La «questione tedesca» vista dall’America di Trump

Gli scenari positivi di una Europa artefice di un nuovo ordine globale, capace di difendersi dalla Russia e che prevale sulla sopraffazione commerciale arrogante di Trump, sono appesi alla leadership tedesca, che non ha debuttato nel migliore dei modi

Friedrich Merz ce l’ha fatta alla seconda votazione e alla fine sarà il nuovo cancelliere della Germania. Però il suo insuccesso alla prima votazione è un segnale: questo cancelliere cristiano-democratico non avrà vita facile, la sua maggioranza non è vasta né solida né compatta. 

L’incidente di oggi, quando gli è mancata la maggioranza necessaria alla prima votazione del Parlamento tedesco, è stato notato in Germania e nel mondo intero; getta un’ombra di dubbio sulla capacità del nuovo leader di realizzare tutte le svolte promesse. Sono tante: dall’immigrazione alla difesa, alla vigorosa politica di bilancio, il suo doveva essere un governo all’insegna dell’innovazione. Di conseguenza la Germania di Merz si candidava a riprendersi in pieno quel ruolo di propulsore dell’Unione europea che le spetta naturalmente: è la nazione più grossa e più ricca del continente, oltre a occupare una posizione strategica nel centro-est, di fronte alla sfida russa.

Com’è la questione tedesca vista dall’America? Come sempre, di Americhe ce ne sono almeno due. Quella del partito democratico in questa fase tende a esaltare tutto ciò che viene dall’Europa, a fare il tifo per qualsiasi iniziativa europea, in chiave anti-Trump. La speranza, tutt’altro che dissimulata, è che gli europei (magari alleandosi con i canadesi, e perfino con i cinesi) diano una sonora lezione all’attuale presidente americano. I dettagli aneddotici di questo filo-europeismo sono quotidiani. 

Oggi in prima pagina del New York Times c’è un articolo molto compiaciuto sul fatto che i consumatori europei hanno cominciato a boicottare spontaneamente i prodotti «made in Usa», come risposta ai dazi (la fonte è un blog della Banca centrale europea). All’interno dello stesso quotidiano – molto schierato politicamente contro l’attuale Amministrazione – un altro articolo esalta la possibilità che l’Europa attiri verso di sé una fuga dei cervelli al contrario: scienziati pronti a lasciare gli Stati Uniti. In generale tutto ciò che è europeo viene considerato superiore, più civile, più democratico. Nel weekend anche il Financial Times tornava a occuparsi degli americani interessati all’esilio: un tema che appassiona soprattutto quei facoltosi progressisti delle due coste che hanno già seconde case a Parigi o in Toscana.

Molti democratici americani inoltre tifano apertamente perché l’Europa rafforzi le limitazioni imposte a forze di estrema destra, hanno esultato quando di recente i servizi segreti tedeschi hanno pubblicato un rapporto sul partito di estrema destra AfD che potrebbe preludere a sanzioni ed esclusioni. L’appoggio fornito dal vicepresidente JD Vance e da Elon Musk all’AfD è stato visto come la prova che il trumpismo vuole uccidere la democrazia, sia in America che all’estero.

Su questa narrazione relativa alla deriva autoritaria degli Stati Uniti so di andare controcorrente e di affrontare un’opinione pubblica italiana molto sbilanciata in favore della tesi di Trump-dittatore. A me non sembra che Putin, Xi Jinping, Erdogan, Khamenei, si vedano bloccata e bocciata dalle loro rispettive magistrature gran parte dei loro provvedimenti, come accade quotidianamente qui negli Stati Uniti. Non mi risulta che Putin e Xi ogni mattina siano criticati e denunciati da media molto diffusi nei loro paesi. Né che in Cina e Russia governatori di regioni e sindaci di città prendano decisioni diametralmente opposte e in aperta sfida rispetto a quelle del presidente.

Friedrich Merz

Ma torno alla Germania. La questione dell’AfD viene vista in modo molto diverso dall’America trumpiana: come un partito che ha vasti consensi nell’elettorato popolare, e che le élite vogliono neutralizzare, sterilizzare, così limitando la democrazia. È la tesi più volte sostenuta da Vance e Musk.

