Intervista al fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, autore di «Le 7 regole della fiducia» (Garzanti): «Viviamo in un tempo in cui se sei abbastanza bravo a fare il troll su Twitter puoi persino diventare presidente degli Usa. E non è una battuta»
RICCARDO LUNA
«Viviamo in un tempo in cui se sei abbastanza bravo a fare il troll su Twitter puoi persino diventare presidente degli Stati Uniti». È una battuta? «No, purtroppo non è una battuta».
Il sorriso dolce di Jimmy Wales è il riflesso della sua timidezza e quindi di un modo gentile che ha di dire anche le cose più dirompenti. Come far intendere al suo interlocutore che Donald Trump si comporta come un troll. Poco più di venticinque anni fa ha fondato Wikipedia, recentemente definito «l’ultimo posto bello rimasto sul web»; e ora che lui di anni ne ha appena compiuti sessanta, dice che ogni tanto si volta indietro a chiedersi: cosa resterà di questa impresa? Cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi? Che diranno di questa strana, meravigliosa comunità di volontari che aggiornano da sempre Wikipedia per farne quello che è, e che lui chiama affettuosamente i wikipediani, come se fossero degli alieni? E ancora: resisterà, l’enciclopedia più grande del mondo, all’intelligenza artificiale e alla fine della verità?
Ma sbaglierebbe chi pensasse di avere a che fare con una persona tormentata dai dubbi o spaventata dal futuro: «Sono un ottimista patologico» è una delle sue frasi preferite e in quel patologico c’è la rivendicazione di un ottimismo che si è rivelato più forte delle delusioni che a un certo punto nella vita inevitabilmente sono un bagaglio piuttosto pesante; e questo non perchè Wales ignori la portata delle sfide che abbiamo davanti, ma perché, dice, ha un’irriducibile fiducia negli esseri umani. «Le persone, fuori dai social, sono meravigliose» dirà, con appena più enfasi del suo solito eloquio sommesso, alla fine di un incontro pubblico al Teatro della Fortuna di Fano, gremito, in un pomeriggio di agosto, come se fosse venuta una rock star. Quando vi diranno che la gente ha solo bisogno di leggerezza e di distrarsi, di veline e di gossip, ditegli quello che è accaduto a Fano il 20 agosto 2026. La scena sembrava il prologo di una rivoluzione, o almeno di una forma di resistenza al brutto che avanza: applausi convinti del pubblico facevano da contrappunto agli elogi appassionati della gentilezza e della trasparenza per tornare ad essere felici; alle spalle di Wales, sul sipario, campeggiava il dipinto dell’ingresso trionfale di Cesare Ottaviano Augusto a Fano «mentre riceve l’acclamazione dei magistrati e dei cittadini», come riporta l’apposita voce su Wikipedia.

Cosa ci facesse, in questa nobile cittadina delle Marche, «l’unico barone della tecnologia decent», ovvero «perbene, rispettabile», per usare una recente definizione del Guardian, è una coincidenza preziosa: la cognata ha un casale da queste parti e quindi con la moglie e la figlia vengono spesso a trovarla e lui si è così innamorato dell’Italia ( «e del calore degli italiani») che pensa di venirci a vivere un giorno, quando smetterà di lavorare. Inoltre fu proprio qui, a Fano, nella «Mediateca Montanari» dove ci incontriamo, che Wales scrisse al suo editore la proposta per il libro che lo sta portando in giro per il mondo a fare conferenze: si intitola «Le 7 regole della fiducia» (Garzanti) e sebbene il titolo faccia pensare al solito manualetto americano per avere successo facilmente, è una appassionante analisi di come è stato possibile realizzare la folle impresa di Wikipedia, ma anche di dove è finito il sogno di Internet: di cosa è andato storto. O meglio, per usarle le sua categorie, del perché abbiamo perso fiducia. Negli altri e nel futuro.
Partiamo proprio da qui: Wales sostiene che la fiducia sia stato l’ingrediente fondamentale che ha consentito agli esseri umani di evolvere. Di diventare quello che siamo. Ma si tratta di un ingrediente che va e viene. Quando è nata Wikipedia, per esempio, c’era una grande fiducia, in particolare nel web. Eravamo convinti che la partecipazione e la collaborazione di massa online, il cosiddetto Web 2.0, avrebbero migliorato il mondo. Oggi la fiducia sembra sparita, non solo nella sfera digitale. Gli chiedo: quando e perché abbiamo iniziato a perdere fiducia?
«I dati, come quelli dell’Edelman Trust Barometer, sostengono che si tratta di un trend che viene da lontano. Ma non è sbagliato dire che gran parte della colpa ricade sugli algoritmi tossici dei social media che premiano i nostri comportamenti peggiori. È ormai noto che se vuoi diventare popolare sui social c’è una formula: dì qualcosa di oltraggioso, le persone risponderanno e l’algoritmo ti premierà perché questo tuo comportamento aumenta l’engagement degli altri utenti…».
È precisamente in questo momento che paragona Donald Trump a un troll. Ma l’argomento è troppo importante e non vuole cavarsela con una battuta facile. Spiega: «Ogni tanto si legge la notizia di un nuovo gruppo violento con milioni di follower chiuso da Facebook, ma il problema è più profondo e sottile. Conosci la metafora dello zio pazzo? Immagina uno zio pazzo, forse un po’ razzista; la famiglia lo sopporta a malapena a Natale solo perché è un parente, ma nessuno lo ascolta davvero tranne i suoi due amici al pub. Ma da quando ci sono i social quello zio ha centinaia di follower: prima nessuno lo ascoltava e adesso sono in centinaia. Di per sé non sembra una cosa enorme, ma moltiplicalo per tutti gli zii pazzi del mondo e guarda come cambia la società incoraggiando comportamenti negativi. Prendiamo un altro stereotipo: la dolce nonna che commenta solo le foto dei nipotini e si congratula per i risultati scolastici, cose del genere. Beh, questo non genera coinvolgimento, la gente al massimo mette un cuore sotto i post della nonnina e se ne va, quindi l’algoritmo non la promuove. Ecco penso che questa sia una parte importante del problema. Gli algoritmi favoriscono i contenuti peggiori».
Siamo diventati così brutti come sembriamo li dentro?
