Il mito di Arianna, una pittrice del Settecento e una domanda: l’amore è equilibrio o dismisura?

Le vite parallele (ma con destini differenti) della principessa cretese e di Angelica Kauffmann, l’artista che la dipinse abbandonata sull’isola di Nasso
ROBERTA SCORRANESE
La donna occupa tutto lo spazio del quadro. Distesa su un triclinio rivestito di tessuto rosso, lascia indovinare le sue origini principesche da impercettibili dettagli: l’abito leggero e prezioso, lo scrigno dei gioielli, quello che resta di un’acconciatura elaborata ma ormai ridotta a una selva scompigliata di capelli. Ed è una donna disperata, sola, senza un’anima viva davanti alla quale esibire le vestigia del lusso. Non c’è dubbio: la donna del dipinto è una principessa ripudiata. È Arianna, figlia di Minosse, re di Creta, la donna che per amore ha tradito patria e famiglia e che dall’amore poi è stata beffata, perché si ritrova abbandonata su un’isola deserta.
E l’artista che ha dipinto quest’opera — oggi nelle collezioni permanenti del Museo di Belle Arti di Boston — è stata una donna che ha vissuto più o meno la stessa vicenda, ma con un esito diametralmente opposto: parliamo di Angelica Kauffmann, nata a Coira, in Svizzera, nel 1741 e morta a 66 anni dopo una lunga e solida carriera nell’Europa che abbracciava la sensibilità neoclassica, la rivoluzione industriale e la nascita dei primi fermenti romantici. Kauffman era figlia di un artista, il quale la sostenne nel coltivare la passione per il disegno, per la pittura e per lo studio delle lingue. Bella e raffinata, poliglotta e abile conversatrice, Angelica ebbe modo di visitare le grandi capitali dell’arte, da Roma e Firenze fino a Londra e Parigi.

Crebbe specializzandosi nella ritrattistica, ma con coraggio (non era facile all’epoca per una donna) esplorò anche il territorio della pittura storica, concentrandosi soprattutto su personaggi femminili. Come Cleopatra, che lei dipinse addolorata e intenta ad abbellire la tomba di Antonio. Amica di Johann Joachim Winckelmann, fu tra le poche artiste che studiarono e si cimentarono nel nudo. E assieme a Mary Moser fu l’unica donna (su trentaquattro uomini) tra i fondatori della Royal Academy di Londra.

Anche Arianna, nel racconto del mito, era bella e raffinata. Ma con un’ombra persistente nello sguardo: aveva visto con i propri occhi la crescita del fratello fino alla trasformazione in una creatura mostruosa, quel Minotauro che nel Labirinto di Creta aspettava ogni mese un carico di giovani uomini ateniesi per divorarli nella solitudine più rabbiosa. La prigione era stata progettata dall’architetto più bravo della corte, Dedalo: entrare e arrivare al cospetto dell’uomo-animale era facile, ma uscire era impossibile, perché un gioco di specchi rifletteva pareti e persone e confondeva anche il più abile degli esploratori. Questa storia, dunque, inizia con due anime inquiete: quella del Minotauro, che divora senza sosta le prede della nemica Atene, ormai dimentico delle proprie origini principesche e certo di non poter morire da eroe (per gli antichi Greci questo era un punto fondamentale) e quella di Arianna, infelice perché senza amore. Fino a quando, un giorno, tra il consueto gruppo di giovani ateniesi che sbarcarono per andare incontro al mostro, la ragazza vide un paio di occhi ardenti. Erano gli occhi di Teseo, figlio del re di Atene, ambizioso e spregiudicato.

Angelica crebbe circondata dai più talentuosi artisti, diventava sempre più ricercata, contesa dall’aristocrazia e dalle classi (in ascesa) della borghesia intellettuale. I suoi ritratti piacevano perché poco ingessati, audaci ma rispettosi del decoro, resi vivaci dalla curiosità dell’artista. E le invidie (maschili) erano inevitabili: nel 1775 un pittore oggi dimenticato, Nathaniel Hone, fece dell’ironia sull’amicizia di Kauffmann con il grande e molto più anziano Joshua Reynolds ritraendoli seminudi in pose inequivocabili in uno dei suoi quadri. Ma Angelica non si lasciò turbare da queste piccolezze: continuava nella sua ricerca tra pittura storica e ritratti, fino a quando un paio di occhi ardenti come quelli di Teseo la fulminarono: appartenevano a un giovane (sedicente) conte svedese, Frederick de Horn, il quale in poco tempo scavò un solco nel suo cuore.

