se rispondere a un messaggio vale più della vita di una maestra e della sicurezza dei bimbi


WALTER VELTRONI
Il telefono è diventato l’oggetto più importante della nostra vita, un arto senza il quale ci sentiamo menomati. Quella dallo smartphone è la più grande dipendenza di massa che l’umanità abbia conosciuto
Io non riesco a liberarmi da un’immagine pubblicata in questi giorni.
Le fotografie parlano, anche quelle che oggi sono rubate alla realtà da tecnologie inerti. Non servono Salgado o Robert Capa, in certi casi. Basta un occhio elettronico piazzato su un palo o chissà dove per congelare un momento di realtà e, col miracolo della sua riproduzione, entrare nel nostro vissuto.
Così è per questa immagine. Si tratta dell’autista del pullman che il 19 maggio sulla Pedemontana, a Lomazzo, tamponò un Tir che lo precedeva. Sul mezzo viaggiavano i ragazzi di una scolaresca e la loro insegnante, una donna di 43 anni che è morta sul colpo.
La foto, che qui pubblichiamo, è brutale nella sua semplicità. È scattata un momento prima dell’incidente e ritrae la donna seduta vicino al guidatore. Ma è quella l’immagine che non riesco a cancellare, l’autista ha le due mani non sul volante, ma sul telefono cellulare e lo sguardo è rivolto verso il basso, sullo schermo dello smartphone, non sulla strada. Il pullman viaggiava a 90 chilometri all’ora, il tir che lo precedeva a 55. Dall’esame del cellulare si desume che in quell’istante, subito prima dell’impatto, il guidatore stava facendo le screenshot di un messaggio WhatsApp dell’ufficio. Quello che colpisce sono, ovviamente, l’imprudenza e l’irresponsabilità, ma soprattutto la totale indifferenza per quei bambini che stavano dormendo o facendo chiasso nella loro gita scolastica. Il messaggino era più importante di loro. Non entro nelle responsabilità personali di quel caso specifico, se ne occupa la magistratura. Mi interessa dire che quella foto potrebbe essere scattata ovunque, su qualsiasi strada o autostrada italiana. Fermiamoci a un incrocio e contiamo quante persone stanno usando il cellulare mentre guidano. Scopriremo che sono la maggioranza.
Il telefono è diventato l’oggetto più importante della nostra vita, un arto senza il quale ci sentiamo menomati, un catalizzatore permanente della nostra attenzione. Per strada si vedono solo persone con la testa piegata sullo schermo, il movimento delle mani più frequente non è scrivere o salutare, ma scrollare, neologismo criminale. Si passano così ore a occuparsi di cretinate, spesso di cose inventate e comunque talmente inutili che domani saranno evaporate come il nulla di cui sono composte.
Stiamo disimparando a leggere e scrivere, a ragionare su basi complesse. È in atto, in un mondo in cui ci sono più cellulari che persone, un generale «regresso cognitivo». Questo ha conseguenze, evidenti, anche sulle dinamiche politiche di consenso che tendono a considerare obsoleta la complicata democrazia e assai preferibile la semplicissima dittatura.
Ma c’è un aspetto che questa foto propone a chi abbia voglia di interrogarsi su come siamo diventati: il nostro rapporto con il tempo.
Per quell’autista rispondere immediatamente o catalogare un messaggio era inconsciamente più importante della sicurezza di quei bambini, delle insegnanti, di sé stesso. Perché il cellulare non può attendere, è lui che detta i nostri tempi, che trasforma l’inutilità in urgenza assoluta, che impone una rete di comunicazioni perpetue e fragili, che trasmette ansia con la tortura delle spuntature di vari colori della messaggistica. Che genera gli haters, aberrazione che ha sostituito l’opinione pubblica ed è assurdamente diventata potere egemonico nello spirito del tempo. Che non per caso non trova più le parole per affrontare i conflitti, ma la semplicissima e antica arte della violenza, del ricatto e della guerra.
Non è necessario ogni volta celebrare la potenza di questi mezzi e decantare quanto ci abbiano reso più semplice la vita. Più semplice, ma non più nostra. Quella dallo smartphone è la più grande dipendenza di massa che l’umanità abbia conosciuto. Il cellulare ha mutato il nostro rapporto con il tempo rendendo tutto isterico, immediato, irrinviabile. Il tempo va divorato, non vissuto. Con il paradosso che questi mezzi, nati per farci, meritoriamente, risparmiare il tempo inutile delle file e degli sportelli, ci spinge poi a impiegare quel tempo guadagnato scrollando banalità sul cellulare. L’umanità frenetica e a testa bassa non può aspettare, mai. Non accetta progetti, tanto meno politici, vive alla giornata, anzi all’istante, non chiede coerenza, perché non collega ieri oggi e domani.
Vuole solamente, tutta intera, la nostra attenzione.
È gratis, ma solo perché il prezzo siamo noi.



