Quali sono i nodi della questione Iran?
Ecco le risposte alle domande sulla situazione del conflitto fra Israele e Iran
Stefano Montefiori
Mentre Iran e Israele continuavano a scambiarsi missili, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ieri a Ginevra ha incontrato i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito, e l’Alto rappresentante dell’Unione europea, nella speranza di trovare una soluzione negoziale al conflitto.
1) Quali sono gli obiettivi dell’Europa?
Il ministro francese Jean-Noël Barrot, il tedesco Johann Wadephul, il britannico David Lammy e l’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas hanno concordato sul fatto che non esiste una soluzione definitiva di tipo militare al problema nucleare iraniano, ed esortano l’Iran a proseguire i colloqui con gli Stati Uniti. Il ministro tedesco Wadephul ha osservato che Teheran sembra «fondamentalmente disposta a continuare le discussioni», e oggi verranno ripresi i contatti con gli Stati Uniti e in particolare con il segretario di Stato americano Marco Rubio. Gli europei non sperano di convincere Israele a fermare gli attacchi; puntano invece a convincere Trump a non intervenire a sua volta, facendo poi pressione su Israele perché si fermi, in cambio ovviamente di concessioni di Teheran. La Francia, in particolare, considera «illusoria e pericolosa» l’idea di provocare un cambio di regime in Iran. Questa è la principale differenza con la posizione di Israele. Ma il ministro Barrot è andato oltre la questione nucleare, aggiungendo che l’Iran deve anche fermare il sostegno al terrorismo e arrestare la sua tradizionale politica di destabilizzazione attraverso i suoi alleati (da Hamas a Hezbollah agli Houthi).
2) Che cosa vuole l’Iran?
Il ministro Araghchi ha ricordato che i colloqui tra Stati Uniti e Iran erano già in programma per domenica scorsa in Oman: tre giorni prima Israele ha attaccato. «Un tradimento» lo ha definito. Teheran è disponibile a trattare sul nucleare, ma rivendica come sempre il diritto di proseguire il programma civile. Quanto al rischio di un suo uso militare, Araghchi ha ricordato che per scongiurarlo era stato già firmato un accordo nel 2015 con le grandi potenze, diventato nullo nel 2018 dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti durante il primo mandato Trump. Per ritorsione, l’Iran si è liberato da alcuni obblighi, accelerando l’arricchimento dell’uranio. In definitiva, l’Iran potrebbe anche fare concessioni sul nucleare militare, ma non certo su un cambio di regime a Teheran, che sembra il nuovo obiettivo israeliano.
3) Che cosa chiede Israele?
Se i negoziati di Ginevra, almeno in prospettiva, hanno come interlocutore finale Washington, Israele sembra non essere né coinvolto né interessato perché ormai punta ad altro. Il timore che l’Iran possa dotarsi della bomba atomica è presente da anni ed è stata la prima ragione invocata per giustificare l’attacco, ma dopo i grandi iniziali successi dell’operazione Rising Lion il premier Benjamin Netanyahu sembra non accontentarsi della distruzione delle basi nucleari, e punta a farla finita con il regime degli Ayatollah che dal 1979 rappresenta una minaccia per la regione e l’Occidente.
4) A cosa punta l’America?
Per decidere se intervenire o meno il presidente Donald Trump si è dato due settimane di tempo, che in questo contesto sono un’eternità. Il paradosso è che «il più grande negoziatore dell’universo», come lo chiamano i suoi collaboratori, prima della guerra voleva tornare a trattare con l’Iran per un accordo sul nucleare, quando l’accordo sulla questione c’era già, dal 2015 al 2018, ed è stato lui a farlo fallire.


