». Le ultime parole sono una preghiera: «Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria».

Il testo integrale dell’omelia di Papa Leone XIV

per la sua prima messa da Pontefice

Alle ore 11.00 di questa mattina (venerdì 9 maggio, ndr.), nella Cappella Sistina, il Santo Padre Leone XIV ha presieduto da Pontefice la sua prima Celebrazione Eucaristica con i Cardinali elettori.

«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Con queste parole Pietro, interrogato dal Maestro, assieme agli altri discepoli, circa la sua fede in Lui, esprime in sintesi il patrimonio che da duemila anni la Chiesa, attraverso la successione apostolica, custodisce, approfondisce e trasmette. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre. 

n Lui Dioper rendersi vicino e accessibile agli uomini, si è rivelato a noi negli occhi fiduciosi di un bambino, nella mente vivace di un giovane, nei lineamenti maturi di un uomo (cfr CONC. VAT. II, Cost. Past. Gaudium et spes, 22), fino ad apparire ai suoi, dopo la risurrezione, con il suo corpo glorioso. Ci ha mostrato così un modello di umanità santa che tutti possiamo imitare, insieme alla promessa di un destino eterno che invece supera ogni nostro limite e capacità.

Pietro, nella sua risposta, coglie tutte e due queste cose: il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano. Affidate a noi, da Lui scelti prima che ci formassimo nel grembo materno (cfr Ger 1,5), rigenerati nell’acqua del Battesimo e, al di là dei nostri limiti e senza nostro merito, condotti qui e di qui inviati, perché il Vangelo sia annunciato ad ogni creatura (cfr Mc 16,15).

In particolare poi Dio, chiamandomi attraverso il vostro voto a succedere al Primo degli Apostoli, questo tesoro lo affida a me perché, col suo aiuto, ne sia fedele amministratore (cfr 1Cor 4,2) a favore di tutto il Corpo mistico della Chiesa; così che Essa sia sempre più città posta sul monte (cfr Ap 21,10), arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo. E ciò non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni – come i monumenti in cui ci troviamo –, quanto attraverso la santità dei suoi membri, di quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).

Tuttavia, a monte della conversazione in cui Pietro fa la sua professione di fede, c’è anche un’altra domanda: «La gente – chiede Gesù –, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni. «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Pensando alla scena su cui stiamo riflettendo, potremmo trovare a questa domanda due possibili risposte, che delineano altrettanti atteggiamenti.

C’è prima di tutto la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo “mondo” non esiterà a respingerlo e a eliminarlo. 

C’è poi l’altra possibile risposta alla domanda di Gesù: quella della gente comune. Per loro il Nazareno non è un “ciarlatano”: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi. Colpisce, di questi due atteggiamenti, la loro attualità. Essi incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente – magari espresse con un linguaggio diverso, ma identiche nella sostanza – sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. 

Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere. Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco.

Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto.

Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). È essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia (cfr CONC. VAT. II, Cost. Dogm. Lumen gentium, 1).

Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio la mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale, secondo la celebre espressione di Sant’Ignazio di Antiochia (cfr Lettera ai Romani, Saluto). Egli, condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: «Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo» (Lettera ai Romani, IV, 1).

Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne –, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo. Dio mi dia questa grazia, oggi e sempre, con l’aiuto della tenerissima intercessione di Maria Madre della Chiesa.

L’ala conservatrice sconfitta ma apprezza la rigidità di Leone XIV su famiglia e sessualità

Unisce il suo stile minimalista. Per i progressisti è l’erede di Francesco su deboli e migranti, i radicali sono sollevati per aver evitato Parolin o Tagle, che sarebbero stati interpretati come un’ulteriore apertura alla Cina

Massimo Gaggi

«Ritorno al centro». E un sospiro di sollievo per una nomina che premia gli Stati Uniti e non spacca una Chiesa americana che si era profondamente divisa nell’era di Francesco. Negli ambienti cattolici degli Stati Uniti è, ovviamente, festa grande per l’ascesa di Robert Prevost al soglio pontificio. Non è un personaggio carismatico, ma con la sua discrezione e la sua umiltà promette di essere un Pontefice di dialogo e ricucitura delle ferite.

Certo, i conservatori, prevalenti nel cattolicesimo americano, avrebbero voluto un Papa capace di riportare la Chiesa al rigore teologico dell’era di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma erano tutti consapevoli che arroccandosi a sostegno di un candidato integralista come l’ungherese Erdo, contrapposto a un fedelissimo di Francesco come, ad esempio, il cardinale Cupich, si sarebbe arrivati a uno stallo drammatico.

