La «prova di amicizia» data a Netanyahu con l’attacco all’Iran, ma quando il premier israeliano ha oltrepassato una linea rossa attaccando il Qatar, il presidente americano ha voluto incassare il credito. Perché Trump ha un rapporto forte con il principe saudita Mohammed bin Salman
La svolta per Gaza comincia il 21 giugno scorso sui cieli dell’Iran. Per la precisione, nella notte fra il 21 e il 22, quando Donald Trump nella War Room della Casa Bianca autorizza i bombardamenti americani su alcuni siti nucleari del regime degli ayatollah.
All’epoca si levano grida di allarme e condanna, all’interno degli Stati Uniti e in Europa. Trump è denunciato come un guerrafondaio, irresponsabile. Come al solito qualcuno vede la terza guerra mondiale dietro l’angolo. E non c’è dubbio che la decisione dell’attacco aereo è drastica, rischiosa, potenzialmente gravida di conseguenze. Dopotutto, Stati Uniti e Iran sono ai ferri corti dal 1979, subito dopo la cacciata dello Scià e la rivoluzione khomeinista, però mai nessun presidente americano ha deciso un attacco militare sul territorio dell’Iran (Jimmy Carter 45 anni prima si era limitato a una “operazione speciale”, un maldestro e sfortunatissimo tentativo di liberazione degli ostaggi; lo stesso Trump nel 2020 aveva ordinato l’esecuzione del generale iraniano Soleimani però quando quest’ultimo si trovava in Irak).
Invece le cose dopo la notte del 21-22 giugno scorso hanno preso una piega tutt’altro che catastrofica. Anzitutto, i due grandi alleati e protettori della teocrazia sciita, Cina e Russia, sono rimasti a guardare e non hanno mosso un dito per aiutare gli ayatollah. L’America si è confermata così come l’unica superpotenza esterna in grado di intervenire in modo decisivo in Medio Oriente. Tutti gli attori locali e regionali, da Istanbul a Riad, da Doha al Cairo, hanno osservato e preso nota. In un certo senso quella notte di raid è stata una Kabul al contrario. Nell’agosto 2021 Joe Biden aveva dato un segnale di disimpegno con la disastrosa ritirata dall’Afghanistan (una débacle che può avere contribuito a incoraggiare le successive aggressioni di Putin in Ucraina nel febbraio 2022 e di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023). Nel giugno 2025 invece sono state Cina e Russia a dare un messaggio implicito di debolezza o impotenza, agli occhi di molti leader del Medio Oriente.
In quanto agli altri attori. Khamenei lungi dal reagire in modo vendicativo, negli ultimi mesi ha optato per un profilo molto più basso. Nel percorso che porta verso il Piano Trump, e si spera fino alla liberazione prossima di ostaggi e prigionieri, al cessate-il-fuoco, alla ripresa di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, è impossibile non notare la vistosa assenza dell’Iran. Quel regime era stato il grande protettore di Hamas, Hezbollah, Houthi e altre milizie jihadiste. In passato avrebbe avuto la forza di opporsi al Piano Trump, mettersi di traverso, imporre i suoi diktat ai leader di Hamas, strumentalizzare ancora una volta la sofferenza del popolo palestinesi. Stavolta ha rinunciato a quel genere di manovre, che in passato erano la routine del suo modus operandi geopolitico nell’area. Non c’è dubbio che la dittatura clerical-militare di Teheran sia stata decapitata e terrorizzata anche dai ripetuti colpi di Israele e del Mossad. Però quando è sceso in campo anche l’enorme dispositivo militare Usa in Medio Oriente (con l’invio di bombardieri Stealth partiti da una base del Michigan, nientemeno), è stato il colpo finale.
Anche per Netanyahu quella è stata una svolta. Trump gli ha dato una prova di amicizia e di sostegno molto generosa. Poi però è passato all’incasso, quando il premier israeliano ha oltrepassato una “linea rossa” attaccando un paese allato degli Usa nel Golfo, il Qatar. Perché Trump ha anche altri amici nell’area. Oltre a Netanyahu, c’è un rapporto forte con il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS). Il quale sulla condizione del popolo palestinese non la vede certo come il premier israeliano.
La vasta coalizione araba che appoggia il Piano Trump non è altro che la continuazione dell’opera iniziata dalla sua prima Amministrazione con gli Accordi di Abramo nel 2020: la normalizzazione fra cinque Stati islamici e Israele. Una svolta storica, che doveva essere coronata dall’allargamento di quel processo all’Arabia saudita. Il 7 ottobre 2023 Hamas ha scatenato la mattanza degli ebrei, col beneplacito dell’Iran, anche per bloccare il prosieguo degli Accordi di Abramo. Ora il processo potrebbe rimettersi in marcia.
La prova di forza del 21 giugno sui cieli dell’Iran ha anche convinto Trump di avere accumulato un credito nei confronti di Netanyahu. È passato all’incasso, esigendo le pubbliche scuse del premier israeliano all’emiro del Qatar: è avvenuto con la famosa telefonata “imposta” da Trump davanti alle telecamere, nello Studio Ovale della Casa Bianca. La vasta coalizione di paesi arabi – più la Turchia – che appoggia il Piano Trump per Gaza, incluso il disarmo di Hamas e la sua cacciata dalla Striscia, è stata saldata grazie a questi passaggi. E il grande sconfitto per il momento risulta essere proprio l’Iran, insieme con i brandelli di quelle milizie filo-iraniane (Hamas, Hezbollah) che fino a poco tempo fa spadroneggiavano in tutto il Medio Oriente.


