La guerra dei pacifisti: l’offensiva di Conte e le indecisioni del Pd

Le manifestazioni in piazza amplificano le distanze tra i Cinquestelle e i dem. Ma dal dibattito pubblico sono scomparse

le bombe di Putin

Alessandro De Angelis per

Proprio in quanto difficilmente componibili, le piazze per la “pace” hanno già amplificato le divaricazioni politiche. Perché era chiaro che la mozione presentata da Giuseppe Conte (slitta alla prossima settimana, ma è già un caso) è, al pari dell’adunata contro l’Europa prima ancora che contro Trump (e Putin), un atto ostile verso il Pd. Le sue contraddizioni, per i Cinque stelle, sono come la gelatina, ottima per ingrassare elettoralmente. I dem, a proposito di contraddizioni, si asterranno, ed è la quarta piroetta in poche settimane: a Strasburgo, sul piano Ursula, si sono astenuti; in Parlamento hanno invocato una «radicale revisione», praticamente un quasi no; a Bruxelles hanno poi votato a favore del rapporto alla difesa che comprende quel piano. Nel frattempo, una delegazione ha partecipato al corteo, per lisciare il pelo a quel mondo, pur ricevendo dei fischi. Piroette che risentono dell’incapacità o impossibilità di fare sintesi all’interno, anche qui, tra declinazioni diverse del cosiddetto “pacifismo”. Tutti contro Trump e Putin, tutti per l’Europa ma chi la vuole armata, chi disarmata.

Va bene, le ambizioni di Conte, che ha ritrovato un terreno e infatti parla solo di “pace”, evitando di riservare la stessa vitalità al tema dazi, perché sogna di tornare “Giuseppi” a palazzo Chigi. Però, al fondo del gioco politico, c’è una questione di senso. Riguarda la parola pace, diventata come la famosa notte in cui tutte le vacche sono nere. È la banale differenza tra una esigenza (la pace), che in fondo è di tutti, e una politica (come costruirla). E anche sull’esigenza c’è da discettare, perché spesso sono confliggenti: quella di chi vuole coniugare pace e sicurezza; quella quasi religiosa del pacifismo integralista, che pure era in piazza (le Acli, i tavoli della pace, i cattolici) in nome del disarmo; quella politica della sinistra d’antan per cui il nemico è la guerra, sempre e comunque, come se la “guerra” fosse un’entità, a sé stante, che si fa e si alimenta da sola; l’esigenza del portafoglio per chi, sapientemente aizzato, teme che i cannoni tolgano denari agli ospedali; l’esigenza squisitamente strumentale per chi, persi gli altri, ha ritrovato un terreno per lanciare una sfida di consenso, costruendoci un racconto sopra. Anche questa non definizione di fondo spiega perché ci sono tanti titolari del marchio che salgono nei sondaggi ma non un movimento al pari di quello che nei primi anni duemila portò nelle piazze 15 milioni di persone. I soggetti politici reclutano, ma non c’è una vampata sociale.

Quello a cui siamo assistendo nel discorso pubblico è una clamorosa scissione tra parola e contesto, che porta a una scissione delle parole: la pace solo come no alle armi, da cui viene espunto ogni riferimento alla libertà di un popolo. C’è il pacifismo, è rimossa la guerra. Il giorno prima delle manifestazioni i ripetuti attacchi russi su Kryvyi Rih, città natale di Volodymyr Zelensky, hanno causato la morte di nove bambini, oltre a sessanta feriti di cui dodici minori. Colpiti un parco giochi e un minibus. Un attacco, per ferocia e luogo, ad alto valore simbolico. Dell’episodio, che due anni fa avrebbe animato un dibattito sui crimini contro l’umanità di Putin, non c’è traccia nella discussione pubblica. Accade perché quello sarebbe un elemento di rottura della narrazione dominante che è tutta sulle colpe dell’Occidente e dell’Europa. Narrazione rivitalizzata dalla vittoria di Trump. E non è un caso che, poiché nessuno è in grado di spiegare nella galassia pacifista “quale pace”, sia ricominciata, in piazza e non solo, la discussione sulle colpe della guerra, come il giorno dopo l’invasione: la Nato al confine, il racconto farlocco della trattativa di Istanbul, eccetera.

È su questo terreno che avviene l’incontro tra la destra populista che si nutre di russofilia, pezzi di una sinistra-sinistra contro le armi sempre, e pacifismo a Cinque stelle. La timidezza altrui fa il resto, perché, da che mondo è mondo, l’egemonia non la costruisci con le astensioni o solo evocando Spinelli, ma con un racconto sfidante e vivo. Insomma, dietro la parola pace, più che la guerra c’è la guerriglia politica.