Fin dall’inizio si era andati, quindi, alla ricerca di un candidato di mediazione. La scelta di Prevost è arrivata come una sorpresa anche per i cattolici americani, ma in qualche modo sembra soddisfare tutti o, quantomeno, non solleva obiezioni radicali: i cristiani progressisti sottolineano come Leone XIV sia il continuatore della linea di Francesco almeno per quanto riguarda l’attenzione nei confronti dei più deboli, l’impegno per i problemi sociali, oltre che per la pace e la solidarietà con gli immigrati.

Ma, forse, è maggiore il sollievo dei conservatori. E questo per due motivi: in primo luogo perché Prevost, per quanto fatto cardinale da Francesco, non ha condiviso le sue aperture su questioni teologiche e in particolare sui temi della sessualità e della famiglia. Dunque il nuovo Pontefice, che ha sempre mostrato un certo distacco e anche una certa severità nei confronti della comunità Lgbtq — contrario allo stile di vita omosessuale e alle «famiglie alternative» — promette di riportare la rotta teologica della Chiesa verso lidi più tradizionali: quelli fortemente desiderati da conservatori che si dicevano disorientati dalle aperture di Francesco.

C’è poi chi ne fa anche una questione di stile nell’interpretazione del ruolo papale. Leone XIV è parso molto discreto e misurato, minimalista, fin dalla sua prima apparizione davanti alla folla di piazza San Pietro. Niente a che vedere con lo stile molto più aperto, empatico, comunicativo, di Francesco. Questo delude molti, ma non i conservatori desiderosi di modi più misurati. Desiderosi di un Papa come Prevost che, come hanno notato alcuni prelati a lui vicini «sicuramente benedirà i bambini nelle piazze, ma non li prenderà in braccio».

L’altro elemento di sollievo per i conservatori americani è quello di aver evitato un Papa come il cardinale Parolin o il cardinale Tagle che sarebbe stato interpretato come un’ulteriore apertura — in realtà un cedimento — al regime cinese, liberticida anche in campo religioso. L’espansione verso l’Asia è uno dei temi dominanti per la Chiesa cattolica e l’accordo negoziato proprio da Parolin con la Cina va in questa direzione. Ma l’interferenza politica in campo religioso con la possibilità per il regime di Pechino di porre il veto sui nuovi vescovi cattolici cinesi mentre molti attivisti religiosi restano in carcere aveva provocato una certa resistenza contro il cardinale veneto e anche contro quello filippino.

Ma Prevost resta comunque un Papa da osservare con una certa circospezione anche per i conservatori. L’ala Maga, sostanzialmente trumpiana, presente anche nella Chiesa, di certo non apprezza l’impegno del nuovo Pontefice a favore dei migranti. E la scelta di un nome che lo accomuna al Papa della grande enciclica Rerum Novarum, quella del risveglio dell’impegno della Chiesa di fine Ottocento per i temi sociali e per i diritti dei lavoratori, solleva qualche perplessità.

Anche perché Prevost, sicuramente discreto e riservato, attento a misurare le parole, non è comunque uno che rinuncia a battere i pugni sul tavolo quando lo ritiene necessario e non ha paura di esporsi: lo ha dimostrato poche settimane fa con un post sui social media col quale ha dato esplicitamente torto al vicepresidente Usa JD Vance, convertito da sei anni al cattolicesimo: «Gesù non ci chiede di stilare classifica in materia di amore per il prossimo».

Clima, gay, donne sacerdote, migranti e poveri: tutto il pensiero di Papa Leone XIV in 5 punti (e le differenze con Francesco)

Dallo scontro con Trump e Vance sulla politica delle deportazioni all’attenzione per l’ambiente: la linea di Papa Leone XIV

Virginia Piccolillo

Fino all’elezione al soglio pontificio, le idee e il pensiero del cardinale Robert Francis Prevost sui temi legati alle migrazioni sono apparsi in linea con quelli di Papa Francesco. E nel febbraio scorso le sue posizioni sono apparse sin troppo evidenti, anche perché in aperta polemica con il presidente americano Donald Trump e il suo vice J.D. Vance.