«C’è una cosa che ho iniziato a dire recentemente: non credo di averla detta esattamente così nel libro, perché mi è venuta in mente solo mentre stavo facendo interviste su questo argomento. È questa: le persone ovunque sono fondamentalmente molto gentili. Questo mio pensiero viene accolto male. Molti mi chiedono: ne sei sicuro? E io dico: sai una cosa, se non te ne sei accorto penso che tu abbia passato troppo tempo su Twitter! Si tratta di un vero problema: se passi molto tempo su Twitter, ora X, o su Threads, e leggi tutti quegli insulti, e a volte orrori, puoi facilmente pensare che le persone siano terribili e che in giro sia pieno di pazzi. Ma dimentichi che se si va in qualsiasi luogo pubblico, in qualsiasi ristorante, in spiaggia, si incontrano sempre persone molto gentili. Le persone sono adorabili. Le persone sono molto socievoli e vogliono aiutarsi».
I social media stanno cambiando solo il modo di vedere il mondo o anche il modo in cui interagiamo? Papa Francesco prima di morire scrisse che i social media sono «un potente strumento che distorce la nostra percezione della realtà». Il risultato è che ci comportiamo diversamente. Prendiamo il problema della sicurezza: l’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo. Ma la percezione della gente non è questa e si comporta di conseguenza. Costruiamo muri.
«È proprio così. Quello che gli algoritmi scelgono di raccomandare ha delle conseguenze, tra queste proprio la perdita di fiducia. Per esempio verso la politica. Se credi sinceramente che tutti i politici siano bugiardi e corrotti, allora se ti dimostro che il politico che sostieni è un bugiardo e corrotto, dirai: Beh, ma lo sono tutti. Smette di essere una caratteristica distintiva. Ma ovviamente non è vero. Non tutti i politici sono bugiardi e corrotti. Alcuni di loro hanno cattive idee, altri buone idee; alcuni sono bugiardi e corrotti e altri no. Preferirei votare per un politico anche se non sono d’accordo con tutte le sue idee politiche, a condizione che io abbia la sensazione che si tratti di una persona onesta, disposta ad ascoltare, disposta a cambiare idea se emergono nuove prove; piuttosto che per un politico che ritengo bugiardo, anche se mi piacciono alcune delle sue proposte».

I social media non sono il male in sè. Perché sono diventati amplificatori di rabbia, paura e disinformazione? Sono stati i soldi a rovinare tutto?
«Andrebbero fatte delle distinzioni ma in generale, sì, penso che sia colpa del denaro. Anche se le diverse aziende non sono tutte uguali. Prendiamo YouTube, per esempio: è l’unica parte di Google che ha questo tipo di problema algoritmico. Il motore di ricerca non porta le persone a radicalizzarsi. Penso che il tutto sia iniziato in modo abbastanza innocente. Quando, su YouTube, le persone finiscono di guardare un video, spesso vogliono guardare qualcos’altro quindi consigliano loro un altro video; come si fa a capire se è una buona raccomandazione? Beh, se rimangono sul sito più a lungo, probabilmente è un buon segno. Da un punto di vista commerciale non sembra una cosa terribile. Ogni mezzo di intrattenimento nella storia lo ha fatto: in televisione negli anni Ottanta era famosa la programmazione del palinsesto in modo che un programma portasse all’altro. Questo è normale, va bene. Ma il problema è che, se non si sta molto attenti, si scopre che per attirare le persone e trattenerle su un sito un po’ più a lungo devi dare loro qualcosa che le fa arrabbiare, o qualcosa di folle. L’ho sperimentato di recente: eppure avrei dovuto saperlo. Mi è successo con TikTok. A volte lo scarico, ma poi lo cancello sempre dal mio telefono, perché crea troppa dipendenza; ci passo un po’ di tempo e poi penso: ho appena sprecato il mio tempo. Comunque la storia è questa: su TikTok improvvisamente mi appare un video, un video molto di destra. All’epoca non vedevo molti contenuti politici su TikTok e, in effetti, l’amministratore delegato di TikTok mi aveva detto che nemmeno loro vogliono contenuti politici sulla piattaforma. Il che lo capisco, perché sono cinesi, giusto? Non vogliono davvero che si parli di politica. Ma quel giorno ho visto questo video davvero di estrema destra e ho pensato: cos’è questa roba? E ho cliccato per vedere cosa dicevano le persone, cos’altro aveva postato un certo utente. E poi ho capito di aver fatto un errore, perché per due giorni tutto ciò che ho ricevuto dall’algoritmo sono stati video di estrema destra, solo perché avevo interagito con un contenuto. L’algoritmo deve aver concluso: ah, questo è quello che vuole, diamoglielo. Quindi bisogna stare molto attenti a come ci comportiamo sui social. Su questo penso che Google abbia fatto un lavoro migliore di altri: anche lì c’è ancora una lotta, ma sono consapevoli del problema. E, guarda, io non sono contro il business, non sono un comunista. Penso che vada bene far soldi, ma questa è la strada sbagliata anche per un altro motivo: privilegia il pensiero a breve termine rispetto a quello a lungo termine. E vale per tutti i tipi di attività, non solo per gli algoritmi dei social media: spesso ciò che aumenterà il tuo profitto in questo trimestre rovinerà la tua azienda a lungo termine. L’ho detto a quelli di Facebook: se quest’anno state aumentando le entrate pubblicitarie ma le cose che state facendo fanno credere alla gente che state distruggendo la civiltà, non avete un buon piano aziendale».
L’hai detto a Mark Zuckerberg?
«Beh, no, non direttamente. Non parlo con lui da un po’». (Wales conosce tutti gli altri protagonisti della Silicon Valley. Recentemente ha raccontato di aver detto a Elon Musk: «Elon, com’era questa storia delle auto elettriche? Ecco, era una bellissima idea. Perchè non ti occupi di questo e lasci stare Twitter?». Con gentilezza, però).
