Il «tradimento» di Napoli, Zenga «a farfalle», la maledizione del numero 17 e l’insulto di Maradona
Mondiali di Italia ’90, semifinale: la Nazionale passa in vantaggio con Schillaci, poi l’errore di Zenga la costringe ai rigori.
Giuseppe Benedini
«Purtroppo è andata…». Bruno Pizzul chiude così, mestamente, la telecronaca della semifinale appena persa contro l’Argentina e che condanna l’Italia alla finalina per il terzo posto. È il 3 luglio 1990, 35 anni fa. È l’ultima notte, la più buia fra quelle vissute dalla Nazionale nel Mondiale di Italia ’90: è la fine delle Notti Magiche cantate da Edoardo Bennato e Gianna Nannini.
Maradona, gli italiani e i napoletani
Gli azzurri del c.t. Azeglio Vicini sono stati eliminati alla roulette dei rigori da quello decisivo di Diego Armando Maradona, nella prima partita giocata dall’Italia lontano dallo stadio Olimpico di Roma: la prima sconfitta dopo un percorso netto di cinque vittorie, contro Austria, Stati Uniti, Cecoslovacchia, Uruguay e Irlanda, senza aver mai subito gol.
Per questo scontro cruciale la Fifa ha scelto i 72 mila posti dell’allora stadio San Paolo di Napoli. Alla vigilia della partita Maradona, l’idolo della città che un mese prima festeggiava nello stesso impianto la vittoria dello Scudetto superando la corazzata miliardaria del Milan di Berlusconi, rilascia dichiarazioni scaltre che tentano di sobillare un popolo che già pende dalle sue labbra: «Io voglio solo il rispetto dei napoletani, non il tifo perché io e la mia Nazionale sappiamo che i napoletani sono italiani… solo che gli italiani devono capire che anche il napoletano è italiano…».
«Quando Diego si presenta sul terreno di gioco per il riscaldamento metà del San Paolo lo fischia e l’altra metà lo invoca. Ma quando si tratta di incitare gli azzurri il coro è unanime», scrive Bruno Tucci sul Corriere della Sera del 4 luglio. Ma anche se gli striscioni sugli spalti sono tutti per la Nazionale («Maradona, Napoli ti ama ma l’Italia è la nostra patria!»), lo stadio non è stracolmo come ci si aspetterebbe per una semifinale di un Campionato del mondo di calcio giocata dalla squadra di casa. Gli spazi vuoti sono numerosi, all’appello mancano qualche migliaio di spettatori. In tanti non hanno voluto «tradire» il proprio idolo.



Schillaci segna, Zenga sbaglia
«Al San Paolo non andremo perché dovremmo comportarci come Amleto. Essere o non essere?», raccontava qualche tifoso nel pomeriggio precedente la partita, mentre altri tuonavano: «Ci considerano africani e adesso vogliono che si tifi Italia». Il compito di riunificare il Paese è nei piedi del «picciotto del Sud», Totò Schillacci, che con i suoi gol sta facendo sognare l’Italia.
L’eroe del Mondiale azzurro ha già esultato all’esordio contro l’Austria, contro la Cecoslovacchia, poi agli ottavi con l’Uruguay e nei quarti contro l’Irlanda. Si ripete anche in semifinale contro l’Argentina campione in carica: il suo quinto gol nella manifestazione arriva al diciassettesimo minuto, ma siamo a Napoli e per la smorfia il 17 è un brutto numero.
E infatti, al 68′, il portiere azzurro Walter Zenga esce a vuoto e perde la sua imbattibilità con la Nazionale durata 980 minuti, quasi undici partite senza subire gol. Tocca all’atalantino Caniggia il compito di spingere il pallone in rete con la testa.



L’arbitro si dimentica dell’orologio
L’eroe Schillaci è ancora una volta il migliore azzurro in campo, ma fatica a trovarsi con Gianluca Vialli, preferito a Roberto Baggio nonostante un Mondiale travagliato. Vicini ha scelto di far partire titolare il capitano della Sampdoria, costretto al ruolo di spettatore per tre partite consecutive e spesso superato nelle preferenze anche da Aldo Serena a causa di ripetuti problemi fisici, tra febbri e problemi muscolari. Una decisione che scatenerà non poche polemiche.
La partita contro la solida Argentina del selezionatore Bilardo è tirata, avara di emozioni. Nel finale il c.t. azzurro prova la carta Baggio per evitare i supplementari che però arrivano inesorabili. Nei 30 minuti aggiuntivil’arbitro francese Michel Vautrot decide di ritagliarsi un ruolo da protagonista prolungando il primo mini tempo di 8 minuti e mezzo (spiegherà di essersi dimenticato di guardare l’orologio); poi espelle l’argentino Giusti per un fallo su Baggio, ma Riccardo Ferri, sofferente per i crampi, ristabilisce la superiorità numerica.
Gli errori di Donadoni e Serena
Si arriva così ai rigori. Schillaci è dolorante e non si presenta. Baresi apre le marcature dal dischetto, pareggiate per l’Argentina da Serrizuela. Non sbagliano nemmeno Roberto Baggio e De Agostini, Burruchaga e Olarticoechea. Arrivano però i tiri di Roberto Donadoni (il numero 17…) e Aldo Serena parati da Goycoechea, il quarto rigore argentino lo trasformaMaradona, senza quasi farsi vedere, uno sberleffo anche al pubblico di Napoli che lo aveva abbandonato.