Migranti: i profughi in Salvador e la polemica con la Casa Bianca

Il primo episodio risale al 3 febbraio scorso quando Vance, parlando delle deportazioni di migranti dagli Stati Uniti verso il Salvador afferma: «Lo Stato, proprio come un padre di famiglia, ha il dovere prioritario di prendersi cura dei propri cittadini prima di rivolgere attenzioni nei confronti degli stranieri». 

n un post pubblicato su X Prevost condivide l’articolo di una rivista cattolica dal titolo eloquente — «JD Vance ha torto: Gesù non ci chiede di classificare il nostro amore per gli altri» — dove si criticano implicitamente l’approccio selettivo dell’amministrazione Trump verso gli immigrati e le parole del vicepresidente che, nel giustificare le deportazioni di immigrati illegali, aveva citato la priorità nel dare sicurezza e amore ai propri cari e poi agli altri.

Appena una settimana dopo Papa Francesco scrive alla Conferenza Episcopale statunitense proprio sulle deportazioni: «Un autentico Stato di diritto si verifica nel trattamento dignitoso che meritano tutte le persone, soprattutto le più povere ed emarginate». E aggiunge: «Va favorita una politica che regoli la migrazione ordinata e legale». Passano due giorni, Vance torna sull’argomento e giustifica le deportazioni con il concetto cristiano dell’«ordo amoris». 

Su X Prevost posta un altro articolo. Anche in questo caso è il titolo a segnare la linea: «La lettera di papa Francesco, l’ordo amoris di J.D. Vance e ciò che il Vangelo chiede a tutti noi sull’immigrazione». Nel testo si fa riferimento ai contenuti della lettera di Bergoglio inviata ai vescovi statunitensi.

I poveri: «Qualcuno deve parlare per loro»
Da Chicago a Chulucanas. Da una delle dieci città più influenti al mondo a una delle regioni più povere del Perù, la scelta di Robert Francis Prevost dice molto sulle premesse di un pontificato ancora tutto da scrivere. Sulla adesione alla scelta di essere dalla parte degli ultimi della terra. Popoli che hanno subito prima lo sfruttamento con il sistema delle «fattorie», e dopo la riforma agraria del ‘96 abbandonati dal governo.

Anzi a causa del debito estero del Perù e del peso insostenibile di strumenti finanziari multilaterali (Fmi, Bm e Bid) ha subito dal governo tagli che hanno generato ripercussioni terribili come l’aumento della mortalità infantile e il diffondersi di epidemie come quella di colera. Prevost era generale degli agostiniani quando avrebbe potuto scegliere destinazioni più agevoli. Invece ha scelto di rimanere lì.

E in questo c’è tutta la continuità con la guerra di papa Francesco alla finanza speculativa e la sua battaglia per l’azzeramento del debito dei Paesi del Sud del mondo, portata fino all’Onu ma combattuta in solitaria. «Questa economia uccide. Il denaro deve servire non governare», aveva scritto papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. E aveva parlato spesso del «denaro sterco del diavolo» come idolo moderno.

Così Prevost: «Abbiamo bisogno di qualcuno che possa parlare per i poveri, gli emarginati, gli sfollati, sulla scena mondiale. Anche se le persone annuiscono educatamente e vanno avanti abbiamo comunque bisogno di avere quella voce». La stessa scelta del nome, come successore di Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum, che ha fondato la dottrina sociale della Chiesa, riporta Prevost nel solco dell’opera svolta da papa Francesco. C’è da credere dunque che rinnovi con più energia nel suo papato questa sfida globale. E se ci sarà il colloquio con Donald Trump, auspicato dal presidente Usa c’è da credere che sarà, assieme alla pace, uno dei primi temi affrontati.

Coppie gay: «Pratica in contrasto con il Vangelo»

In materia di diritti civili le posizioni tra Francesco e Leone XIV potrebbero essere diverse, soprattutto per quanto riguarda gli omosessuali. Papa Bergoglio ha segnato il proprio pontificato con posizioni di apertura poi ribadite in un’intervista del maggio 2024 all’emittente statunitense Cbs: «Il Vangelo è per tutti, per tutti noi che siamo peccatori. Anch’io sono un peccatore. 

E se la Chiesa mette alla sua porta una dogana, cessa di essere la Chiesa di Cristo» senza però evitare di fornire un chiarimento sulla benedizione delle unioni omosessuali affrontato nel documento dottrinale «Fiducia Supplicans»: «La benedizione è per tutti: si può benedire ogni persona, ma non l’unione omosessuale. Quello che ho permesso non è stato di benedire l’unione perché va contro la legge della Chiesa».

