Sulla decisione di entrare in guerra, il tycoon si gioca la presidenza: dall’impeachment alla frattura nel fronte Maga, tutti gli scenari aperti dalla sua mossa
Enrico Franceschini per
Donald Trump si gioca la presidenza sulla decisione di entrare in guerra contro l’Iran. Il leader che ha conquistato la Casa Bianca predicando l’isolazionismo scommette tutto su un intervento militare carico di rischi, concordano gli esperti di affari internazionali e strategici. Può andargli bene, può andargli male: le possibili conseguenze vanno dall’impeachment al Nobel per la pace, aspirazione quest’ultima rivendicata dal tycoon proprio nelle ore in cui dava il via libera ai bombardieri Usa. Ma nella sua logica si può ambire al premio pacifista anche gettandosi in un pericoloso conflitto. Ecco le opzioni create dalla mossa del tycoon.
Una guerra lampo
La scommessa di Trump è che il bombardamento americano degli impianti nucleari, in particolare quello di Fordow, nascosto sotto una montagna, che soltanto le super-bombe Usa potrebbero distruggere, sia sufficiente a estirpare una volta per tutte la minaccia di un Iran con armi atomiche. Se così fosse, Trump avrebbe realizzato un obiettivo perseguito in un modo o nell’altro da molteplici suoi predecessori, con il potenziale di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, in particolare se ciò portasse anche a un cambio di regime, mettendo fine al potere degli ayatollah.
Con l’attacco a Teheran, inoltre, il presidente dimostra di essere pronto a usare la forza militare: un monito ad altri nemici e avversari degli Stati Uniti, dalla Russia alla Cina. Così smentendo il soprannome che gli ha dato fastidio: “Taco”, la tortilla messicana piegata su sé stessa, acronimo di “Trump always chickens out”, Trump si prende sempre paura, con il sottinteso che, dopo avere minacciato fuoco e fiamme, fa marcia indietro. Stavolta ha mantenuto la minaccia.
Un processo per impeachment
La deputata democratica Alexandra Ocasio-Ortez ha già presentato una proposta di impeachment del presidente per violazione della Costituzione, che in effetti prevede la necessità di un voto di approvazione da parte del Congresso (la Camera e il Senato americani) per ogni azione di guerra, tranne nel caso in cui gli Stati Uniti siano sotto attacco. Procedura che è stata rispettata per le guerre in Afghanistan e in Iraq del 2001-2003, per la guerra del Vietnam, perfino per la dichiarazione di guerra al Giappone dopo l’attacco nipponico alla base Usa di Pearl Harbour nel 1941.
Il senatore democratico Bernie Sanders e anche alcuni parlamentari repubblicani, tra cui il deputato Thomas Massie, sono d’accordo con Ocasio-Ortez, giudicando “incostituzionale” l’ordine di bombardare l’Iran senza sottometterlo al voto del Congresso. Fino alle elezioni di mid-term in programma nel novembre dell’anno prossimo, Trump ha la maggioranza in entrambi i rami del parlamento, per cui è difficile che un processo per costringerlo a dimettersi abbia successo, ma già l’attivazione del dibattito potrebbe contribuire a fargli perdere consensi. Negli ultimi sondaggi, la sua presidenza è disapprovata dal 51 per cento della popolazione, approvata dal 46,9 per cento. Al Congresso c’è anche chi lo difende: “Attaccando l’Iran abbiamo colpito un Paese che da mezzo secolo grida Morte all’America”, commenta lo Speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson.
La spaccatura del fronte Maga
Trump è stato rieletto alla Casa Bianca promettendo “la fine di tutte le stupide guerre che durano per sempre”. Ha proposto un modello di politica estera isolazionista basato sullo slogan “America First”, ovvero mettere al primo posto gli interessi dell’America, rinunciando al ruolo di poliziotto democratico del mondo. Ha chiesto agli altri membri della Nato di spendere di più per la difesa dell’Europa, creando dubbi sulla sua disponibilità a proteggere l’Europa. Sul conflitto in Ucraina ha adottato una linea radicalmente diversa da Joe Biden, affermando “non è la mia guerra” e mettendo in dubbio la continuazione a oltranza degli aiuti Usa a Kiev.
