La guerra tra Israele e Iran è finita davvero?

Nei prossimi giorni, mesi e anni ci sarà da capire se i contendenti useranno la tregua per fare la pace o per affilare le armi e tornare a scontrarsi alla prima occasione favorevole

Gianluca Mercuri

La frase chiave è quella con la parolacciathey don’t know what the fuck they’re doing, «non sanno cosa cazzo stanno facendo», riferito a Israele e Iran, che per ore ieri è rimbalzata sui siti di tutto il mondo tenendoci in sospeso: «La guerra è finita o no?», si chiedevano governanti, uomini d’affari e giornalisti di ogni angolo del pianeta sentendo un Donald Trump sopra le righe anche più del solito.

Non era la parolaccia in sé, il punto. Certo, non si era mai sentito un presidente americano esprimersi in quel modo nel pieno di una drammatica crisi internazionale. Il problema è che Trump, cercando di mostrarsi per una volta come l’adulto nella stanza alle prese con ragazzini ribelli, proiettava in realtà l’immagine opposta, quella dell’incertezza. Quella del più potente leader del pianeta che – lui, prima degli altri – non sa bene cosa sta facendo.

D’altronde, nelle ore precedenti il Grande Improvvisatore ne aveva dette davvero di ogni tipo: per esempio, era arrivato a ringraziare il regime che aveva appena bombardato e minacciato di annientamento, perché lo aveva avvertito prima di attaccare a sua volta la base americana in Qatar, una rappresaglia scenografica e praticamente concordata per evitare il peggio. E soprattutto, aveva offerto il più clamoroso colpo di teatro con l’improvviso cessate il fuoco annunciato, ovviamente sul suo social Truth, nella notte tra lunedì e martedì: una tregua dai contorni misteriosi, con i belligeranti che l’hanno ignorata per qualche ora e lui, il presidente, che all’improvviso cambiava parte in commedia, da belligerante in chief in soccorso di Israele, a mediatore che con Israele si arrabbiava perché rischiava di fargli saltare la mediazione.

L’urgenza di Trump era quella di togliersi di dosso l’etichetta di Taco, di bullo tutto chiacchiere e distintivo, che aveva odiato dal primo momento. Ora che ha mostrato il suo lato Tnaco (Trump NOT always chickens out, non sempre si tira indietro) e ha tirato bombe mai tirate prima, sembra voler tornare il tessitore di trame di pace evidentemente pasticciate ma che lui pretende risolutive. E magari lo sono: se la tregua reggerà.

Ed ecco il punto cruciale: è davvero finita la Guerra dei 12 giorni, come l’ha battezzata lui, parafrasando quella dei Sei giorni stravinta dagli israeliani nel 1967? Il paragone storico non è dei più rassicuranti, visto che a quel conflitto mediorientale ne seguì sei anni dopo un altro che paralizzò l’economia mondiale. E dunque nei prossimi giorni, mesi e anni ci sarà da capire se i contendenti useranno la tregua per fare la pace o per affilare le armi e tornare a scontrarsi alla prima occasione favorevole.

«A che ora è la tregua?»

È il dettaglio che Trump non ha ben specificato quando, poco dopo la mezzanotte italiana di ieri, ha annunciato il cessate il fuoco tra Israele e Iran. Lo stop, ha scritto nel suo post, sarebbe iniziato dopo «circa 6 ore, quando Israele e Iran avranno concluso e completato le loro missioni finali in corso!»Troppo vago il timing, troppo ghiotto il pretesto per attaccare fino all’ultimo. Così Israele ne ha approfittato per ammazzare un altro paio di scienziati iraniani e i capi delle milizie Basiji. I pasdaran hanno centrato con un missile un palazzo di Beer Sheva, nel deserto del Negev, uccidendo quattro persone.

La rabbia di Trump

La tensione tra il presidente Usa e il premier israeliano Benjamin Netanyahu è salita rapidamente, e Trump non l’ha nascoso ai cronisti: «Appena abbiamo trovato l’accordo, Israele parte e sgancia una quantità di bombe che non ho mai visto prima. Non sono contento di Israele. E neppure dell’Iran. Ma soprattutto non di Israele. Queste due nazioni si stanno scontrando da così tanto tempo che…», e lì è volato il fuck. Poi un altro post ruvido verso Tel Aviv – «È una violazione, richiamate quei piloti» – e Israele ha interrotto le ultime missioni, non prima di un simbolico, ultimo attacco a un vecchio radar. Da quel momento, la tregua ha retto.

Ma qual è il bilancio di questo conflitto?

Sul piano delle perdite, le vittime israeliane sono 29, tutte abitanti dei palazzi centrati dalla cinquantina di missili (su 500 lanciati) che hanno violato le difese dello Stato ebraico. Secondo i calcoli dell’organizzazione Human Rights Activists, i morti iraniani sono invece 974, di cui 387 civili e 268 membri delle forze di sicurezza, mentre le autorità di teheran parlano di 610 vittime. Sul piano politico e strategico, il bilancio è complesso e ci vorrà tempo per capire come la Guerra dei 12 giorni abbia cambiato il quadro mediorientale e quello globale. 

Vediamo le conseguenze immediatamente visibili e le incognite.