Recentemente Prevost ha sostenuto la «Fiducia supplicans» pur mostrandosi fortemente cauto sull’apertura totale verso la comunità Lgbtq+.
In passato Prevost aveva invece rivolto critiche che la Chiesa concedesse i diritti per il mondo gender e Lgbqt. Da vescovo, in un discorso nel 2012 tenuto di fronte ad altri vescovi, parlò dello «stile di vita omosessuale» e delle «famiglie alternative composte da partner dello stesso sesso e dai loro figli adottivi» criticando i media occidentali che mostrano «simpatia per credenze e pratiche che sono in contrasto con il Vangelo». 

Nell’occasione chiarì che l’espressione «famiglie alternative è errata perché le coppie omosessuali non possono essere famiglia dato che la famiglia nasce dal matrimonio e il matrimonio esiste solo tra un uomo e una donna».

Sacerdozio femminile, nessuna apertura

«Quando le donne comandano le cose vanno» ha detto più volte papa Francesco confermando la propria posizione di apertura rispetto a ruoli chiave da affidare alle donne anche all’interno della Santa Sede. Un’inchiesta del mensile vaticano «Donne Chiesa Mondo» ha evidenziato come le mosse di Francesco abbiano consentito l’avanzata lenta ma costante delle donne in Curia e in Vaticano

Con un dato: tra il 2013 e il 2023, la percentuale di quelle che lavorano per la Santa Sede è passata da quasi il 19,2 per cento al 23,4 per cento, con riconosciuti apprezzamenti. «Nei dicasteri vaticani, dove ora ci sono più donne che in passato e dove ricoprono posizioni più elevate, l’atmosfera è radicalmente cambiata. Basta qualche donna e la Curia non è più quel cerchio ristretto clericale che purtroppo viene così facilmente stigmatizzato» ha dichiarato il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri. Francesco aveva invece detto no all’apertura del sacerdozio alle donne e su questo anche il nuovo Pontefice si è mostrato in linea. 

Durante il Sinodo nel 2023 Prevost disse che «estendere il sacerdozio alle donne non risolve necessariamente un problema, ma potrebbe crearne uno nuovo». E che le donne possono comunque già avere «un grande contributo su diversi livelli alla vita della Chiesa». Una dichiarazione che ha comunque mostrato apertura sulla possibilità che le donne abbiano ruoli decisionali. Le scelte di Leone XIV saranno più chiare quando procederà alle nomine e si scoprirà se intenda confermare le donne che in questi anni avevano ottenuto incarichi di rilievo. Nel suo primo saluto ai fedeli il nuovo Pontefice non ha invece fatto menzione alla famiglia.

Cambiamenti climatici: «Tra noi e la natura serve reciprocità»

L’attenzione per l’ambiente e i cambiamenti climatici ha segnato il pontificato di Francesco: «Seppur non tutte le catastrofi possano essere attribuite al cambiamento climatico globale; tuttavia, è verificabile che alcuni cambiamenti climatici indotti dall’uomo aumentano significativamente la probabilità di eventi estremi più frequenti e più intensi», ha detto evidenziando come si stia assistendo a «un’insolita accelerazione del riscaldamento, con una velocità tale che basta una sola generazione — non secoli o millenni — per accorgersene. 

L’innalzamento del livello del mare e lo scioglimento dei ghiacciai possono essere facilmente percepiti da una persona nell’arco della sua vita, e probabilmente tra pochi anni molte popolazioni dovranno spostare le loro case a causa di questi eventi». Bergoglio aveva anche sottolineato come all’interno della Chiesa cattolica circolano «opinioni sprezzanti e irragionevoli, ma l’origine antropica del cambiamento climatico non può più essere messa in dubbio».

Posizioni che papa Leone XIV sembra condividere. In un seminario dello scorso novembre Prevost ha affermato che «il dominio sulla natura» non dovrebbe essere «tirannico» auspicando «un rapporto di reciprocità». Il Santo Padre aveva anche elogiato il primato ecologico del Vaticano dicendo che il mondo deve passare «dalle parole ai fatti» e messo in guardia dalle conseguenze «dannose» dello sviluppo tecnologico, ribadendo l’impegno della Santa Sede per la tutela dell’ambiente, elencando esempi come l’installazione di pannelli solari e il passaggio a veicoli elettrici in Vaticano.