Eppure, dopo cinque mesi di presidenza, si è buttato in un’impresa militare che rischia di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto e destabilizzare l’intero Medio Oriente. Alla vigilia dell’attacco americano, Steve Bannon, lo stratega del movimento Maga (Make America Great Again), sulle cui ali Trump ha vinto due volte la presidenza, lo ha ripetutamente ammonito a non farlo. Il giornalista televisivo Tucker Carlson, una delle voci più popolari del mondo Maga, ha tuonato contro un intervento Usa. Entrambi hanno messo in guardia Trump sul rischio che il popolo Maga non lo seguirà sulla strada dell’interventismo.
Tuttavia Bannon ha poi corretto il tiro, dicendo che, se Trump avesse deciso di andare in guerra, alla fine lui lo avrebbe sostenuto. E il presidente, nelle immagini dalla Situation Room della Casa Bianca in cui ha seguito in diretta l’attacco, aveva in testa il berretto con la scritta Maga, come a sottolineare che ora è questo il modo giusto per “rende di nuovo grande l’America”. Si tratta comunque di un capovolgimento di fronte radicale per la sua linea, che finora privilegiava la diplomazia e gli accordi rispetto all’uso della forza e al rischio di perdere vite di soldati americani.
Una lunga guerra
Nel 2020, durante il suo primo mandato presidenziale, quando Trump ordinò l’assassinio di Qassim Soleimani, il generale iraniano a capo dell’unità Al Quds delle Guardie della Rivoluzione, Teheran rispose con un lancio di missili su una base militare Usa in Medio Oriente. Ma attraverso intermediari avvertì preventivamente gli Stati Uniti, non ci furono vittime (a parte un aereo passeggeri ucraino che fu abbattuto per errore uccidendo tutti i 176 passeggeri a bordo) e non ci fu una escalation. Stavolta l’ayatollah Ali Khamenei ha minacciato una dura risposta in caso di attacco americano e l’escalation potrebbe esserci, come lo stesso Trump ha messo in conto, avvertendo che, in caso di reazione iraniana, l’aviazione americana è pronta a colpire “altri bersagli”. L’attacco dei bombardieri Stealth agli impianti nucleari rischia di essere l’inizio, non l’unico atto o la fine, di un conflitto tra Washington e Teheran. “Ci sono tutti gli elementi per ripetere l’errore che abbiamo commesso con la guerra in Iraq”, scrive il New York Times.
I danni economici
In caso di escalation, l’America rischia di subire anche un danno economico e di farlo pagare anche ai suoi alleati. Gli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, minacciano di chiudere lo stretto di Hormuz, da cui passa il 50 per cento della navigazione commerciale mondiale, per esempio affondando una nave che bloccherebbe il transito e attaccando quelle in transito. Il prezzo del petrolio potrebbe schizzare a oltre 100 dollari a barile sui mercati internazionali. Se l’americano medio si ritroverà a dovere pagare di più per un pieno di benzina, finirà per dare la colpa all’interventismo di Trump. Senza contare le spese militari: basti pensare che ogni singolo Stealth, i bombardieri “invisibili” usati per l’attacco agli impianti nucleari iraniani, costa più di 2 miliardi di dollari.
Addio Nobel
Nei giorni precedenti la decisione di entrare in guerra, parlando con i giornalisti Trump ha detto ancora una volta che meriterebbe di vincere il premio Nobel per la pace, anzi “avrei dovuto vincerne quattro o cinque”, citando gli sforzi diplomatici per evitare o fermare conflitti nel suo primo mandato e nel secondo, ultimo caso la mediazione per spegnere sul nascere la recente guerra nel Kashmir tra India e Pakistan. “Ma danno il Nobel soltanto ai liberal”, si è lamentato, ossia soltanto ai leader progressisti. “Avrei dovuto ottenerlo per gli accordi di Abramo”, ha aggiunto, riferendosi alla pace fra Israele e quattro Paesi arabi da lui negoziata durante la sua prima presidenza.
Ora voleva riprovarci, con un accordo di pace fra Israele e Arabia Saudita, sebbene il progetto sembri impossibile senza risolvere la tragedia di Gaza e il conflitto israeliano-palestinese. Trump sostiene che privare un regime fanatico della possibilità di avere armi nucleari sia un grande passo verso la pace globale, ma vincere il Nobel sarebbe ancora più improbabile con un Medio Oriente in fiamme a causa della guerra fra America e Iran.



