Le reazioni alla morte di Giorgio Armani

«La scoperta dell’amore, il dolore per Sergio, la mancanza dei figli: racconto ciò di cui non ho mai parlato»: l’intervista a Giorgio Armani
L’intervista di Aldo Cazzullo e Paola Pollo a Giorgio Armani realizzata nel 2024.
Giorgio Armani visto da vicino è esattamente come te lo aspetti: occhi chiari, capelli candidi, erre piacentina, gentilissimo con tutti.

Qual è il suo primo ricordo?
«Non so se è il primo, ma ricordo quando mio padre, impiegato amministrativo del fascio di Piacenza, mi portò con mio fratello dal federale. Lo rivedo tronfio, in orbace. Sentivo la presenza di questa persona, e nostro padre era orgoglioso di presentarci a lui. Fu un episodio determinante: fu lì che capii cosa voleva dire far parte di un mondo, dover portare una divisa per avere di che mangiare».
Com’era la vita sotto il fascismo?
«In famiglia ne parlavamo spesso, e si confrontavano due opinioni diverse. La cosa principale era che non potevamo dire di no al sistema: o ne facevi parte, o venivi tagliato fuori. Poi c’erano anche cose buone».
Quali?
«Ci organizzavano un po’ la vita. Le gite in campagna con la distribuzione del pane, le colonie estive, gli spettacoli teatrali organizzati dal dopolavoro… Un po’ noi ragazzini ci divertivamo».
Sua madre era direttrice della colonia di Misano.
«Ma trattava me e mio fratello Sergio come tutti gli altri, ci metteva nel camerone comune, ed era giusto così, che non ci fossero preferenze».
È vero che lei era un po’ geloso di suo fratello?
«Be’, come potevo non essere geloso essendo piccolino, moro, con i capelli dritti, e avendo un fratello alto, biondo, bellissimo?».
Anche lei è considerato un uomo bellissimo.
«Sono diventato bello. Da piccolo ero bruttino. Poi avevo un’età in cui le ragazze ancora non erano nel mio mondo. Per mio fratello l’arrivo delle formazioni aeree alleate era il segnale che la giornata sarebbe stata bella, e lui sarebbe potuto uscire con le ragazze in bicicletta. Io da quegli aerei ero terrorizzato…».
Come ricorda la guerra?
«Vivevamo al quinto piano di un grande silos. Di notte la mamma ci svegliava alle tre e ci portava giù in cantina, che non era un vero rifugio, sarebbe bastato un soffio e la casa sarebbe crollata. Però anche lì ho trovato di che divertirmi. C’erano i miei compagni, facevamo dei giochi».
Quali giochi?
«Il gioco dei segreti. Si scriveva una cosa su un foglio di carta, la si nascondeva, ed era il nostro segreto».
Lei ha raccontato una storia molto tenera, l’innamoramento infantile per una bambina, Wanda.
«Avevo 7, 8 anni. Wanda viveva a tre isolati dal mio ed era una bambina dall’aria esotica, dal colorito un po’ etnico: capelli dritti, riga in mezzo, un po’ come le ragazze di adesso. Era diventata la mia fidanzatina. Morì schiacciata da un tir. Passò un camion, lei attraversò la strada, non si accorse che dietro c’era un altro camion, che la colpì qui, al cervelletto».
Anche lei ebbe un incidente da bambino.
«Finita la guerra noi ragazzini andavamo in giro a raccogliere la polvere da sparo. Uno dei miei amici prese un pacchetto, accese una miccia… io mi ero affacciato in strada per vedere cosa succedeva e presi in pieno la fiammata. Rimasi in ospedale venti giorni, rischiai di perdere la vista».
Nel 1947 si trasferisce a Milano. Di solito della Milano del dopoguerra si dicono meraviglie. Nei suoi racconti invece prevale la paura del futuro.
«Venivo da Piacenza, che era un piccolo grande villaggio. Milano cominciava a essere una città. Papà lavorava in una ditta di autotrasporti. Un giorno mi dette in mano il telefono, ma io avevo il terrore di telefonare. Mi vergognavo. Perché il telefono mi ricordava quello che avevo visto sul tavolo del federale. Certe cose ti restano dentro».
A Milano conobbe Jannacci.
