Khamenei è ancora vivo e reclama la vittoria

Il «worst case scenario» per la gente d’Iran e l’avvertimento degli Usa:

«O tregua in 24 ore o ti veniamo a prendere»

Gli organi di propaganda della dittatura in prima linea per spiegare al popolo la «Guerra dei 12 giorni». Teheran: «Non possono estirpare l’industria nucleare»

Greta Privitera

L’avvertimento sarebbe arrivato ieri. L’intelligence americana avrebbe recapitato all’ayatollah Ali Khamenei un messaggio con le coordinate del suo nascondiglio. Gli avrebbero scritto: «O entro 24 ore accetti il cessate il fuoco, o ti veniamo a prendere». Lo racconta al Corriere una fonte interna al regime. 

L’ayatollah, che di mestiere deve salvarsi e salvare la sua Repubblica islamica, avrebbe accettato. Non aveva scelta, certo, «ma gli fa anche comodo prendere un po’ di respiro», racconta la fonte. Non importa come siano andate le cose, quale sia la verità. Importa come la si racconta. E il regime islamista è da sempre un campione nel riscrivere la Storia.

Da ieri mattina, gli organi di propaganda della dittatura si sono schierati in prima linea per spiegare al popolo iraniano la «Guerra dei 12 giorni». Basta accendere la televisione che va in scena lo spettacolo. 

In un programma televisivo su Irib, la tv di Stato danneggiata dai raid israeliani, un commentatore con la barba scura annuncia la vittoria: «Siamo i vincitori di questa guerra, non sono riusciti a sconfiggerci». Secondo le persone in studio, tutto il mondo ha visto gli Stati Uniti implorare i valorosi uomini della Repubblica islamica di fermarsi, fermare i pesanti bombardamenti contro le basi americane — «telefonati», intercettati — e contro Israele. 

A quel punto, loro, quei valorosi uomini, per pietà, avrebbero accettato il cessate il fuoco di Donald Trump. «Nulla di nuovo, fanno sempre così», commenta un professore di Teheran, al Corriere, «riconquistano la vittoria a ogni sconfitta. Imbastiscono la narrazione che più gli fa comodo per salvare la faccia. E ci invitano a “festeggiare” in piazza Enghelab». 

Sarebbe Ali Khamenei, quindi, il regista di questa (fragile) tregua. Lui, che ancora rimane nascosto in un bunker segreto per paura di fare la fine dei suoi generali, avrebbe fatto capitolare Israele. Subito dopo l’annuncio americano, infatti, è stata la Guida suprema il primo a reclamare il trionfo. Su X: «Chi conosce il popolo iraniano e la sua storia sa che la Nazione iraniana non si arrende». 

Poi, a cascata, i pilastri del regime lo hanno seguito con dichiarazioni vittoriose e un mare di bugie. Mahmoud Nabavian, un religioso conservatore in parlamento, si è spinto a dire che «prima di questa guerra, l’Iran era una potenza regionale, ma ora sta diventando un impero islamico». L’ex presidente Hassan Rouhani avverte che «il cessate il fuoco non segnala la fine della minaccia. Il cessate il fuoco può essere un’opportunità per l’inganno. Deve essere mantenuta la piena prontezza di intelligence, difesa e sicurezza. La strategia nazionale deve essere ricostruita». 

In questo scenario in continuo movimento, è difficile predire quali saranno le scelte dell’ayatollah sull’arricchimento del nucleare, il motivo che ha dato il via all’operazione militare «Rising Lion» e la chiave per il futuro, almeno prossimo, delle relazioni tra i due Paesi. Accetteranno di risedersi ai tavoli e firmare un accordo dove si impegneranno a rispettare le richieste di Trump e dell’amico Netanyahu che pretendono «arricchimento zero»? 

Se ancora non abbiamo risposte, possiamo raccogliere i primi segnali. Come le parole del portavoce dell’Organizzazione per l’energia atomica d’Iran Behrouz Kamalvandi: «L’industria nucleare non si fermerà. Devono sapere che questa industria ha radici nel nostro Paese e non possono estirparla». Gli esperti dicono che per la Repubblica islamica non è una vittoria. Dal punto di vista militare è la più grande umiliazione subita nell’ultimo secolo di Storia. 

L’unica vittoria è che Khamenei è ancora vivo, e con lui il suo regime. Risentiamo Mina, una ragazza con cui il Corriere aveva parlato nei primi giorni di guerra. «Visto», dice, «si è avverato il “worst case scenario”, lo scenario peggiore per la gente d’Iran: ci hanno bombardati e ci hanno lasciati con i mullah feriti pronti a opprimerci più di prima».