La «truffa» dei Sex Pistols

Un solo album, l’amplificatore di Sid Vicious staccato e un successo che dura da 50 anni

La band simbolo del punk nacque nel 1975 in un negozio aperto da Malcolm McLaren e Vivianne Westwood. Johnny Rotten e soci non sapevano suonare, ma non serviva: denti marci e chitarre distorte erano un marketing perfetto

Stefano Landi per

I Sex Pistols non sapevano suonare. Non serviva. Nel bigottismo regnante, denti marci e chitarre distorte erano un marketing perfetto per mettersi sulle spalle una generazione dispostissima a farsi imbrogliare. Fare schifo era persino bello, comunque necessario per lavarsi via troppa spocchia conformista di una certa Inghilterra solona. Un solo disco, 4 singoli, 5 anni di vita. Più intenso di così si muore. Ma come dice Noel Gallagher, uno che di musica inglese se ne intende, nessuno come i Sex Pistols ha influenzato la musica d’Oltremanica.

Vivienne, Malcolm e quel negozio

È il 1975 e certe mattine le vie di Chelsea, a Londra, profumano di quell’aria che ti pizzica la faccia. Troppo bello, troppo perfetto. Al 430 di Kings Road c’è uno dei negozi più iconici della storia. L’ha preso in affitto una giovane insegnante di scuola elementare. La swinging London là fuori spinge che è un piacere. 

Mary Quant ha tagliato la gonna alle signorine. Vivienne Westwood studia da regina della moda alternativa. È fidanzata con Malcom McLaren. Gli hippy hanno rotto le palle, serve qualcosa di nuovo, soprattutto a livello estetico. Il negozio si chiama Let it Rock: l’idea era vendere dischi, ma Vivienne ha gusto e il suo taglia e cuci street style piace parecchio in giro. Non è un caso se quelle t-shirt sono ancora pezzi di storia 50 anni dopo e quel negozio, parecchie insegne dopo («Sex», «Seditionaries»…), è una tappa obbligata per chi passa da Londra. 

Frustini, pantaloni di pelle, magliette strappate, teschi, bondage, più fetish avevi più eri nel giusto. I nostri eroi, brutti, sporchi e cattivi, da quel negozio passano spesso. C’è tutta la scena punk londinese, persino Sid Vicious quando ancora non sapeva di essere Sid Vicious. McLaren è un genio: a suo modo li usa come manichini. Gli mette addosso chitarra, basso e batteria. Poi un giorno si presenta pure Johnny Rotten: capelli verdi, denti marci, voce working class, una maglietta con la scritta «Odio i Pink Floyd». Perfetto: c’era pure il cantante.

L’inizio e la fine di Sid Vicious

I Sex Pistols sono la cosa giusta al momento giusto. L’unica band di cui non serve raccontare la storia per capirne il peso: basta un concerto, il primo. Il 6 novembre 1975, Saint Martin’s College. Tocca fare l’opening dei Bazooka Joe (complimenti vivissimi a distanza per il nome). I Sex Pistols fanno più rumore e tirano quei quattro accordi come non ci fosse un domani. Finisce in rissa, ma si prendono la scena. 

E nasce il punk, che grazie a Never Mind the Bollocks tutt’oggi ispira gli appassionati del genere. Nel ’77 con l’ingresso di Sid Vicious la miscela è esplosiva. Perché Sid, figlio di una guardia di Buckingham Palace e di una tossica residente a Ibiza si distrugge davvero ben oltre la soglia del gioco. Non prende una nota nemmeno in studio di registrazione, tanto che viene regolarmente sostituito dall’ex bassista Glen Matlock a cui bastava essere pagato in anticipo per partecipare alla truffa. 

Dal vivo a Sid staccano il cavo dell’amplificatore ma a fare scandalo era un fenomeno. Diventa un’icona ed è l’inizio della sua fine, anche perché la fidanzata Nancy Spungen è una prostituta eroinomane che a New York ha i giorni contati. Il gioco al massacro di Sid finisce il 2 febbraio 1979. Suicidio o overdose, comunque come aveva promesso la chiude da rockstar.

La «truffa» dei Sex Pistols: un solo album, l'amplificatore di Sid Vicious staccato e un successo che dura da 50 anni

God Save the Queen a Westminster

Never Mind the Bollocks è stato amato, odiato, scopiazzato, soprattutto censurato. Fin dagli albori, quando la polizia andava in giro a sequestrarlo dai negozi senza rendersi conto che stava regalando la miglior pubblicità possibile. 

Nel mirino finiscono anche il Guardian e tutte le testate che davano spazio a questi orrendi e volgarissimi teppisti. L’apice della rottura si completa il 10 giugno 1977 con l’improvvisata di God Save the Queen suonata su un barchino davanti a Westminster il giorno del Giubileo. Botte, arresti e il singolo che decolla in classifica. 

Del resto era una truffa. Ma anche i grandi imbrogli, se si fanno, si fanno bene. Al 430 di Kings Road quel negozio mitologico lascia ancora una traccia. Si chiama World’s End, con quell’orologio pazzesco che gira al contrario.