La trappola woke: così la sinistra prova a liberarsi

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia

Detroit (Michigan), 18 luglio: Alexandria Ocasio-Cortez, Abdul El-Sayed e Bernie Sanders

Carlo Galli

Woke ha a che fare con “risveglio”, cioè con l’esercizio della critica che mette in discussione proprio quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili — per esempio, che i generi siano soltanto due, stabiliti dalla natura; che determinati comportamenti siano indispensabili al vivere civile e quindi non negoziabili — . Il pensiero woke è decostruttivo: i valori e i costumi sono il frutto della violenza, dell’oppressione, del conformismo coatto. E questo passato, istituzionalizzato in norme e gerarchie comportamentali, linguistiche, organizzative, va denunciato e gli si deve contrapporre un presente alternativo, che restituisca dignità agli umiliati, che includa gli esclusi, che risarcisca gli sconfitti, che stabilisca l’uguaglianza contro la gerarchia: un’uguaglianza che consenta il fiorire di ogni differenza, di ogni autodeterminazione e auto-identificazione, di ogni libertà particolare.

Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico. Infatti non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo, sulla base di valori contemporanei — la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili — . Inoltre, il woke si colloca sul piano simbolico, e quindi promuove interventi “retributivi” a volte deliberatamente irritanti, che prefigurano una società anarchica, resa disuguale proprio da una babele di pretese identitarie — individuali o di gruppi minoritari omogenei — avanzate a volte giustamente a volte per provocazione. Infine, la politica woke è spesso lo sforzo di ritagliare spazi sottratti al sistema normativo tradizionale ma fatalmente interni alle strutture profonde del potere, che non vengono mai investite dalla critica.

E invece la politica è altro. È l’organizzazione del potere reale, è la dialettica dei ceti e delle classi, è la critica dell’economia, è lo sforzo di trovare spazi di libertà non solo individuale ma collettiva all’interno della ineludibile dimensione fondativa della democrazia — il lavoro, secondo la Costituzione — , è la lotta per l’egemonia, il confronto fra le diverse idee di società che nascono in un contesto pluralistico. È senso dei processi storici, ed è la consapevolezza che quei processi possono essere guidati, orientati, e che democrazia è proprio questo: vivere in un mondo sociale in cui tutti hanno potere di conoscere, agire e indirizzare un destino comune, anche se conflittuale.

Dopo il crollo del comunismo in Occidente, a cui è seguito il crollo dello Stato socialdemocratico e l’indebolimento radicale dei partiti e dei sindacati, le sinistre superstiti hanno deciso che il paradigma economico e culturale vittorioso, che per comodità si definisce neoliberismo, era privo di alternative e che il compito della sinistra non era più criticare l’economia politica ma orientare in senso democratico le immani potenze economiche che si erano formate. Un compito che è stato di fatto interpretato come lo sforzo di implementare i “diritti” soggettivi in un mondo in cui questi, però, erano una variabile dipendente da strutture da tutti ritenute “necessarie”: le esigenze dell’economia e del mercato.

Da qui la vicinanza, più o meno marcata, delle sinistre alla cultura woke, che pure storicamente non le appartiene. Intanto le logiche economiche facevano il loro corso e settori sempre più larghi della popolazione sperimentavano sulla propria pelle quanto fossero illusorie le promesse neoliberiste, e quanto lontani dai bisogni reali dei lavoratori fossero le politiche dei partiti di sinistra.

Da qui l’assenteismo elettorale, il voto populista, e la debolezza di una sinistra che non riesce a capire e a fare capire che il proprio impegno primario è l’alternativa sociale ed economica, capace di assicurare i diritti individuali e collettivi in modo meno rapsodico e occasionale delle politiche woke.

Oggi, insomma, il woke non è la critica adeguata per affermare un disegno politico alternativo: occulta le contraddizioni reali della società, o quantomeno non vede quelle dominanti. E semmai è più utile, come obiettivo polemico, alla destra che non alla sinistra, come guida dell’azione politica.

Molto in ritardo — dopo che hanno perduto i propri ceti di riferimento e lasciato il campo ai populismi, soprattutto di destra — alcune sinistre occidentali, a partire dagli Usa, si sono accorte della trappola e stanno cercando di venirne fuori con tentativi più o meno convincenti di orientare le loro politiche su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Di praticare una critica delle strutture e non solo delle sovrastrutture. Di smarcarsi dalla presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico.

Se, in particolare nel nostro Paese, questo nuovo orientamento prenderà corpo con qualche coraggio e credibilità non è ancora chiaro: c’è una questione culturale e di ceti dirigenti da risolvere. Ma se non arriva fuori tempo massimo, e se si nutre di pensiero realmente critico, e quindi realistico, questa potrebbe essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia.