“Le minacce da boss non servono: l’America non venga percepita come uno strumento di Netanyahu”

L’intervista al filosofo di Princeton Michael Walzer:

“La reazione militare alle operazioni dell’Idf è stata debole: l’Iran voleva solo salvare la faccia”

Paolo Mastrolilli

«Se Trump punta al cambio di regime in Iran, rischia di ripetere Vietnam, Iraq e Afghanistan». L’avvertimento viene dal filosofo di Princeton Michael Walzer, che aggiunge: «L’obiettivo ora dovrebbe essere riportare l’Iran al negoziato sul nucleare, ma non si ottiene facendo discorsi da bullo».

Cosa pensa dello scontro con l’Iran e come è iniziato?

«Ho risposte molto contrastanti. Sono sempre stato scettico degli attacchi preventivi, però la moderna tecnologia nucleare ha eroso la differenza tra quelli che puntano ad evitare aggressioni imminenti o potenziali».

Lei ha scritto molto della “guerra giusta”. Quella contro un regime teocratico in cerca dell’atomica rientra nella categoria?

«La definizione dell’Iran è questa e l’intelligence israeliana sul programma nucleare sembra migliore di quella americana, anche secondo i paesi della regione come l’Arabia Saudita. Mi preoccupa però che l’America venga percepita come uno strumento del premier Netanyahu».

I leader dell’amministrazione avevano detto che l’obiettivo erano i siti nucleari, ma poi Trump prima del cessate il fuoco ha parlato di cambio di regime.

«Sarebbe stato utile se anche lui avesse preso questa posizione responsabile invece di fare un discorso da teppista».

L’Iran ha risposto agli attacchi

«La reazione militare di Teheran alle operazioni israeliane è stata molto debole. La risposta simbolica, breve e per salvare la faccia».

Quale posizione consiglia agli Usa verso Netanyahu?

«Servirebbe una linea più sofisticata, per fermare quanto sta facendo a Gaza. La guerra nella Striscia è ingiusta, quella contro la Repubblica islamica è altro, ma a Washington oggi non c’è questa forza morale per distinguere».

Il presidente Clinton ha detto che il premier israeliano agisce solo per restare al potere.

«Quanto Netanyahu ha fatto a Gaza è sicuramente un tentativo di tenere unita la sua coalizione, per prolungare la propria carriera politica. L’attacco all’Iran invece è più grande di lui, ci sono anche membri dell’opposizione e democratici che lo condividono».

Il negoziato può riprendere?

«L’idea americana è quella di avviare una sorta di impegno congiunto mediorientale, per l’uso pacifico dell’energia nucleare, in modo da poter arricchire l’uranio a bassi livelli, sotto il controllo di questa coalizione incaricata di gestire il progetto, invece dei singoli stati nazionali. Sarebbe un’idea promettente, anche se ogni volta che si parla di entità oltre la sovranità nazionale si rischia di apparire ingenui. In questo caso, se ci fosse la volontà politica, potrebbe funzionare».

Pensa che il regime iraniano possa sopravvivere oppure a questo punto il presidente Trump ha scelto di abbatterlo?

«Non credo che il cambio di regime dovrebbe essere l’obiettivo di questa campagna degli Stati Uniti o di Israele. L’effetto immediato del bombardamento di un paese è in genere quello di produrre risposte patriottiche e nazionaliste, ricompattando la popolazione col governo, anche se non lo condivide. Potrebbe esserci lo spazio per un cambio di regime dopo la soluzione diplomatica, seguita poi da una rivolta contro questo governo motivata dall’insoddisfazione della popolazione per la situazione di crisi in cui ha spinto il paese, però non può essere l’obiettivo predeterminato di una potenza straniera. Noi abbiamo cercato di creare una sorta di nuovo regime a Saigon durante l’intervento in Vietnam e, nonostante quel fallimento, ci abbiamo poi riprovato in Afghanistan e in Iraq. Non è mai andata molto bene. Un conto è lanciare bombardamenti dal cielo, un altro è andare sul terreno per costruire nuove istituzioni. È più difficile di quanto non pensino a Washington, soprattutto quando hai davanti un esecutivo in possesso di un forte potere militare. È indispensabile che la spinta venga dalla popolazione locale, ma non si crea lanciando minacce da boss».