Gli chiedo come possiamo uscirne. Se non ci tocchi sperare che i social media vengano duramente condannati nel grande processo che si è aperto qualche giorno fa in California, ma Wales preferisce glissare. Dice solo: «Non lo so, non ho esaminato i dettagli. In generale sono sempre un po’ riluttante su questo genere di cose, perché sono un grande sostenitore della libertà di espressione e dell’innovazione. Semplicemente non lo so. Devo saperne di più sul caso prima di avere un’opinione sufficiente». Una risposta simile la dà sulla scelta dell’Australia e di molti Paesi europei di imporre un limite di età per far usare i social network agli adolescenti. Wales invita piuttosto a concentrarci sull’educazione, dei genitori e dei figli. Gli chiedo: basterà, davanti a macchine algoritmiche così sofisticate e potenti? «Non lo so. È una buona domanda, ed è una cosa molto da Wikipedia dire: ok, abbiamo bisogno di prove per dire se funziona. Ma una cosa che ritengo decisamente molto importante è favorire la concorrenza. Ovviamente ci sono molte complicazioni riguardo alla concorrenza online. Se tutti i tuoi amici e i tuoi familiari sono su Facebook, sarà molto difficile per un concorrente convincerti a spostarti altrove. Non è colpa di Facebook, le reti sociali funzionano così. Ma dobbiamo stare molto attenti a mettere barriere all’innovazione per i nuovi arrivati, perché viviamo in un’epoca in cui il pubblico è chiaramente scontento dei social media attuali e vorrebbe un’alternativa migliore. Ma se si rendono le cose più difficili per una nuova startup che dice “abbiamo un’idea diversa, un modo diverso di fare le cose”, ma poi aggiungono “non possiamo nemmeno permetterci di gestire le nuove norme”, questo è un problema. Quindi è una questione complicata».
Un atteggiamento molto da Silicon Valley. Eppure Jimmy Wales con Wikipedia non si è comportato «da Silicon Valley». Non hai cercato i soldi di un venture capitalist per fare del tuo progetto una startup e diventare miliardario come hanno fatto altri che pure citi nel tuo libro, come i fondatori di AirBnb e Uber. Affiora un piccolissimo rimpianto?
«No. No. La mia vita è così interessante e così divertente; è fantastica. E ho la mia società a scopo di lucro, si chiama Fandom: è una community wiki su intrattenimento, giochi, programmi tv. È una società fondata nel 2006 ed è piuttosto grande: un paio di miliardi di pagine ogni mese, circa duecento milioni di fatturato. Quindi ha successo. Non sono povero. Non sono un miliardario, ma sto bene. E ho appena compiuto sessant’anni. È un grande momento perché ho percorso un terzo della mia vita. Ovviamente scherzo: probabilmente non supererò i centottanta anni… Ma sono in buona salute e con una buona assistenza sanitaria posso vivere a lungo. E mi chiedo: ok, qual è l’eredità che lascio? Ecco, penso che quando le persone guarderanno indietro a questa epoca tra cinquecento anni, diranno: wow, era un disastro, la vita civile era diventata piuttosto tossica. Ma c’era questo gruppo di persone davvero simpatiche, i wikipediani, che stava facendo questo grande regalo al mondo. Quindi penso che nella vita l’eredità, quello che lasci agli altri, sia importante. E non ho bisogno di uno yacht per essere felice».
C’è stato un periodo, circa quindici anni fa, in cui era di moda ripetere che Wikipedia è «il posto migliore per iniziare la ricerca e il posto peggiore per concluderla». In quegli anni la gente ne riconosceva sia i meriti che i limiti. Ora Wikipedia è considerata una fonte di informazione autorevole, equilibrata e indipendente. Quando sono cambiate le cose?
«Penso che sia stato un cambiamento graduale: lentamente ma inesorabilmente, la gente ha iniziato a capire. Ci sono stati i primi anni in cui di noi si diceva: una enciclopedia aggiornata da chiunque è una follia, come potrebbe mai funzionare? E poi c’è stato quel periodo intermedio di cui stai parlando, in cui si diceva: “Beh, ok, è un buon punto di partenza”. E anche adesso direi che, a seconda di quello che stai facendo, Wikipedia è un buon punto di partenza ma probabilmente non dovresti fermarti lì se vuoi davvero imparare qualcosa in modo approfondito. Anche se per molti tipi di ricerche è sufficiente. Domani andrò a vedere la Basilica di Fano, una recente scoperta, e oggi ho letto l’articolo su Wikipedia. Non sto cercando di diventare uno storico esperto – voglio solo sapere cosa vedrò, il contesto e perché è importante. Wikipedia su questo è perfetta mentre se uno utilizza una intelligenza artificiale per fare la stessa ricerca rischia di essere completamente fuorviato…».
Per via delle allucinazioni che i large language model hanno senza che nessuno capisca il perchè.
«Il problema con le allucinazioni, ovviamente, è che di solito non sono folli. Se un chatbot mi dicesse che la Basilica di Fano è stata creata da antichi alieni di Marte, direi: aspetta, questa è una follia. E invece l’IA non inventa cose folli, inventa cose plausibili. E questo è peggio perché si limita a inventare cose che suonano bene e ti inganna. Se lo facesse un essere umano, diresti: è una persona cattiva. Ma prima vorrei dire un’altra cosa su Wikipedia e su come siamo cambiati: non siamo mai stati così male come pensavano che fossimo, e non siamo così bravi come pensano che siamo. Ci sono ancora molti errori su Wikipedia. Incoraggio sempre la community a mantenere quell’atteggiamento: tutti ci dicono che siamo fantastici, è favoloso, ne siamo orgogliosi, ma ricordiamoci anche che c’è ancora molto lavoro da fare e che possiamo sempre migliorare».
A proposito di intelligenza artificiale, c’è un altro problema. La buona notizia è che Wikipedia è tra i set di dati più utilizzati per l’addestramento dell’IA ed è anche la fonte più citata nelle risposte. Questo è positivo. Ma non c’è qualcosa di sbagliato nel prendere il lavoro gratuito di migliaia di volontari gratuitamente e usarlo per migliorare un modello a pagamento?
«Wikipedia è sempre stata concessa in licenza gratuita. È il nostro regalo al mondo, da usare in ogni caso: a scopo di lucro, senza scopo di lucro, per noi va bene tutto. Quindi, filosoficamente, il fatto che le intelligenze artificiali si addestrano con le nostre informazioni va bene. Se si addestrassero solo su X darebbero solo risposte stupide o arrabbiate. Quindi, ok. Ma l’unica cosa che la nostra licenza richiede, e si tratta di una richiesta etica, è l’attribuzione. E le intelligenze artificiali sono pessime nell’attribuzione. Non tutte. Alcune sono migliori di altre: Google ci cita ancora parecchio nelle risposte».