Come ne esce Trump

Dal suo punto di vista, bene. Ha cancellato l’immagine di inconcludente (Taco, eccetera) e ripristinato quella a cui tiene di più, il leader imprevedibile che ama i deal, gli accordi, ma per arrivarci non disdegna la forza e la usa spiazzando tutti. Ha osato dove né Clinton, né Bush figlio, né Obama né Biden avevano osato, attaccando l’Iran sul suo territorio con armi potentissime, i bombardieri B2, capaci di violare il sito nucleare ultraprotetto di Fordow. Ma al tempo stesso ha evitato il rischio paventato dagli analisti in questi giorni, quello del pantano, dell’America trascinata in un conflitto che sai quando inizi ma non quando finisci, con lo spettro della storia (Vietnam, Iraq, Afghanistan) sempre lì a incombere.

Lo stop immediato ricuce inoltre la spaccatura che si delineava nel trumpismo, tra gli isolazionisti che richiamavano il leader alla promessa “mai più guerre” e gli interventisti che non vogliono rinunciare al ruolo imperiale dell’America. Dal punto di vista del mondo, però, si rafforza l’ansia collettiva per un leader erratico, che ondeggia tra caos e ordine, che decide da solo, che crede nell’azzardo e non dà certezze e stabilità nemmeno agli alleati.

Come ne esce l’Iran

L’impressione è che gli ayatollah l’abbiano sfangata un’altra volta. Da giorni i capi del regime si alzavano al mattino temendo di avere le ore contate, tra colleghi ammazzati all’improvviso, avvertimenti sinistri del Mossad e timori che la persona con cui stai parlando lavori per gli israeliani. Invece il regime change promesso da Netanyahu e ventilato in modo ondivago da Trump per ora non c’è. E David Petraeus, storico ex comandante delle forze Usa in Medio Oriente, dice a Viviana Mazza che non ci sarà, soprattutto se ora gli iraniani torneranno a negoziare in un modo accettabile per Trump, che prima della guerra esigeva lo stop totale all’arricchimento dell’uranio: «Non penso ci siano forze di opposizione in Iran con numeri e armi sufficienti per rovesciare il regime e dubito che qualcuno dall’interno del regime rovescerà la leadership», dice Petraeus.

Sarebbe stato l’ayatollah Khamenei in persona, racconta Greta Privitera, a ricevere l’ultimatum dagli americani, che avevano localizzato il suo bunker: «O entro 24 ore accetti il cessate il fuoco, o ti veniamo a prendere». Risultato: tregua accettata e fanfare del regime che cantano vittoria e provano a edulcorare un’umiliazione storica, con la leadership decapitata, gli aerei israeliani che spadroneggiavano nei cieli e un programma nucleare colpito a morte. 

O no?

I dubbi in realtà sono fortissimi: la Cnn, sulla base di fonti dell’intelligence Usa, rivela che gli attacchi americani dei giorni scorsi «lo hanno solo ritardato di mesi», altro che «totalmente obliterato» come ha detto Trump. Timori che si aggiungono a quello che gli iraniani abbiano spostato la maggior parte delle scorte di uranio altamente arricchito dall’impianto nucleare di Fordow prima del devastante attacco americano di sabato. La spallata esterna, insomma, non è stata completata. Secondo Vali Nasr, il più grande esperto di Iran al mondo, per il regime teocratico «la più grande vulnerabilità in questo momento è la popolazione», stufa marcia di un sistema ultra-marcio, che la schiaccia da tre generazioni. Mina, una ragazza con cui Greta Privitera aveva parlato nei primi giorni di guerra, esprime il sentimento dominante: «Visto? Si è avverato il “worst case scenario”, lo scenario peggiore per la gente d’Iran: ci hanno bombardati e ci hanno lasciati con i mullah feriti pronti a opprimerci più di prima».

Come ne esce Israele

Anche Netanyahu proclama vittoria, ma il suo bilancio è in chiaroscuro: Trump ha dovuto alzare la voce per fermarlo, segno che il premier avrebbe voluto continuare la guerra. Una guerra che ha confermato la dipendenza dello Stato ebraico dal sostegno americano. Certo, l’intelligence di Israele ha dato prova ancora una volta di capacità straordinarie e popolerà per sempre gli incubi dei mullah superstiti, ma i mullah sono ancora lì. D’altronde, l’idea che il lavoro non sia stato terminato può far comodo a re Bibi in vista di una lunga campagna elettorale. Ma quello che continua a mancare a Israele è una vera idea di futuro. Lo Stato ebraico, con i colpi mortali inferti dopo il 7 ottobre a tutti i nemici (Hamas, Hezbollah, Iran), dà l’idea di puntare a un’egemonia regionale basata sulla forza, ma per gli analisti è un’idea che non può funzionare: non è sostenibile che un Paese di 10 milioni di abitanti domini una regione che ne ha centinaia di milioni. Intanto, dopo questa fragorosa distrazione bisettimanale torna in primo piano Gaza. Si impone la differenza tra le due guerre, quella contro l’Iran che – con tutti i dubbi sul piano della legalità internazionale – ha una sua legittimità morale, perché quel regime dichiara da sempre di volere la cancellazione di Israele. E quella a Gaza che l’ha invece persa da tempo, perché l’inevitabile risposta a Hamas è degenerata in un massacro senza fine.