Trump è un aspirante autocrate. Non fa soltanto danni sul piano internazionale (dall’Ucraina ai dazi). Si sta spendendo a più non posso per indebolire i meccanismi interni che la Costituzione americana prevede al fine di limitare/contenere il potere presidenziale
ANGELO PANEBIANCO
Non si tratta di infierire. Ma di capire come e perché si possano prendere simili abbagli. Mettere a fuoco che cosa ci fosse di non detto, di implicito, aiuta a comprendere le ragioni che spiegano l’errore. E magari aiuta anche a non commetterne altri più o meno simili in futuro. Ricordate la presidenza Trusk (Trump più Musk)? Ricordate i tanti dotti commenti che ci spiegavano che Trump era in realtà un burattino nelle mani dell’«uomo più ricco del mondo» il quale — insieme al resto dei suoi compari/complici, i big dell’High Tech — stava guidando l’umanità o, per lo meno, l’Occidente, verso una sorta di tecnocrazia digitale post-democratica? I suddetti dotti commenti risalgono solo a pochi mesi fa, ossia al momento dell’insediamento dell’Amministrazione Trump. In tempi ancora più rapidi di quanto ci si poteva immaginare è finito tutto. I due sono venuti alle mani: due galli nello stesso pollaio, due individui così, ciascuno con un ego super rinforzato, non potevano convivere a lungo.
Ma il punto è: quale schema mentale ha prodotto la favola della presidenza Trusk? È importante capirlo perché è uno schema mentale che vediamo continuamente riproposto nel dibattito pubblico e che ha la sua parte nel confondere le idee di tanti, non li aiuta a considerare in modo realistico le varie situazioni politiche (anche italiane). Sarebbe sbagliato dire che la comparsa, anzi l’irrompere di Trusk nel dibattito pubblico italiano di pochi mesi fa sia dipeso dal fatto che, nonostante le apparenze, «Marx è vivo e lotta insieme a noi». Sarebbe sbagliato perché Marx era comunque un pensatore geniale e non è colpa sua se reminiscenze marxiste, spesso mal digerite, generano allucinazioni. Ciò che è in azione in questo caso è il logoro schema «struttura/sovrastruttura». Per il quale il potere rappresentativo, quello che viene generato dalle elezioni, conta poco o nulla. Perché ciò che conta davvero è l’infrastruttura, la forma assunta dal capitalismo in ciascun momento storico.
È la solita vecchia storia: la «democrazia formale»(non la chiamano più così ma sempre di questo si tratta) è un paravento dietro al quale si nascondono corposi e decisivi interessi di classe. Anche se, a dirla tutta, c’è spesso un po’ di confusione nella identificazioni di tali interessi. C’è chi parla di capitalismo finanziario e chi di capitalismo digitale. Ovviamente, non sono la stessa cosa. Ma tant’è. Il punto cruciale è la drastica sottovalutazione del potere rappresentativo. E della potentissima legittimazione che la vittoria elettorale e la carica che si detiene in virtù di tale vittoria elettorale, conferiscono a chi la controlla. Una legittimazione che non possiede, invece, «l’uomo più ricco del mondo». Il che spiega perché Trump si sia potuto mangiare in un sol boccone Elon Musk.
Forse Musk andrà a Canossa, cercherà di riconciliarsi con Trump per non perdere commesse governative. O forse lancerà davvero, come dice, un «terzo partito». Per inciso, questa sarebbe manna per i democratici. La presenza di un eventuale terzo partito di Musk potrebbe aiutarli a vincere le prossime elezioni presidenziali. C’è da scommettere che se ciò dovesse accadere, i titolari del cosiddetto «capitalismo digitale» passerebbero armi e bagagli nel campo democratico. Anzi ripasserebbero, perché è proprio da lì che vengono.
Fosse Trusk soltanto il prodotto di un’analisi sbagliata, poco male. Ma purtroppo c’è dell’altro: persiste, dietro analisi siffatte, una riserva mentale, una diffidenza di fondo, nei confronti della democrazia rappresentativa. Riserva mentale e diffidenza la cui diffusione non fa bene a nessuno. Non fa bene, prima di tutto, alla nostra democrazia.
Trump è un aspirante autocrate. Non fa soltanto danni sul piano internazionale (dall’Ucraina ai dazi). Si sta spendendo a più non posso per indebolire i meccanismi interni che la Costituzione americana prevede al fine di limitare/contenere il potere presidenziale. La partita è aperta. Ma se alla fine Trump verrà sconfitto sarà stata la politica a sconfiggerlo. Verrà sconfitto se gli elettori americani giudicheranno negativamente l’effetto delle sue politiche sulle loro condizioni di vita. Verrà sconfitto se i tanti anticorpi istituzionali e sociali grazie ai quali, nella società americana, il potere è disperso, non concentrato, riusciranno a prevalere. Verrà sconfitto se i suoi avversari politici saranno più bravi a intercettare le domande del Paese.
Ci sono due errori che devono essere evitati quando si osserva la politica contemporanea. Il primo consiste nel banalizzare il rapporto fra politica e economia. Si tratta di un sistema di interdipendenze complesse che nessuno può pensare di comprendere facendo ricorso a formulette semplici. Il secondo errore è ancora più grave. Consiste nel credere che i Musk o i Trump o qualunque altro potente siano in grado di manovrare come e quando vogliono tutte le altre persone. Se così davvero fosse non si capirebbe perché dovremmo perder tempo a difendere la democrazia. Il common man, l’uomo comune, non è un semplice burattino i cui fili sono nelle mani di pochi burattinai. Non che questo significhi che egli non possa mettersi al seguito di qualche potenziale tiranno se insoddisfatto o sdegnato a causa delle mancate risposte alle sue frustrazioni. Solo che non è un pupazzo. È la prima ragione per la quale il governo degli esseri umani è sempre una cosa assai complicata. Trump forse non se ne è ancora accorto. Ma il sospetto è che dovrà presto rendersene conto. Cerchiamo di capirlo anche noi.