«Enzo era mio vicino di casa. Un ragazzo delizioso, fantastico, divertentissimo, molto carino con me, anche se la madre lo rimproverava: “Guarda come si veste bene il tuo amico Giorgio, non come te che sei così trasandato…».
Come si vestiva da ragazzo?
«Mi vestiva mia madre, in modo essenziale, legato alla sua natura, alla sua visione delle cose; molto semplice, con personalità però».
È vero che la sua prima volta fu con una ragazza bruttina?
(Armani sorride) «In effetti non era il massimo… però mi aiutava quando ero alla cattedra interrogato. Lei dal banco mi suggeriva, perché risulterebbe che io fossi un po’ asino… Una mia compagna di classe fu intervistata e disse proprio che “il signor Armani era un vero asino”. Mi ferì moltissimo. Non era carino dirlo».
E il primo amore maschile quale fu?
«Non ho mai parlato di questo. (Armani resta a lungo in silenzio). Fu sotto un capannone sulla spiaggia di Misano Mare, alle 5 del pomeriggio, quando tutti i ragazzi della colonia venivano ricoverati sulla spiaggia per rilassarsi».
Il riposino pomeridiano.
«Ecco. Io ero in un gruppo di ragazzi, di bambini, e c’era un responsabile, un giovane uomo, che mi ispirò subito un sentimento d’amore. Non ho ben realizzato questa cosa, non le ho dato seguito. Ma da lì in avanti la mia vita cominciò, in un altro modo».
E le faceva paura questo sentimento?
«No, non ne ero conscio, non capivo cos’era, non facevo differenze tra uomo e donna. Era un’attrazione che sentivo, una cosa bellissima: non vedevi l’ora di stargli vicino, di farmi accarezzare… una grande emozione. Queste cose non le ho mai dette a nessuno. È un ricordo molto emozionante».
L’incontro con Sergio Galeotti come fu?
«Ci siamo conosciuti vicino alla Capannina, in Versilia, dov’ero in vacanza per due giorni. Incrociai Sergio in macchina, mi piacque subito il suo sorriso toscano, e diventammo subito amici».
Fu lui a spingerla a mettersi in proprio?
«Sì, mi diede coraggio, fiducia. Mi disse: tu hai un potenziale importante. Sergio aveva visto i miei vestiti, si era reso conto che potevo arrivare più lontano. Allora il mondo della moda a Milano era gestito da persone un po’ adulte. Io ero giovane, avevo stimoli diversi».
Era stato già scoperto da Nino Cerruti.
«Mi fece un test, mi mostrò stoffe di vari colori, e scoprì che mi piacevano quelli che piacevano a lui, un po’ spenti… ho sempre amato il colore del fango del Trebbia».
Decisivo fu il film «American Gigolo», dove Richard Gere veste solo Armani. Divenne il simbolo degli anni 80: le giacche destrutturate, i pantaloni morbidi.
«Il protagonista avrebbe dovuto essere John Travolta, che dopo la Febbre del sabato sera era l’attore più famoso al mondo. Paul Schrader, il regista, lo portò a inizio agosto in una Milano semideserta, i pochi passanti mi guardavano accanto a Travolta con due occhi così. Poi per fortuna Schrader cambiò protagonista, perché Travolta non era assolutamente il personaggio che poteva mettere con eleganza i miei vestiti».
Lei ha detto di aver guardato a Coco Chanel e a Saint Laurent; però ha anche sbottato contro l’arroganza dei francesi. Come stanno davvero le cose?
«Parlavo dei francesi di quest’epoca, non di quelli di prima. Chanel non era arrogante, era una persona elegante che aveva riscoperto l’eleganza della donna. Saint Laurent trovò la formula giusta per essere un po’ più sexy di Chanel, un po’ più attuale. Come loro, anch’io ho cercato di liberare donne e uomini da tante costrizioni».
Chi sono i francesi un po’ arroganti? Arnault e Pinault?
«No, non è carino dire questo. Arnault è un grande personaggio, fu il primo a propormi di collaborare: Armani&Arnault insieme».
Lei però non ha mai venduto, a differenza di quasi tutti gli altri. Perché?
«Perché non ho mai avuto tempo di mettermi a un tavolo e pensarci bene».
Dica la verità.
«La verità è che ritenevo di dover ancora fare molto da solo. E poi… un po’ di orgoglio personale».