Nel post partita il commissario tecnico Vicini ne ha per tutti, dall’arbitro ai tifosi, affidandosi poi a una singolare difesa da banco degli imputati: «Siamo stati eliminati perché costretti ad attaccare. Si pensava che giocando in casa si potessero avere mille vantaggi, come è sempre stato, ma sfido chiunque a dire che l’arbitro ci ha dato una mano – e poi -. Il pubblico di Napoli è stato caloroso, ma quello di Roma ci aveva abituato in ben altra maniera…».
Vicini sarà poi bacchettato, ma riconfermato, dal presidente federale Antonio Matarrese (che poi lo caccerà per aver mancato la qualificazione agli Europei del 1992): «Il pubblico napoletano ha risposto nel modo migliore».
I giocatori contro il San Paolo
Ma anche tra i giocatori c’è chi, a caldo, punta il dito sul tifo del San Paolo. Come Bergomi: «Per lungo tempo il pubblico ha preferito il silenzio». O il commento duro di De Agostini: «Per tutta la partita ci è mancata la spinta del pubblico, evidentemente le dichiarazioni di Maradona hanno lasciato il segno».
Più giudizioso Vialli: «Ho trovato il pubblico di Napoli rilassato. La gente si è fatta condizionare dal rendimento della squadra». Contrari a questa lettura Franco Baresi, Aldo Serena, Zenga e Ciro Ferrara: «Il pubblico è stato correttissimo, ho sentito fischiare Maradona e nemmeno un sibilo contro l’Italia».
Le scelte di Vicini
Il c.t. era arrivato alle notti magiche di Italia 90 partendo dall’Under 21 e guidando lo stesso blocco di giocatori dagli Europei del 1988 in Germania e la sconfitta in semifinale contro la Russia, fino alla semifinale dei Mondiali casalinghi contro l’Argentina.
Il c.t. puntava su Baggio, Vialli e Carnevale, ma si innamorò presto di Totò Schillaci, il bomber venuto quasi dal nulla che nell’ultimo campionato alla Juventus aveva segnato più di 20 gol tra serie A e Coppe.
In porta aveva trovato la solidità di Walter Zenga, con Stefano Tacconi e Gianluca Pagliuca riserve. La difesa era nelle salde mani del capitano del Milan Franco Baresi, insieme a Beppe Bergomi, Paolo Maldini, Ciro Ferrara, Pietro Vierchowod, Riccardo Ferri e Luigi De Agostini.
A centrocampo Vicini poteva contare su Giuseppe Giannini, Roberto Donadoni, Nicola Berti, Giancarlo Marocchi, Nando De Napoli e Carlo Ancelotti. In attacco, oltre ai già citati Baggio, Vialli, Carnevale e Schillaci, anche Roberto Mancini (che il Mondiale lo vivrà da spettatore) e Aldo Serena.
Il cammino azzurro
L’esordio azzurro è all’Olimpico di Roma contro l’Austria ed è proprio Schillaci a sbloccare la partita nel finale entrando al posto di Carnevale. Contro gli Usa, stesso cambio, ma basta il gol iniziale di Giannini. Terza partita: c’è la Cecoslovacchia e c’è anche Totò titolare, subito a segno con Baggio che realizza il 2-0 con un’azione personale che resta nella storia azzurra.
Agli ottavi Schillaci segna ancora all’Uruguay, con Aldo Serena che chiude i conti. E ai quarti è l’Irlanda ad arrendersi, ovviamente ancora a un gol di Schillaci. Per la semifinale l’Italia si sposta a Napoli, Schillaci segna ancora, ma è l’Argentina ad andare in finale.
Nella finalina per il terzo posto gli azzurri si impongono 2-1 sull’Inghilterra, sconfitta in semifinale dalla Germania, grazie ai gol di Roberto Baggio e ancora Schillaci che vincerà il premio di capocannoniere e Pallone d’oro Fifa del Mondiale.
I fischi a Maradona: «Hijos de puta»
La finale del Mondiale italiano, giocata l’8 luglio 1990, si apre con i fischi di gran parte dello Stadio Olimpico di Roma all’inno argentino. Molti dei tifosi presenti sono italiani e non hanno perdonato a Maradona di aver eliminato gli azzurri in semifinale.
Ma il Pibe de Oro non ci sta e in mondovisione risponde ai fischi con un «hijos de puta», diventato un episodio cult nella storia della Coppa del Mondo. Insulti, quelli del dieci argentino, che avrebbero potuto costargli un’espulsione.
Lo disse a distanza di anni l’arbitro della finale, il messicano Edgardo Codesal, accusato di essere «un raccomandato di ferro» perché il suocero, Javier Arriaga, era un esponente di spicco della commissione arbitrale della Fifa: «Avrei potuto espellerlo, ma ho capito e volevo gestire la situazione».
La più brutta finale di sempre
Reazione di Maradona a parte, la partita è molto brutta, forse la più brutta finale nella storia dei Mondiali. Il dieci dell’Argentina viene fermato in modo sistematico e non entra mai nella manovra. La Germania Ovest è molto compatta e prova raramente a fare male con le ripartenze. A cinque minuti dalla fine un filtrante di Matthäus trova Völler in area che viene colpito da Sensini; Codesal fischia e concede un rigore ben più che generoso: dal dischetto si presenta Andreas Brehme che non sbaglia e consegna la Coppa del Mondo alla sua Germania.
Profetiche erano state le parole di Gary Lineker dopo la sconfitta della sua Inghilterra nella semifinale del Delle Alpi di Torino, fresco di inaugurazione: «Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone e alla fine vince la Germania».


