GUIDO OLIMPIO
I 2 mila missili balistici, gli anti-nave e i droni: le armi dell’Iran
La cadenza irregolare dei lanci conferma i problemi di Teheran
I pasdaran hanno diminuito il lancio di missili ma sono riusciti a superare in qualche caso lo scudo israeliano. E nelle scorse ore hanno preso di mira la base americana di al Udeid in Qatar più un’installazione in Iraq. Forse non hanno molte «pallottole», però sparano comunque anche se si è trattato di una ritorsione «concordata».
Otto i vettori lanciati nella salva di lunedì, evidente la differenza con l’inizio del conflitto. Una tabella pubblicata da Haaretz ha mostrato la cadenza: 100, 120, 65, 43, 39, 16, 49, 26, 5, 40. Variazioni che potrebbero confermare l’esistenza di diversi problemi. L’arsenale si sta riducendo rapidamente. Le incursioni nemiche sulle regioni occidentali hanno reso difficili i lanci e dunque devono operare dalla parte centrale/orientale con tempi operativi più lunghi. Gli artiglieri avrebbero ancora un centinaio di lanciatori, indispensabili in un conflitto dinamico; possibile che una «quota» sia tirata da postazioni fisse e mimetizzate.

Le analisi si basano su stime variabili, cambiano infatti le valutazioni su quanti missili balistici avessero quando è deflagrata la crisi: la «forbice» indica 2-3 mila «pezzi» mentre a oggi ne sono stati impiegati circa 580. Esistono sempre delle incognite. Le informazioni in mano all’intelligence possono essere errate, ci sono dubbi sullo stato di alcuni depositi, compresi quelli sotterranei. Israele ne ha distrutti diversi, altri sono «in piedi» ma non accessibili.
L’altro elemento riguarda la capacità di adattamento. Un esperto ha rilevato come l’Idf sia tornata a bombardare la fabbrica di Shahroud dedicata alla produzione di combustibile militare per i vettori a lungo raggio, un sito che era già stato preso di mira nell’ottobre 2024. E già allora si disse che i tecnici avrebbero potuto acquistare rapidamente all’estero — in Cina — i macchinari sostitutivi.
Durante le fasi più acute del duello le forze armate hanno impiegato tutti (o quasi) i modelli a disposizione: Emad, Qadar, Fattah 1, Kheibar. Più volte hanno causato danni nonostante la presenza delle difese israeliane e statunitensi impiegando testate dotate di submunizioni. Azioni che, per quanto limitate, hanno ripercussioni per tutti. Gli abitanti costretti a correre nei rifugi, le attività sospese, i voli intermittenti, i palazzi sventrati. È stato lo stesso presidente Herzog a parlare di guerra di logoramento. Resta da capire per quanto.
Al tempo stesso la Repubblica islamica dispone di cruise anti-nave (mille chilometri di raggio d’azione) e armi con gittata più ridotta che possono tornare utili nel Golfo oppure nel settore Siria-Iraq per la rappresaglia.
Minore, rispetto ad esempio al teatro ucraino, la minaccia dei droni. I guardiani ne hanno utilizzati un migliaio e solo un paio hanno portato a conseguenze mentre a centinaia sono stati fermati prima ancora che potessero violare i confini. Si ritiene che ne abbiano tanti in riserva, quasi tutti Shahed, una «categoria» in evoluzione e provata su tanti fronti, dallo Yemen a Kiev.
Israele ha un controllo assoluto dello spazio aereo, ha eliminato la gran parte delle batterie ma ciò non ha cancellato del tutto i rischi. Tel Aviv ha ammesso la perdita di 4 droni (2 per fuoco amico), Teheran ha rivendicato l’abbattimento di 7-8, l’ultimo ieri. Gli equipaggiamenti mobili possono «ingaggiare» con successo velivoli poco veloci.
Cosa resta dei piani nucleari iraniani: fermati o solo rallentati?
L’aviazione israeliana ha di nuovo colpito Fordow
L’aviazione israeliana è tornata su Fordow e ha bombardato le vie d’accesso al sito ospitato all’interno della montagna. Strano che non l’abbia fatto alla vigilia dello strike americano quando c’erano decine di camion e bulldozer al lavoro attorno agli ingressi dei tunnel.
Il nuovo attacco Idf può essere un modo per ostacolare attività di recupero, per tenere sotto pressione un obiettivo primario, un ulteriore segnale che l’Operazione Martello di mezzanotte decisa da Donald Trump può non aver chiuso del tutto il dossier. Come suggeriscono in tanti.