Intanto, nel tempo sospeso del mito, Teseo e Arianna si guardavano e ciascuno vedeva nell’altra un orizzonte di possibilità: la principessa si immaginò regina di Atene, il principe proiettò sé stesso nella gloria degli onori che il suo popolo gli avrebbe tributato se fosse riuscito a uccidere il Minotauro, inesausto divoratore di gioventù ateniese. Arianna nella notte e in gran segreto gli consegnò l’arma più strategica: un filo rosso avrebbe permesso al giovane Teseo di entrare nel labirinto di Cnosso, uccidere la bestia e poi ritrovare la via d’uscita. Così avvenne e quando il giovane tornò vittorioso, la ragazza lo aspettava impaziente. Salparono con la stessa nave con la quale l’equipaggio era arrivato, per la prima volta non vuota sulla via del ritorno, ma piena di ragazzi in festa. Arrivati nei pressi dell’isola di Nasso, Teseo propose di fermarsi e di dormire sotto le stelle. Arianna si addormentò felice. Ma quando si svegliò si accorse che il resto della ciurma era partito, che era rimasta sola sull’isola e che Teseo l’aveva abbandonata. L’aveva, cioè, «piantata in Nasso».

Anche il bel nobile svedese settecentesco aveva altre intenzioni: tre mesi dopo le nozze, fuggì portando con sé i risparmi della moglie e Angelica Kauffman reagì nell’unico modo che conosceva, continuando cioè a dipingere. Si concesse, anzi, qualche salto intellettuale, per esempio rappresentando un artista greco antico come Zeusi intento a scegliere la modella per la sua rappresentazione di Elena di Troia, ancora una regina: scavando nel processo creativo, la pittrice dimostra di andare ben oltre il semplice affresco storico-mitologico, ma indaga nei meandri del talento. Poi viaggia ancora, fino a quando — dopo un soggiorno a Napoli — decide di trasferirsi a Roma e di sposare un uomo ben diverso dall’avventuriero nordico: il pittore Antonio Zucchi, di quindici anni più vecchio, che le farà anche da manager, garantendole una certa serenità affettiva.

È qui che il destino di Angelica e quello di Arianna si biforcano, come in un romanzo di Borges: se la pittrice si acquieta in un amore anziano e placido, la principessa vaga per l’isola in un crescendo di follia. I capelli scarmigliati, le mani insanguinate per i numerosi tentativi di graffiare le rocce, le canzoni senza senso che le uscivano dalla bocca come lamenti, le lacrime e una bizzarra danza muta. Fino a quando la sua figura bellissima e dissennata suscitò l’attenzione di un dio incline all’eccentrico: Dioniso. Arianna era famosa in tutta la Grecia per la sua bellezza e la sua grazia, eppure fino a quel momento il dio non aveva provato nulla per lei. Fu quando la vide, dall’alto, folle e piena di rabbia, che se ne innamorò. Perché l’amore, per Dioniso, non è misura, anzi: è sconsideratezza, eccesso, squilibrio. E non si tratta di mero istinto, anzi: quella di Dioniso è una purissima forma di conoscenza, attraverso l’irragionevolezza. Discese su di lei, la amò e la portò via con sé. Così il destino di Arianna superò le sue iniziali aspettative: non divenne regina ma di più, divenne una dea.

Angelica fece la scelta opposta. Si «accasò» con il suo buon Antonio — salvo una parentesi passionale anche se non ben definita nei contorni per Goethe —, si dedicò alla pittura, sopravvisse al marito e quando questi morì lo fece seppellire nella Basilica romana di Sant’Andrea delle Fratte. Quando toccò a lei, nel 1807, il funerale venne organizzato addirittura da Antonio Canova, ma le spoglie di Kauffman non vennero tumulate nel Pantheon, accanto a Raffaello, come lei avrebbe meritato: per espressa volontà dell’artista, i suoi resti riposano accanto a quelli del marito, come recita l’epitaffio dettato da lei stessa, proprio perché con lui aveva trovato pace.
Resta una domanda: l’amore, infine, è misura o dismisura?