(È l’unica risposta davvero tecnologica di Wales e vale la pena di spiegarla semplicemente. La licenza dei testi di Wikipedia implica un patto con chi li utilizza: non chiede soldi, non chiede il permesso e non ne vieta l’utilizzo commerciale, chiede solo che la conoscenza resti tracciabile a chi l’ha prodotta e che resti libera per il prossimo. I modelli linguistici eliminano i testi che utilizzano nell’addestramento quindi un chatbot non è in grado di attribuire una informazione a Wikipedia piuttosto che a un’altra fonte. Semplicemente certe cose non le sa. Diverso quello che accade nelle risposte che vengono costruite cercando nel web, in quel caso il chatbot usa moltissimo Wikipedia e lo si vede dai link a cui Wales fa riferimento. Chiusa parentesi).
Ma se gli utenti chiedono a un chatbot quello che prima chiedevano a Wikipedia, questo non ne minaccia l’esistenza stessa?
«Si e no. Se venti anni fa chiedevi a Google “quanti anni ha Tom Cruise?”, Google non ne aveva idea. Non aveva una vera comprensione di ciò che stavi dicendo; conosceva solo una parola chiave, Tom Cruise. E diceva: ecco, vai su Wikipedia. Quindi andavi su Wikipedia e leggevi, e lì avevi la risposta. Ora Google sa quanti anni ha Tom Cruise. Probabilmente se glielo chiedi ti rimanda anche a Wikipedia, ma nessuno clicca sul link, perché ha già la risposta. Quindi sì, stiamo assistendo a un calo del traffico».
Una volta hai parlato dell’8 per cento minimizzando l’impatto. Credo che sia molto di più: io vado molto più raramente di un tempo su Wikipedia.
«Quel numero, l’otto per cento, era di un anno fa. Presto usciranno nuovi numeri. Non li conosco, ma ho sentito dire in giro – anche se nessuno mi ha detto la cifra esatta – che ora il calo è maggiore. Ma c’è un ma: si tratta principalmente del traffico breve, delle ricerche rapide. Se vuoi sapere quanti anni ha Tom Cruise, lo chiedi a un’IA, vedi la risposta e torni alla tua vita. Anche prima era così».
Quindi non ti dispiace perdere questi utenti.
«Quando la Regina di Inghilterra è morta, milioni di persone sono venute a leggere l’articolo di Wikipedia, hanno cliccato su altri link e hanno letto, non so, del Principe Andrew o di qualsiasi altra cosa. Quindi la gente viene ancora da noi per le letture lunghe, e questo è un bene. Stiamo perdendo il traffico veloce. Ma c’è qualcosa di cui ci preoccupiamo di più del traffico. Noi infatti non siamo supportati dalla pubblicità. Se sei un sito web supportato da pubblicità, allora l’8 per cento di utenti in meno vuol dire l’8 per cento di ricavi in meno. Per noi è diverso: il calo del traffico non ha ancora influito sulle scelte dei nostri donatori».
Devo continuare a dare i miei due dollari al mese a Wikipedia anche se ci vado di meno?
«Sì, per favore…». (ride)

Ovviamente un impatto potrebbe esserci se il traffico crollasse.
«Se il novanta per cento degli utenti sparissero nessuno penserebbe a noi e le donazioni finirebbero. Ma adesso per noi sono più importanti i nuovi contributori, reclutare i volontari che l’enciclopedia la aggiornano ogni giorno. Le persone si iscrivono per contribuire, per diventare wikipediani come hobby: hanno una passione per la storia o per la biologia o per qualunque altra cosa e decidono di contribuire. Ma se non sai di poter venire su Wikipedia e non sai che ci sono queste persone che sono appassionate, non so, di treni quanto te, allora potresti non unirti. E questo per noi sarebbe un problema davvero grande. Quello che dico sempre è che la comunità di Wikipedia è molto diversa dagli influencer dei social media. Se il traffico di Instagram diminuisse, molti influencer se ne andrebbero e basta: passerebbero ad una piattaforma più popolare, perché per loro è una professione. Ma i wikipediani sono qui principalmente perché sono geek, perchè gli piace. Fanno quello che fanno perché amano farlo. Ricordo quello che un wikipediano disse molti anni fa: potresti passare il sabato pomeriggio a giocare a Grand Theft Auto per due ore e alla fine penseresti semplicemente: ok, beh, il mondo non è migliorato. Ma se stai modificando Wikipedia, anche su qualcosa di piuttosto oscuro, qualcuno un giorno troverà quella informazione e la sua vita sarà migliore perché oggi l’hai aiutato».
Rendere il mondo un posto migliore.
«Un po’. E questo è bello».
A proposito di fiducia e intelligenza artificiale: anche l’IA sta vivendo una crisi di fiducia. Qualche giorno fa il fondatore di Anthropic Dario Amodei ha detto che il problema è che non hanno ancora mantenuto le promesse più importanti. Da «ottimista patologico», come vedi questa rivoluzione? Ti fidi dell’IA? Ti fidi di coloro che la stanno sviluppando? Oppure, visto quello che è successo con i social media, è necessaria un po’ di sfiducia?
«In generale penso che sia entusiasmante, una svolta straordinaria. E certamente, se pensiamo al di là dei soli modelli linguistici di grandi dimensioni, che sono al centro dell’attenzione del pubblico, e pensiamo per esempio ad AlphaFold e ad alcune delle scoperte scientifiche già fatte, è incredibile quello che ci aspetta. Ovviamente ancora non ci si può fidare dei grandi modelli linguistici, ma stanno migliorando, quindi chissà come saranno in futuro. È un periodo molto interessante. Per quanto riguarda le persone che li gestiscono, ovviamente ho diversi livelli di fiducia in persone diverse. Alcuni di loro sembrano piuttosto discutibili e altri penso siano abbastanza validi, come Demis Hassabis (già fondatore di DeepMind, oggi a capo dell’IA di Google), che conosco da molto tempo. È davvero simpatico e in realtà è molto attento ai rischi. Mentre di alcuni degli altri non mi fido nemmeno quando parlano dei rischi, perché penso che stiano solo cercando di far sembrare il loro modello fantastico».
Non c’è bisogno che tu ne menzioni alcuni.
«No, non servono nomi. In generale, sono un insieme molto eterogeneo…».
Condividi l’obiettivo di «disarmare l’intelligenza artificiale» lanciato dall’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone?
«Non ho ancora letto l’enciclica, lo ammetto, ho letto qualcosa a riguardo e mi pare un testo fantastico. Non sono cattolico ma pensavo che papa Francesco fosse davvero una brava persona e questo è importante, un papa deve essere una brava persona con il cuore nel posto giusto. Papa Leone fin qui mi pare lo sia. Venendo al suo appello, condivido il fatto che dobbiamo stare molto attenti agli usi militari dell’IA, che a volte possono anche essere positivi, come quando un drone ucraino distingue un carrarmato da una chiesa. Ma in generale credo che se la guerra diventa troppo facile e troppo sicura, ne avremo di più».