Sulla natura profonda del successo elettorale dell’AfD voglio citare una fonte autorevole, non sospetta. È il collega del Corriere della Sera, Paolo Valentino, che è stato molto a lungo il corrispondente da Berlino e continua a occuparsi della Germania con una riconosciuta competenza e profondità. In visita qui a New York, Paolo Valentino mi ha offerto questa definizione del fenomeno AfD, guardando alla sua presa sugli elettori dell’Est. Cito a memoria da una conversazione cercando di essere il più fedele possibile alla sua analisi. «Quante squadre della Germania Est sono nella Serie A del campionato tedesco? Una sola. Quanti chief executive guidano aziende quotate in Borsa e rappresentate nell’indice azionario Dax di Francoforte? Zero. Il successo dell’AfD è figlio soprattutto della frustrazione dei tedeschi dell’Est che oltre trent’anni dopo la riunificazione si sentono ancora trattati come dei cittadini di serie B. Per molti di loro la riunificazione tedesca è stata in realtà una annessione, una conquista da parte della Germania Ovest».

Anche il problema dell’immigrazione va visto in questo contesto. Angela Merkel, «una politica cresciuta nella Germania Est ma che non ha mai governato a favore della Germania Est, nel 2015 di fronte all’esodo di profughi dalla Siria disse: ce la possiamo fare, ad accoglierli». Ma non ce l’aveva fatta a integrare pienamente i suoi concittadini dell’Est. I quali di immigrati non ne avevano praticamente mai visti finché la Germania Est era uno Stato socialista nella sfera sovietica. Improvvisamente si sono visti caricati di un dovere di accoglienza, che non li convinceva affatto.

Il nazismo non è l’ideologia dell’AfD: al suo interno si trovano dei nostalgici, sì, però non è questo il vero collante ideologico e identitario della maggioranza degli elettori di quel partito. Votano pensando agli immigrati islamici, non a Hitler.

In Germania ai tempi della Merkel si è visto un fenomeno che si è verificato anche in altre parti del mondo, America inclusa: quando le élite decidono di affermare la propria superiorità morale occupandosi degli «ultimi», e al tempo stesso disprezzano i «penultimi», il cui disagio sociale viene ignorato, e le cui resistenze contro l’immigrazione vengono condannate come becero razzismo. (Qualcosa di simile è avvenuto in America quando le reazioni di rigetto della classe operaia contro i danni della globalizzazione sono state liquidate dai tecnocrati dell’establishment, a colpi di statistiche sui benefici enormi dei mercati aperti ai prodotti cinesi).

Se poi i «penultimi» – classi lavoratrici che hanno il difetto di avere la stessa origine etnica e lo stesso colore della pelle delle élite – per protesta votano in favore di partiti anti-sistemaqueste forze politiche sono fasciste e quindi vanno messe al bando. Questo è il «consenso dell’establishment europeo», che visto dall’America trumpiana è una forma di deriva illiberale e anti-democratica.

Non abbraccio questa descrizione che i vari Vance e Musk danno dell’Europa, a me sembra altrettanto semplificatoria e grossolana quanto le caricature su un’America fascista. Però osservo che alla proposta di una messa al bando dell’AfD si è opposto proprio Merz, considerandola molto pericolosa. E non solo Merz, democristiano conservatore, ma anche il cancelliere uscente Olaf Scholz, socialdemocratico, ha invitato i suoi alla cautela su questo tema. Giustamente, qualche timore di scivolare verso ricette illiberali esiste anche a sinistra. È reale il rischio di alimentare le accuse di Vance o Musk, e di tutto il mondo trumpiano: secondo cui quando il popolo disubbidisce alle indicazioni dell’establishment, il suo voto va sterilizzato.

Torno al tema dell’Europa come artefice di un nuovo ordine globale: un’Europa capace di difendere sé stessa dalla Russia senza più dipendere dagli americani; un’Europa decisa a far prevalere nel commercio internazionale delle regole eque e multilaterali, contro la sopraffazione arrogante dei dazi di Trump; un’Europa in grado di raccogliere finalmente tutte le indicazioni del Rapporto Draghi per diventare una locomotiva di crescita, non più trainata dall’export sul mercato Usa. Tutti questi scenari positivi – per i quali fa il tifo anche l’opposizione democratica statunitense – sono appesi a una leadership tedesca che non sta debuttando nel migliore dei modi.