ANTONIO POLITO
Firmando i due documenti sull’Ucraina e su Gaza insieme agli altri leader europei la premier ha completato un lungo percorso di allineamento internazionale
scurata dall’estrema incertezza del momento, uno di quei momenti in cui la storia è davvero in bilico, la «conversione» di Giorgia Meloni è passata quasi inosservata. Ma firmando i due documenti sull’Ucraina e su Gaza insieme agli altri leader europei la premier ha completato un lungo percorso di allineamento internazionale. L’ex campionessa della destra sovranista ha oggi in politica estera posizioni quasi del tutto sovrapponibili a quelle del Cancelliere democristiano della Germania.
Né si può attribuire questa omologazione in senso europeista a furbizia o convenienza. Avviene infatti, paradossalmente, nel momento di maggior pericolo per la credibilità del progetto europeo. Nel giro di pochi giorni — speriamo di no! — l’Unione potrebbe vedere sancita la sua irrilevanza in Alaska, se Trump la porterà in dono a Putin; e in Palestina, se Netanyahu distruggerà l’ultima speranza di tregua occupando la Striscia.
Tempi non comodi, dunque, per fare l’europeista a basso costo, senza pagare prezzi. Anche perché su entrambi gli scacchieri della crisi internazionale Meloni ha dovuto distinguersi dai due suoi più cari «amici». A Trump ha chiesto, insieme con gli altri leader, di invitare in Alaska anche l’Ucraina, altrimenti non sarà vera pace ma un tradimento mascherato. A Netanyahu ha detto, per la prima volta, che la via della guerra perpetua non è più giustificabile né accettabile. Per rendere chiaro quanto impegnativa sia stata la firma di Meloni, basti pensare che il documento sull’Ucraina si impegna a sostenere Kiev anche attraverso quella «Coalizione dei Volenterosi» cui l’Italia si era sempre rifiutata di partecipare, e che era addirittura costata una mini-crisi diplomatica con la Francia di Macron.
Che significa tutto ciò? Due cose, entrambe importanti. La prima: il destino geopolitico di un Paese come l’Italia prevale sulle preferenze ideologiche dei governi pro tempore. Tutto, l’interesse nazionale, la storia del dopoguerra, le alleanze militari, la collocazione geografica, tengono l’Italia saldamente in Europa. Dunque anche il progetto di coltivare una relazione speciale con gli Stati Uniti di Trump, che Giorgia Meloni non ha mai smesso di perseguire, ha senso, valore e chance di successo solo se l’Italia sta dentro l’Europa. Fuori, siamo simpatici ma contiamo poco.
La forza delle cose, questa nostra vocazione nazionale, è tale che neanche un governo di opposte tendenze potrebbe sfuggirle. Osiamo pensare che perfino Giuseppe Conte avrebbe finito per firmare un documento anti russo con Macron e Starmer se fosse stato ancora premier; e che, come Merz, non si sarebbe affrettato a riconoscere una Palestina in cui operi ancora Hamas. D’altra parte, ai suoi tempi, seguiva la Merkel anche al bar durante i vertici europei, e ostentava una grande intimità con Donald, che lo ricambiava chiamandolo affettuosamente «Giuseppi».
Certo, si può rimproverare alla Meloni un eccesso di realpolitik. Per esempio: quando Trump le ha proposto di tenere a Roma il vertice con Putin non risulta che lei gli abbia obiettato: guarda che lo zar di Mosca è inseguito in Europa da un mandato di cattura per i crimini commessi in Ucraina. Ma sono tempi difficili per il diritto internazionale: dall’Onu al Wto, dalla Corte penale all’Organizzazione mondiale della sanità, le istituzioni del multilateralismo sono a pezzi, ed è difficile per tutti farsene scudo.
Ma c’è un secondo significato dei due documenti firmati dall’Italia che può aprire uno spiraglio di ottimismo anche da questo punto di vista. Sosteniamo tutti, e con ragione, che la debolezza politica dell’Europa non è stata mai così evidente e drammatica come in questi mesi. Che nessuno la sta a sentire, né ha i mezzi per alzare la voce. Tutto vero. Però, che il processo di disgregazione da molti previsto non sia almeno finora avvenuto, e che anzi un Paese come l’Italia, pur guidato da forze che provengono dal populismo e dal sovranismo, sia oggi saldamente schierato con gli altri fondatori, vuol dire che l’Unione Europea è forse più necessaria di quanto non si dica. O meglio: ineluttabile. Di fronte a un passaggio che la sta mettendo a dura prova si sta anzi espandendo, non rimpicciolendo. Perché per un Orbán che fa il russo, c’è una Londra che è tornata a fare Londra, a esercitare una leadership in politica estera e di sicurezza di cui l’Europa non può fare a meno.
Ovviamente non le basterà una dichiarazione di esistenza in vita, se non si doterà presto dei mezzi per resistere e contare nel nuovo mondo, in cui vige la legge del più forte. Tanti anni fa un italiano, Tommaso Padoa-Schioppa, inventò l’ossimoro di una Europa «forza gentile». Oggi non è più tempo di gentilezza. Cooperazione e multilateralismo sono belle cose. Ma perfino la nostra grande forza commerciale, come abbiamo visto nell’accordo in Scozia sui dazi, è travolta se non viene sostenuta dagli attributi della sovranità: che comprendono una proiezione militare credibile, una difesa integrata, un ombrello atomico comune, una tecnologia di avanguardia.
È un terreno su cui sarebbe possibile costruire, approfittando della «conversione» di Giorgia Meloni, un nuovo «europeismo» italiano? Una posizione comune in politica estera, bipartisan e oltre gli schieramenti, come avviene nei grandi Paesi?