Nel 2017 la rivista Time ha pubblicato una storia in copertina sulla «fine della verità».Da dieci anni viviamo in un mondo post-fattuale, con fatti alternativi che diventano veri. E in questa battaglia per la verità, Wikipedia è diventata uno dei campi di battaglia più importanti: se modifichi una voce dell’enciclopedia, puoi cambiare la Storia con la S maiuscola. Questo è successo in Ucraina, all’inizio dell’invasione russa. È stata una invasione, siamo d’accordo?
«Si certo…»
I vostri redattori di Wikipedia in Ucraina, in Bielorussia e in Russia hanno attraversato momenti molto difficili, perché stavano cercando di difendere i fatti. Come hai vissuto quei momenti?
«È stato incredibile. Ricordo di aver incontrato una giornalista ucraina a una conferenza a Londra. Mi disse di amare Wikipedia, per il lavoro che stavamo facendo, e mi chiese come andassero le cose nella versione in lingua russa. Le chiesi di controllare lei stessa e farmi sapere. Così quella sera andò a dare un’occhiata, e il giorno dopo l’ho vista e lei mi ha detto: è meglio di quanto pensassi, ho qualche obiezione su alcune cose, ma parla di invasione russa. Quindi era ragionevolmente contenta. E quando ha detto che non era d’accordo su alcune cose, ho pensato: beh, io non sono d’accordo su molte cose su Wikipedia. È normale. Ci sono fatti complicati e discutibili, e noi ci facciamo strada a tentoni – e penso che sia un’ottima cosa. In quei mesi molti wikipediani russi hanno dovuto prestare maggiore attenzione alla loro identità personale e proteggersi usando una VPN, una rete che nasconde l’indirizzo dell’utente».
Wikipedia Russia è stata anche multata per aver difeso la verità dei fatti.
«La Fondazione non pagherà mai quella multa».
Ma come sai, l’ex direttore di Wikimedia Russia, Vladimir Medeyko, ha fondato un’altra Wikipedia, Ru Wiki, che ha clonato tutti i vostri contenuti tranne le voci con cui il governo non era d’accordo. Ogni autocrate vorrà la propria enciclopedia? E questa cosa avrà un impatto?
«Non credo. Ru Wiki non ha avuto alcun impatto, perché il pubblico non la vuole. Realisticamente, la gente vuole che le venga detta la verità. E va detto che non hanno bloccato Wikipedia in Russia, il che è positivo. Fin qui, tutto bene. La cosa davvero interessante di questa storia è che prima di questo fatto il direttore di Wikipedia Russia era un membro conosciuto e rispettato della comunità e pensava che la comunità potesse schierarsi con lui. Beh, non è successo. Sono prima di tutto wikipediani, non nazionalisti: e lui è stato immediatamente espulso. Io vivo nel Regno Unito da molto tempo ormai, ma sono americano e non difendo Donald Trump perché sono americano».
Questo tipo di intolleranza verso i fatti tocca anche le democrazie. È stato il caso di Gaza, che ha visto, per la prima volta, un intervento pubblico di Jimmy Wales per criticare il lavoro fatto da Wikipedia e per provare a cambiare una voce molto importante, quella sul genocidio dei palestinesi. È andata così. I redattori dell’enciclopedia, nel luglio 2024 hanno rinominato una pagina intitolata «Allegations of genocide in the 2023 Israeli attack on Gaza», semplicemente «Gaza Genocide». Il 21 settembre 2025 è stata rimossa l’attribuzione, ovvero la fonte, nell’incipit, trasformando l’accusa in fatto dichiarato e la pagina è finita «In the News», ha avuto una visibilità globale. Il 28 ottobre quella voce viene bloccata da un ignoto amministratore (ma non ne viene data notizia). In quegli stessi giorni Wales dà una intervista televisiva in cui gli viene chiesto un parere su Gaza e lui risponde, in buona sostanza, che quella pagina sul genocidio è una delle peggiori di tutta l’enciclopedia perché viola gli standard di neutralità. L’intervista va in onda il 3 novembre, ma il giorno prima Wales va su Wikipedia e pubblicamente chiede di riformulare quella voce dando conto di coloro che hanno una opinione contraria. Scoppia un caso, Wales nega di essere stato lui a bloccare la pagina il 28 ottobre, la comunità di Wikipedia tiene il punto e la pagina torna online.
È passato quasi un anno da quello scontro, gli chiedo perché ha scelto di intervenire. Risponde: «Abbiamo una politica di neutralità molto forte a Wikipedia».
Sì, il neutral point of view, NPOV.
«Il punto di vista neutrale. Ma è molto difficile su argomenti molto emotivi e ovviamente questo è un argomento molto emotivo. Quello che ho pensato, e penso che direi ancora le stesse cose, è che non credo che il nostro articolo sia abbastanza buono. Non credo che sia all’altezza della nostra neutralità. Chiaramente non dovremmo prendere posizione; dovremmo seguire ciò che dice il giornalismo tradizionale. Ho fatto queste considerazioni mentre stavo facendo un’intervista con la CNN: mi è stato chiesto un parere a bruciapelo e ho detto la mia. L’unico motivo per cui ho pubblicato il mio pensiero sulla pagina degli editor è che la notizia stava per uscire e ho pensato che fosse meglio se l’avessi detto io stesso alla community. E resto convinto che man mano che la storia si svolge, dobbiamo davvero difendere le nostre idee sulla neutralità ed essere molto attenti».
Quando si può essere neutrali? Sul cambiamento climatico, per esempio: possiamo essere neutrali sul cambiamento climatico e dire che è una disputa scientifica solo perchè ci sono alcuni negazionisti?
«Ci sono molte sfumature intorno alla neutralità. Per esempio non dobbiamo dire che per alcuni la luna è fatta di roccia e per altri di formaggio. Questo sarebbe sciocco. Il cambiamento climatico è il cambiamento climatico. Si dice semplicemente: questo è ciò che dicono gli scienziati, questa è la prova scientifica. E non si tratta una visione marginale alla pari dell’altra. Ma una delle cose a cui bisogna prestare attenzione è che all’interno della scienza del cambiamento climatico c’è un dibattito legittimo sulle cause, su ciò che sta accadendo, e non dobbiamo nasconderlo o coprirlo. A volte ho la sensazione che gli attivisti in ogni campo cadano nella trappola di schierarsi da una parte e nascondere le prove scomode contrarie. Ma in questo modo si riduce la fiducia di chi dovrebbe sostenerli».

