lo certificano Crusca e Treccani
L’analisi del linguista Michele Cortellazzo sulla versione online della Treccani. Il mittente e il bersaglio? Quasi sempre il senatore fiorentino Matteo Renzi.
Giulio Gori per
La supercazzola in stile Amici Miei? Ormai è sdoganata anche dalla politica, che ha cominciato a farne uso con una certa frequenza anche tra i banchi del Parlamento: per accusare gli avversari politici di non parlar chiaro e di gettare fumo negli occhi degli elettori. A spiegarlo è il linguista e Accademico della Crusca Michele Cortellazzo, che ne ha parlato nella rubrica «Le parole della neopolitica», sulla versione online della Treccani. Il mittente e il bersaglio? Quasi sempre il senatore fiorentino Matteo Renzi.
LE ORIGINI
La parola supercazzola, che secondo Cortellazo si può definire «frase priva di senso pronunciata con convinzione al fine di confondere l’interlocutore», nasce da un esperto della materia, il fiorentino Raffaello Pacini, cui Mario Monicelli si ispirò per la parte del conte Mascetti di Amici Miei, affidata a Ugo Tognazzi. Pacini era così magistrale nel confondere gli astanti con discorsi non sense, che addirittura avrebbe fatto da «allenatore» per il cast del film del 1975.
IL CASO RECENTE
Il 10 ottobre 2024, dai banchi di Palazzo Madama, Matteo Renzi ha ascoltato la risposta del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a una sua interrogazione. E nella controreplica, il senatore ha sbottato: «Il punto politico è che sì, sicuramente, è stata prematurata con scappellamento a destra come fosse antani la risposta monicelliana del ministro».
La parola supercazzola non è stata esplicitamente evocata, ma il riferimento al fim è palese. Così, si chiede divertito Cortellazzo, «non so cosa capiranno gli storici del futuro quando cercheranno di interpretare la replica del senatore Matteo Renzi».
I PRECEDENTI
L’ex sindaco di Firenze ha preso forse ispirazione dal fatto di essere stato lui stesso più volte accusato di aver fatto una supercazzola. In passato, ha ricostruito l’accademico della Crusca, c’era stato il caso di Giorgia Meloni, che nel 2014 commentando il discorso programmatico del premier Reni aveva detto che «finora, in confronto al discorso di Renzi, la supercazzola del conte Mascetti era un serio programma di governo…».
Giusto tre anni fa, era stato il segretario di Rifondazione a prendersela con le politiche sui rifugiati dell’uomo di Rignano, parlando di «supercazzola con scappellamento a destra», mentre nel 2020 era stato Matteo Salvini a puntare l’indice sul «bel tacer del Movimento 5 Stelle alle gratuite supercazzole di Renzi e compagnia».
La parola, pronunciata da Salvini, non piacque all’allora presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, che spiegò che «la terminologia “supercazzola”, forse, è meglio tenerla da parte. Ci sono dei sinonimi più appropriati a questa Aula».
QUALE FUTURO?
Cancellare la citazione monicelliana dal Parlamento per una questione di stile istituzionale? Nella prima Repubblica il problema non si sarebbe posto, in futuro invece, secondo Cortellazzo, il termine si farà forte grazie ai dizionari che gioco forza finiranno per accoglierlo in pianta stabile. Ma per i più rispettosi del galateo della politica l’alternativa elegante ci sarà sempre: «Come se fosse antani». E magari aggiungendo il carico di mascettiana memoria: «Per due».