Il direttore dell’Aiea, Rafael Grossi, ha ribadito ieri che l’impianto ha subito danni consistenti ma nessuno è in grado, neppure la sua agenzia, di dire quanto siano profondi. Meno dubbi, invece, su Natanz e Isfahan, in quanto le foto satellitari hanno mostrato gli edifici distrutti, rivelato con maggiore precisione come almeno due super bombe sganciate dai B-2 sul primo target e i 30 cruise del sommergibile Georgia «puntati» sul secondo abbiano compromesso le strutture già investite dagli ordigni lanciati dagli israeliani.
Il parere di Grossi, sempre più inviso alla Repubblica islamica, segue i commenti euforici del presidente americano ed è bilanciato dal parere di numerosi esperti ma anche di rappresentanti dell’amministrazione Usa.
In sintesi:
1) Lo strike ha rappresentato un’azione ben coordinata, una prova della capacità strategica globale del Pentagono.
2) Notevole il ruolo della logistica con la flotta di velivoli-cisterna che ha messo in condizione gli Spirits e oltre un centinaio di aerei di portare a termine l’incursione.
3) Le Gbu hanno provocato distruzioni importanti.
4) Il risultato effettivo sarà noto solo dopo che l’intelligence e altre fonti affidabili avranno modo di scoprire cosa è avvenuto nel bunker di Fordow. E non solo lì. Chiedono tempo. Il presidente, invece, ha reagito definendo «fake news» gli articoli che hanno sminuito l’affondo: abbiamo distrutto tutto. Le riserve degli esperti
L’esperto Jeffrey Lewis, via Twitter, senza sminuire la portata del raid, ha espresso molte riserve in modo dettagliato, con alcuni dubbi condivisi, con toni diversi, da alti funzionari statunitensi. Non c’è alcuna certezza sulla quantità di uranio arricchito presente al momento del «colpo» all’interno delle gallerie: gli iraniani sostengono di averlo trasferito, mossa ritenuta probabile anche dagli americani. Lo hanno fatto anche con i camion avvistati? ? O i veicoli hanno aggiunto terra ai bastioni di copertura? È possibile che una parte del materiale sia stato portato al sicuro in un altro deposito protetto nella zona di Natanz e risparmiato fino ad oggi dall’offensiva Rising Lion. Una possibilità esclusa daI senatore repubblicano Mulling che ha citato ambienti dell’intelligence: non ne hanno avuto tempo.
Inoltre, si ritiene che gli scienziati abbiano a disposizione quasi 400 chilogrammi di uranio arricchito sufficiente per proseguire — se autorizzati dalla Guida Khamenei — verso la Bomba. La lezione finale è la solita: l’opzione bellica può solo rallentare ma non fermare completamente il programma atomico. Principio altrettanto chiaro prima ancora che The Donald facesse levare in volo la doppia formazione di B-2, una proveniente dal Pacifico e l’altra in arrivo dall’Atlantico. A questo si era sommato un piccolo dibattito sulla potenza della Gbu. Un «partito» riteneva che non esistesse la garanzia assoluta di successo pieno, un altro — incluso il Pentagono — ribatteva: l’abbiamo testata e ci siamo preparati da molto tempo al suo uso. Come dire, fidatevi di noi.
Lasciando da parte il bilancio, è costante negli ambienti diplomatici e militari il monito sull’esistenza di una via parallela (segreta) da parte degli ayatollah nella ricerca atomica. Studiata per sottrarsi alle verifiche internazionali, affidata a un nucleo ristretto di scienziati e pasdaran, pensata per resistere al contrasto duro del nemico. Gli israeliani non hanno atteso gli Stati Uniti e neppure Trump per agire. Sabotaggi, virus informatici, eliminazioni, forniture di tecnologia fallata all’Iran attraverso ditte di copertura in Occidente, manovre e molto altro non sono stati sufficienti per indurre la Repubblica islamica a rinunciare.
Nucleare iraniano, a che punto è davvero e può essere fermato?
Cosa possono aver ottenuto le super bombe perforanti GBU-57 sganciate dagli Stati Uniti e a che punto era davvero il misterioso programma nucleare iraniano? Un momento della diretta tv «Israele-Iran, scontro finale?» riservata in esclusiva ai nostri abbonati per le Conversazioni del Corriere, con l’analista militare del Corriere della Sera Guido Olimpio. Conduce Maria Serena Natale.