Dopo il tuo intervento, la voce sulla Wikipedia in inglese è rimasta la stessa: parla ancora di genocidio, è invariata. È questa la prova che nemmeno il fondatore può fare ciò che vuole su Wikipedia? O è la prova che l’enciclopedia è fuori controllo, che è qualcosa per la gente di sinistra?
«In generale, io spero di poter dire la mia e vorrei essere ascoltato, ma questo nella vita lo vogliono tutti. Sul secondo punto spero di no. Spero che Wikipedia non diventi qualcosa solo per la gente di sinistra. E mi auguro che serva a creare fiducia il fatto che il nostro sistema sia basato sul dialogo, sulle discussioni, sulla riflessione, sulle idee, sul dibattito in buona fede, al contrario di qualcosa come Grokipedia, dove decide tutto una persona, dall’alto verso il basso, e se l’intelligenza artificiale dice qualcosa che non piace a Elon Musk, la pagina cambia per dire ciò che pensa Elon Musk. È davvero questo quello che voglio per Wikipedia? Certo che no. Non voglio il punto di vista di una sola persona, non voglio un solo lato della storia. Voglio davvero capire. Il mio problema con quell’articolo è che non riflette accuratamente lo stato di quel dibattito. Questo è il problema. Non è che pensi che sia errato: non ho preso posizione su questo punto».
Sulla Wikipedia ebraica il genocidio è presentato in modo più problematico, come qualcosa di contestato. È questo che voleva?
«Dovrei vedere cosa dice, per esserne sicuro. Ma penso che si possa dire che all’epoca le fonti giornalistiche neutrali più rispettate – Reuters, Associated Press, le agenzie di stampa, la BBC, la CNN, tutti i principali servizi di informazione – non riportavano i fatti di Gaza come un genocidio. Segnalavano che c’erano accuse di genocidio, e ne parlavano come di una controversia in corso. Per quanto ne so le cose non sono cambiate. Penso che la vicenda si debba presentare in questo modo. Non credo che spetti a Wikipedia prendere posizione in merito. Penso che dovremmo seguire quel modello».
Come ti sei sentito quando hai visto che la community stava rifiutando la tua proposta?
«Oh, la vita va avanti. Probabilmente dovrei tornare su quella pagina e dare un’altra occhiata e magari fare un altro commento. Ma una delle preoccupazioni che ho è che quando Elon Musk attacca Wikipedia definendola di estrema sinistra succede una cosa strana: infatti se dici a conservatori gentili e riflessivi che Wikipedia è di estrema sinistra, loro pensano: beh, non sarò il benvenuto lì, sarà un ambiente ostile. E non vengono a darci una mano. Ma stiamo anche dicendo agli attivisti di estrema sinistra che Wikipedia è la loro nuova casa, e poi dobbiamo occuparci di loro…. Penso che questo sia molto malsano per una comunità come la nostra. È molto importante conservare una diversità intellettuale. E ovviamente, non appena inizio a parlarne, la gente mi dice: ah, ma per quanto riguarda i vaccini? E l’aborto?»
Sull’aborto ci state riuscendo egregiamente, pare. Lo dici nel libro.
«Ci sono persone che collaborano con punti di vista diversi, rispettandosi a vicenda. Ed è piuttosto bello».
Gaza invece per Wikipedia è una frontiera difficile da gestire: alcuni editor palestinesi e israeliani di cui era stata dimostrata la faziosità sono stati allontanati; una storica associazione ebraica americana vicina a Israele, la Anti Defamation League, ha presentato un dossier contro la piattaforma; e una commissione del Congresso degli Stati Uniti ha chiesto a Wikimedia, la Fondazione che gestisce il sito e che detiene il marchio, di fornire le informazioni personali di tutti gli editor che hanno scritto voci soggette a misure del comitato arbitrale. Vogliono dimostrare che siete lo strumento di campagne antisemite o simili. Cosa ne pensi? Wikipedia dovrebbe fornire queste informazioni, in nome della trasparenza, che è uno dei vostri pilastri? Oppure fornire le informazioni personali degli editor significherebbe la fine di Wikipedia e della loro sicurezza?
«In realtà penso che abbiano già abbandonato quella particolare richiesta, quindi va bene così. La mia posizione è che non dovremmo fornire le informazioni personali delle persone in nessuna circostanza. Quindi ci opporremo con tutte le nostre forze e il più a lungo possibile. La ragione è semplice. Noi operiamo a livello globale. E se quei dati ce li chiede la Cina? O l’Iran? Darli una volta sarebbe un precedente gravissimo».
Con quale affermazione ti identifichi maggiormente: è più difficile gestire Wikipedia nell’era Trump. Oppure: è essenziale gestire Wikipedia nell’era Trump.
«Probabilmente mi identifico con entrambe ma con la seconda di più. È essenziale quando vediamo che l’idea stessa dei fatti, l’idea stessa della verità, l’idea stessa della neutralità vengono combattute così duramente. Se ci pensi, in un contesto storico a lungo termine, un tempo era un’idea piuttosto intellettuale, francese, postmoderna e di sinistra mettere in discussione persino la possibilità della verità. Ora proviene da una Casa Bianca di destra. È buffo, ma non fa ridere, no? Penso che sia davvero essenziale che ci alziamo e diciamo: no, in realtà, vogliamo i fatti e vogliamo la neutralità. Vogliamo ascoltare tutte le parti della discussione. Vogliamo un dibattito ricco e sano, non un solo lato della storia, né il lato di sinistra, né il lato di destra. Vogliamo capire tutto.
È esattamente ciò che dovrebbero fare i grandi giornali.
«Mi piacerebbe sapere quante testate giornalistiche, nonostante le difficoltà finanziarie, si siano effettivamente attenute a princìpi piuttosto antiquati come non essere troppo faziosi. Un giornale di qualità può essere un po’ fazioso, ma c’è un limite. Prendi il New York Times: servirebbe un giornale della qualità del New York Times ma di destra. Non farlo privilegia il business a breve termine rispetto a quello a lungo termine. Un titolo di parte, un titolo urlato, un titolo che incita la rabbia o la paura può farti ottenere molto traffico lì per lì ma alla lunga ti fa perdere la fiducia dei tuoi lettori».
