Iran, è solo la fine dell’inizio

Gli errori di calcolo si moliplicano sui due fronti

A proposito della guerra in Iran, che ricomincia, continua, continuerà, si prolunga verso un orizzonte indefinito, viene in mente una celebre formula di Winston Churchill, premier britannico della Seconda Guerra Mondiale, quando diceva: “Questo forse non è neanche l’inizio della fine, è solo la fine dell’inizio”.
E in questa vicenda siamo stati tutti molto attenti a vivisezionare gli errori di Donald Trump, che sono tanti, gli errori di Trump, dei suoi consiglieri, anche in parte del Pentagono, che ha riscosso degli indubbi successi militari contro l’Iran ma al tempo stesso non aveva predisposto delle adeguate contromisure, degli antidoti per impedire il ricatto di Hormuz.
Al tempo stesso, proprio perché abbiamo avuto questa attenzione dettagliata nei confronti degli errori di Trump, rischiamo di sottovalutare gli errori dell’altra parte. E ne stanno facendo tanti anche gli iraniani. Cioè ciascuno dei due contendenti, ciascuno dei due combattenti, sembra collezionare dei degli errori di calcolo, delle sottovalutazioni dell’avversario.
L’Iran sicuramente ha giocato molto bene il ricatto di Hormuz, ma non si rende conto che quel ricatto ha un’efficacia decrescente. Quei paesi arabi che possono, stanno già investendo per dirottare i flussi di esportazioni energetiche, in modo tale da aggirare Hormuz e renderlo sempre meno importante, sempre meno rilevante in futuro.
La Cina sta facendo un’operazione molto interessante, dai contorni ancora indefiniti, ma insomma, era stata a lungo il principale acquirente di petrolio iraniano, ora la Cina sta riducendo i propri acquisti di petrolio, in generale, a dei livelli così ridimensionati rispetto al passato che potrebbe anche fare a meno dell’Iran a lungo.
Insomma, ciascuno dei due contendenti continua a sottovalutare l’avversario, o a sottovalutare gli ostacoli, i problemi, le difficoltà, e a sopravvalutare se stesso. L’Iran ha un regime che punta a essere il leader della situazione energetica, degli equilibri energetici di tutto il Medio Oriente, ma questa è una ambizione che è inconciliabile con gli interessi vitali dei suoi vicini, e con quelli di un’America che, a sua volta, ambisce ad essere leader del mercato energetico mondiale, su scala globale.
E poi, naturalmente, Trump ha i suoi problemi interni. Uno di questi è venuto alla luce di recente con una votazione al Congresso in cui si è visto quanto il Partito Democratico si stia distanziando da Israele. Una futura politica estera americana, se torneranno al potere i democratici, potrebbe essere molto diversa da quella che conosciamo oggi.