Le cene di New York e i tre segnali per capire se gli Stati Uniti sono diventati fascisti

L’atmosfera tra le élite di sinistra è pessimista e allarmata. Ma i discorsi sul trasferirsi all’estero sono un déjà-vu. E confermano i pregiudizi su di loro

È il momento di decretare che l’America è diventata una dittatura fascista? Bisogna fare le valigie ed emigrare altrove? Questo è il tenore della conversazione quotidiana in alcune parti del Paese. Minoritarie, ma influenti e visibili. Intellettuali, artisti, giornalisti e scrittori, gente di spettacolo: l’élite che spesso domina la sfera del discorso pubblico, scrive sui giornali, fa televisione e cinema. Sono ambienti che frequento da sempre, anche per contiguità professionale, a New York e in California, i due Stati sulla East e West Coast dove ho vissuto e dove vivo, le due roccaforti storiche della sinistra americana.

Dopo una serie di cene tra il Village e Soho, nell’Upper West Side o a Tribeca, posso raccontarvi la conversazione dominante. In una di queste cene la padrona di casa, una giovane donna che appartiene alla Jewish community, un’ebrea di sinistra e quindi anti-Netanyahu oltre che anti-Trump, mi ha dato questa sintesi efficace: «Tra amici abbiamo stabilito i tre criteri-chiave che ci diranno quando abbiamo smesso definitivamente di essere una democrazia, e siamo entrati in un regime fascista. Primo: quando cominceranno ad arrestare i giornalisti. Secondo: quando se la prenderanno con noi ebrei. Terzo: quando si capirà che quelle del 5 novembre sono state le ultime elezioni».

I media 

Ho provato a sollevare qualche dubbio. Sulla museruola al giornalismo. La stampa anti-trumpiana mi sembra scatenata, il New York Times e la Cnn non hanno modificato di una virgola la loro linea politica. Semmai, l’assenza di autocritica è il loro punto debole: uno tra i più celebri anchormen della Cnn, Jake Tapper, ha appena pubblicato un libro dove racconta i retroscena della congiura omertosa con cui la sua rete tv e altri media progressisti nascosero al pubblico il declino psicofisico di Joe Biden (dopo l’inganno la beffa: quel libro non esprime pentimento, i diritti d’autore andranno a premiare uno dei colpevoli). Un’altra obiezione riguarda l’antisemitismo. Fenomeno reale, gravissimo: però in America le aggressioni contro gli ebrei sono venute dall’estrema sinistra, dagli attivisti pro-Hamas mobilitati durante le occupazioni dei campus universitari.

Ma l’atmosfera delle cene newyorchesi è questa: cupa, pessimista, allarmata. Dopo «i tre segnali che il fascismo è arrivato», l’altro tema di conversazione è l’auto-esilio. Molti intellettuali che incontro nelle serate newyorchesi parlano di lasciare il loro Paese e trasferirsi all’estero (definitivamente, o almeno fino al «ritorno della democrazia»). Alcuni hanno già piani precisi, date e luoghi. Fra le destinazioni favorite di questo esodo c’è proprio il nostro Paese. Non perché amino il governo Meloni, anzi quello sarebbe una controindicazione. Il fatto è che molti dei miei interlocutori hanno case di villeggiatura in Toscana o in Umbria, in Liguria o sul Lago di Como. L’altra destinazione favorita è la Francia: Parigi, Provenza e Costa Azzurra. Stesso discorso: sanno che un giorno o l’altro pure la Francia potrebbe avere un governo di destra, però hanno casa da quelle parti.

I miei amici letterati non si rendono conto che i discorsi sull’autoesilio confermano i peggiori pregiudizi contro le élite. L’operaio metalmeccanico del Michigan che ha votato per Trump, se mai venisse a conoscenza di quel che si dice nelle cene al Village e nei salotti letterari, troverebbe la conferma che la sinistra ormai rappresenta soprattutto i privilegiati, quelli che si possono permettere case di villeggiatura in Europa. L’ex immigrato latinoamericano o indiano, che ha votato Trump per difendere valori tradizionali e perché disapprova l’immigrazione illegale, si sentirebbe ancora più distante dalle celebrity di Manhattan. Il reduce che ha indossato la divisa militare riconoscerebbe in questi discorsi la vena anti-patriottica, anti-americana, di chi è pronto ad abbandonare il proprio Paese se non si sente rappresentato dal governo di turno.

La California

A me invece tutto questo sa di déjà vu: sentii fare gli stessi discorsi nel dicembre 2000 quando vivevo a San Francisco e ci fu l’elezione «rubata dalla Corte suprema» (Bush-Gore), poi nella primavera 2003 quando Bush invase l’Iraq. Molti amici californiani vent’anni fa parlavano di lasciare l’America. Pochissimi lo hanno fatto davvero. Qualcuno si è trasferito in Florida, per pagare meno tasse in un paradiso fiscale governato dai repubblicani… Per darvi un quadro veritiero dell’atmosfera che respiro oggi a New York, però, devo aggiungere che c’è un pessimismo anche a destra. In un certo mondo conservatore e liberal-repubblicano, o ex repubblicano ma anti-trumpiano, gli eventi degli ultimi giorni (Ucraina, dazi) hanno creato sconforto

Una testimonianza è quella di Bret Stephens, editorialista del New York Times, un conservatore non trumpiano. Stephens scrive, tra l’altro: «Nessun presidente è mai stato così incompetente nell’attuare le proprie idee. È una conclusione a cui sembrano essere giunti i mercati azionari, crollati dopo la tripla batosta di Trump: primo, le minacce di dazi contro i nostri principali partner commerciali, con un conseguente aumento dei costi; secondo, la ripetuta concessione di proroghe su alcuni di quei dazi, creando uno scenario imprevedibile; infine, la sua ammissione implicita che gli Stati Uniti potrebbero entrare in recessione quest’anno, un prezzo che è disposto a pagare per fare quella che chiama una “grande cosa”. Un presidente capriccioso, erratico e sconsiderato è pronto a mettere a rischio sia l’economia statunitense che quella globale pur di sostenere il proprio punto di vista ideologico. … I critici di Trump sono sempre rapidi nel vedere il lato sinistro delle sue azioni e dichiarazioni. Un pericolo ancora più grande potrebbe risiedere nel carattere caotico della sua gestione politica. La democrazia può morire nell’opacità. Può morire nel dispotismo. Con Trump, rischia di morire per stupidità».