A proposito di fiducia, come vanno le cose dentro Wikipedia? Recentemente c’è stata anche una minaccia di sciopero.
«Siamo esseri umani, e gli esseri umani discutono e litigano; si fidano l’uno dell’altro e poi non si fidano l’uno dell’altro. Tutto questo è sempre presente. In un certo senso si verifica a cicli. In passato abbiamo avuto momenti di crisi di fiducia. In questo momento c’è di nuovo molta tensione. Quindi è stato un mese un po’ difficile…».
Hai mai pensato di dimetterti dalla tua posizione nella Fondazione? O lo consideri un ruolo che dura tutta la vita?
«Dato che ho appena compiuto sessant’anni un amico mi ha chiesto: quando pensi di andare in pensione? E io ho detto: beh, in realtà il mio non è un lavoro, quindi non credo che andrò in pensione. Per quanto mi riguarda, sono qui per tutta la vita. Non sono un dipendente della Fondazione, sono un membro del consiglio e un membro della comunità. E sento di poter essere utile nel cercare di ricordare alle persone l’importanza della fiducia e nel cercare, di solito, di non prendere posizione su questioni controverse. Una grande ispirazione è la regina Elisabetta. Il nostro amministratore delegato è come il primo ministro: va e viene. Ma io dovrei essere sempre qui. Un re senza potere. Ma ho visto tante cose e posso sempre dire alle persone: ricordiamoci perché siamo qui. E questo è diventato più facile perché quando si vede questo feroce assalto ai fatti e alla verità, è abbastanza facile ricordare alle persone che quello che stiamo facendo è molto importante, e che dobbiamo esserne entusiasti. E che forse possiamo litigare e discutere su una voce ma possiamo farlo in modo gentile e ponderato».
Cosa diresti al bambino Jimmy Wales, in Alabama, il giorno in cui la mamma gli comprò un’enciclopedia da un venditore porta a porta?
«Gli direi: compra azioni della Apple!» (ride)
E cosa potremmo dire ai nostri figli per ridare loro fiducia negli altri e nel futuro? (qui Wales inizia una lunga e bella dissertazione in cui parla anche di fatti molto intimi della sua famiglia per motivare il suo ottimismo. Ho salvato il finale)
«In definitiva penso che no, non stiamo vivendo l’inizio della fine del mondo. E penso che il futuro possa essere molto entusiasmante. Ma sarà un percorso accidentato.
Bumpy. Fine».



L’intelligenza artificiale secondo il fondatore di Wikipedia
Abbiamo intervistato Jimmy “Jimbo” Wales, tra i pionieri dell’informazione su internet, che ci ha spiegato i rischi della disinformazione e i danni dell’eccessiva regolamentazione dell’AI

Jimmy “Jimbo” Wales è il fondatore della Fondazione Wikimedia e co-creatore di Wikipedia, l’enciclopedia libera e gratuita lanciata nel gennaio del 2001 che ha cambiato il nostro modo di cercare informazioni online. Oggi il suo sito web è un punto di riferimento centrale nel panorama web: così tanto visitato da essere tra i siti meglio indicizzati su Google e, più di recente, grazie alla sua sconfinata mole di informazioni ad accesso libero è diventato la banca dati più importante su cui è stata addestrata l’intelligenza artificiale di ChatGPT. Jimmy Wales, grazie alla sua vasta esperienza e al suo status di pioniere nel mondo di internet, rappresenta una delle voci più ascoltate e autorevoli per quanto riguarda gli sviluppi del web e delle tecnologie del digitale. Recentemente le sue posizioni sul futuro dell’intelligenza artificiale e su come regolamentarla hanno suscitato un ampio dibattito. Pertanto, approfittando della sua partecipazione al Web summit 2023 di Lisbona, Wired gli ha rivolto alcune domande per provare a inquadrare rischi e opportunità intorno a questa tecnologia in piena ascesa.
Pensa che l’AI generativa possa rappresentare una risorsa per Wikipedia e per l’ecosistema dei contenuti generati dagli utenti?
“È un’innovazione tecnologica molto eccitante e avrà un impatto sociale importante, ma è piuttosto difettosa sotto molti aspetti, come tutti sanno. La cosa più ovvia è che al momento non è in grado di gestire la struttura ad albero di Wikipedia: non ci si avvicina nemmeno. Inventa cose, persino le fonti. È abbastanza terribile. Ma pensiamo che in futuro possa essere utilizzata per esaminare la struttura ad albero delle diverse voci, per esaminare le fonti e cercare contraddizioni o informazioni mancanti. O, ancora, per dare suggerimenti alla comunità. Il nostro team di apprendimento automatico sta lavorando su molte idee diverse”.
L’ultima versione di GPT è connessa direttamente al web e ne estrae i dati in tempo reale. Potrebbe bypassare Wikipedia e allo stesso tempo fornire risultati che non sono corretti. Quali potrebbero essere le conseguenze di questo fenomeno?
“Nessuno apprezza ottenere risposte scorrette. Per questo motivo a Wikipedia non stiamo pensando di usare l’AI generativa in modo massiccio. Ma se fossimo in grado di prendere un modello linguistico di grandi dimensioni e addestrarlo sul nostro sito per migliorare la ricerca interna, potrebbe essere davvero interessante. Le persone non dovrebbero più andare su Bing o su Google e forse potrebbero venire direttamente da noi quando hanno una domanda. Non so se riusciremo a farlo, ci sono molte sfide tecniche a causa della natura dei modelli linguistici di grandi dimensioni. È estremamente complesso impedire a questa tecnologia di generare cose che sembrano plausibili ma che in realtà sono false, poiché questi algoritmi agiscono come generatori di parole basati sulla probabilità. Penso comunque che ci siano delle opportunità sull’accessibilità alle informazioni. Invece di andare a leggere un articolo e basta sarà possibile avere un dialogo con Wikipedia. Credo che questo sia interessante”.
Secondo alcuni, l’AI generativa potrebbe democratizzare la conoscenza, ma allo stesso tempo rappresenta un rischio per le democrazie. Qual è la sua opinione sull’impatto di queste tecnologie sulla società e sull’affidabilità delle informazioni?
