Il racconto e la vita di Marco Landi, ex alto dirigente di Apple. E le occasioni (vere o mancate) delle telecomunicazioni italiane
FERRUCCIO DE BORTOLI
Non solo Carlo De Benedetti perse l’occasione di investire in quella che era, nel 1978, solo una promettente start up di Cupertino. Il 20 per cento di Apple per soli 200 mila dollari! E ancora oggi l’Ingegnere se ne rammarica.
Marco Landi, ex alto dirigente di Apple, oggi in pensione ma presidente di Digital Box, è stato ospite nei giorni scorsi dell’Associazione per il progresso del Paese voluta e animata dall’instancabile Alfredo Ambrosetti (94 anni). Landi ha raccontato che la Telecom, nel 1998, ai tempi della presidenza di Gian Mario Rossignolo fu anch’essa sul punto di entrare nell’azionariato della mela morsicata. Lui era nel consiglio d’amministrazione e insieme a Francesco De Leo, allora direttore generale dell’ex società telefonica di Stato, appena privatizzata (male), prepararono una lettera con la quale si proponeva un accordo con i californiani.
La Telecom fu poi scalata dai cosiddetti «capitani coraggiosi» che per finanziare l’acquisto la riempirono di debiti. Un fardello che avrebbero segnato amaramente il destino della società. Ovviamente quella lettera non ebbe seguito, i nuovi azionisti avevano altro cui pensare. Landi ha scritto un libro, «Da Chianciano a Cupertino» (Business Partners), nel quale spiega come, grazie anche a lui, Steve Jobs venne riassunto alla Apple, temporaneamente lasciata per fondare Next. Ma non è questo episodio, peraltro noto, che ci ha colpito del suo racconto. Bensì l’inizio, la povertà, gli studi possibili grazie a una istituzione dell’allora arcivescovo di Bologna, cardinale Giacomo Lercaro; la gavetta come spedizioniere di una società che forniva bulloni alla Fiat, la laurea e il primo lavoro alla Telettra, lasciata per andare a Texas Instruments.


Negli anni Ottanta, Telettra (Fiat) avrebbe dovuto fondersi con Italtel (Iri) per fare un campione delle telecomunicazioni italiane (Telit). Bettino Craxi, presidente del Consiglio, voleva al vertice Marisa Bellisario che guidava l’Italtel. Cesare Romiti, amministratore delegato della Fiat, si oppose. Non vi era, allora, alcuna sensibilità alle questioni di genere. Se ci fosse stata forse oggi avremmo un campione italiano delle telecomunicazioni. Non abbiamo avuto Telit e ci siamo persi Telecom.