“Nella misura in cui circolano disinformazione e fake news, questo è un male. In realtà credo sia un problema non causato dall’AI, ma dai modelli di business tossici dei social media che ci accompagnano da molto tempo. L’AI ha migliorato la capacità di alcuni attori di generare rapidamente informazioni false e plausibili, ma è un problema più complicato. Credo che dovremmo concentrarci su come lavorare per fornire informazioni di qualità alle persone. Penso che il pubblico si stia evolvendo in questo senso. Le persone stanno iniziando a capire che le foto sono facili da falsificare, più di quanto non lo fossero un tempo quando lo si faceva con Photoshop e per farlo in maniera credibile bisognava essere piuttosto bravi ad utilizzare i software. Ora, chiunque può creare una foto falsa e modificare un audio e così via – questo è un cambiamento fondamentale”.
In una recente intervista alla Bbc lei ha definito “pensiero magico” l’idea che l’AI possa essere controllata, affermando l’illegittimità da parte degli organi sovranazionali come l’Onu di legiferare in questo ambito. Qual è la sua posizione sulla regolamentazione dell’AI?
“Innanzitutto l’Onu non ha alcuna autorità su ciò che uno sviluppatore fa a casa propria. Potrebbe influenzare le legislazioni nazionali, ma anche in questo caso, i governi non possono certo regolamentare ciò che gli sviluppatori di software fanno a casa loro usando Photoshop o qualsiasi altro programma. Non è nemmeno lontanamente plausibile. Le persone hanno in mente un modello secondo il quale l’AI può essere realizzata solo da cinque o dieci grandi aziende, e quindi basta regolamentare quelle, ma non è questa la situazione in cui ci troviamo. I modelli linguistici di grandi dimensioni disponibili open source sono ancora un passo indietro rispetto a quelli dei grandi produttori, ma sono già abbastanza avanzati per procurare grossi danni, e non c’è modo di tornare indietro. Quindi penso che se le persone credono davvero che sia necessario che il governo faccia qualcosa, beh, non succederà mai. Cerchiamo di essere realisti. Non è affatto la risposta”.
E allora qual è la risposta?
“Penso che la soluzione sia smettere di lasciarci prendere dal panico. Ogni giorno, per esempio, vengono inviate milioni di email di spam, ma siamo abituati a questo fenomeno e abbiamo filtri che funzionano abbastanza bene. Tuttavia, possiamo immaginare un futuro molto prossimo in cui un bot di intelligenza artificiale sia in grado di leggere il nostro profilo LinkedIn e sulla base di questo scriva un’email con informazioni personali sufficienti per convincerci a rispondere. Questi scenari diventeranno sempre più comuni e dovremo adattarci. È importante capire che non dobbiamo fidarci di email fraudolente che sembrano provenire da qualcuno che conosciamo. Sarà necessario un periodo di adattamento sociale; è una realtà inevitabile. Non esiste una decisione che possiamo prendere per impedire tutto ciò. Siamo già immersi in questo mondo”.
Tornando alla parte normativa e alle politiche che sono state sviluppate in questo senso. Pensa che saranno utili ed efficaci?
“Normalmente i politici leggono dai giornali che l’opinione pubblica si sta preoccupando di qualcosa, e sentono il bisogno di approvare una legge per dare l’impressione di essere al passo con i tempi. In generale [regolare l’AI, ndr] non ha senso perché rallenta il progresso. L’Ue sta lavorando per avere una normativa sull’AI [l’AI Act, un regolamento su cui è stato raggiunto l’accordo successivamente a questa intervista, ndr] e penso che probabilmente ci riuscirà, ma quello che faranno è impedire lo sviluppo di aziende di AI in Europa. E credo che la situazione sia destinata a peggiorare. Gli Stati Uniti e la Cina sono già in vantaggio. L’Europa si renderà irrilevante ed è un peccato. È il classico comportamento normativo europeo. Lo vediamo già in molti campi. L’Europa finirà per essere più povera semplicemente perché si stanno cercando di controllare troppe cose”.
La mancanza di regolamentazione delle piattaforme social ha portato a problemi sistemici, come disinformazione e forme di dipendenza. Se lasciamo che queste compagnie si regolino da sole, sappiamo già come andrà a finire. Cosa ne pensa?
“Credo che questa narrazione sia sbagliata in quasi ogni singolo aspetto. Ovviamente ci sono alcuni problemi, ma non è sempre così. Quando sento queste cose mi ricordano gli adulti degli anni Cinquata che si preoccupavano del modo in cui Elvis Presley ballava e dell’influenza negativa del rock n’roll. I giovani sono abbastanza resistenti e questi sono strumenti incredibili, che stanno usando per fare amicizia in tutto il mondo e per avere una visione completamente diversa della società. Sono i più vecchi a causare i problemi, votando per la Brexit e cose del genere, stanno cercando di chiudere il progresso in molti modi. Penso che l’intera narrazione sia molto, molto confusa e sbagliata. Ora, supponiamo che vogliamo fermare il progresso regolamentando e controllando le cose: quale regolamentazione proporresti? Non è nemmeno chiaro, ad esempio, cosa significhi dire che TikTok crea dipendenza. Beh, i miei genitori pensavano che Mtv creasse dipendenza. Quindi, che facciamo, mettiamo delle regole su quanto può essere lungo un video?”.
Per esempio, si potrebbe ispezionare gli algoritmi o dare accesso a una parte del codice.
“Quando ciò è stato attuato, la realtà è che i regolatori non avevano assolutamente i mezzi o la competenza per comprendere gli algoritmi. Potrebbe sembrare una buona idea sulla carta, ma la carenza di conoscenza è evidente. La mancanza di ingegneri qualificati e la limitata capacità di comprensione costituiscono un ostacolo significativo. Nonostante il mio favore verso la trasparenza, vedo poche possibilità di renderla veramente funzionale. È essenziale ricordare che, dietro la retorica di ‘pensare ai bambini’, i governi autoritari cercano di ottenere maggiore controllo. Non perseguono il bene dei bambini, ma mirano al controllo totale, il che è moralmente sbagliato”.
Cosa raccomanderebbe di fare per il futuro dell’AI?
“Direi che una delle cose più importanti su cui i creatori di AI devono continuare a lavorare, e lo stanno già facendo, è il problema delle ‘allucinazioni’. Bisogna fare in modo che le AI possano citare le fonti e che si arrivi a una maggiore precisione nelle risposte. È un problema difficile, ma per me è la cosa più importante su cui lavorare. La cosa da non fare come società invece è non dare per scontato che i regolatori abbiano idea di quello che stanno facendo e possano effettivamente aiutare in questo senso”.