I vecchi piemontesi dicevano: chi vende non è più suo.
«È un motto che mi piace e farò mio: chi vende non è più suo».
Sergio Galeotti morì nel 1985, a 40 anni.
«Quando morì Sergio, morì una parte di me. Devo dire che mi complimento un po’ con me stesso, perché ho retto a un dolore fortissimo. Un anno tra un ospedale e l’altro, io per non ferirlo ho continuato a lavorare, gli portavo le foto delle sfilate, negli ultimi tempi vedevo le lacrime ai suoi occhi. Fu un momento estremamente difficile, che ho dovuto superare anche contro l’opinione pubblica. Sentivo dire: Armani non è più lui, sarà sopraffatto dal dolore, non ce la farà da solo… Anche per questo, a chi mi chiedeva una partecipazione nella Giorgio Armani, rispondevo: no, grazie, ce la faccio da solo».
Per un anno rimase in silenzio.
«Ho avuto una forza di volontà incredibile, per vincere questo dolore crudele. Un anno di attesa perché Sergio morisse. E tutto accadde in un tempo meraviglioso, quando stavamo cominciando a essere qualcuno, a dare una struttura all’azienda, a essere conosciuti nel mondo. Era il momento in cui prendevo fiducia in me stesso; e mi è arrivata questa tegola sulla testa».
Qual era il suo rapporto con Versace?
«Distaccato. Però c’era una specie di intesa sottintesa. Lo vedevo alla sfilata, lo salutavo da lontano (Armani fa ciao con la mano a Versace), lui mi salutava. Non parlavamo di moda, vivevamo in mondi separati, ognuno però conscio dell’esistenza dell’altro».
Eravate molto diversi anche come stile: lei essenziale, Gianni sgargiante.
«Aveva allargato la sua azienda al mondo, anche attraverso i personaggi, da lady Diana in giù. Io allora mi tenevo molto riservato».
Ha raccontato che non faceva vita mondana per non cadere in tentazione, per restare fedele ai suoi amori.
«Be’, se decidi di divertirti, ti devi divertire. Gianni credo avesse deciso di divertirsi. Oltre ovviamente a fare cose degne nella moda della donna: non tutto, ma ha fatto qualcosa di estremamente buono».
Tra voi stilisti italiani avete sempre parlato poco.
«Non ci si confronta mai, è un mondo chiuso. Si ha come paura di esporre le proprie iniziative, le proprie idee».
E con Valentino?
«Un rapporto piacevole, perché è una persona molto carina, pure con me lo è stato. Mi ricordo una colazione a Capri, organizzata da Nino Cerruti, c’era anche Valentino e fu davvero gentile nei miei confronti. Anche adesso ogni anno non manca mai di mandarmi un piccolo messaggio sulle mie collezioni, dice: “Giorgio, bellissima, oltre a farle belle, le cose, le fate bene”».
E di Dolce&Gabbana cosa pensa?
«Due furbacchioni. Però li ammiro. Nel bene e nel male, se ne parla. Hanno una clientela diversa, però guardo le loro cose e mi chiedo: ma quale donna le metterebbe? Vedo che ora stanno cambiando».
Miuccia Prada?
«Vive nel mondo di Miuccia Prada più che nel mondo vero. Non pensa che quel vestito deve essere portato. Quel vestito le piace, lei se lo metterebbe, esce salutando, ma non ha la percezione di quello che succede dopo».
Alessandro Michele?
«Sta cercando una strada che sia la sua».
Chanel è senza stilista da cinque mesi, qualcuno dice che lei sarebbe stato perfetto.
«L’avrei fatto volentieri: avrei trovato la pappa fatta. In effetti, diciamolo pure, io gli occhi su Chanel li ho messi. Si copia il meglio. Non si copia la mezza calza; si copia lo stivalone di cuoio. Oggi tante aziende hanno bisogno di un apporto valido, perché quello che si vede sono copie».
Anche lei è stato molto copiato.
«Troppo. Per anni, da Calvin Klein, e non solo. Pure quelli di adesso non scherzano. Tanto che mi sento quasi in obbligo di reinventarmi un po’».
È vero che voleva fare il pittore?
«Ho dipinto tre quadri nella mia vita. Tre ritratti: la mia pronipote Maria Vittoria; una persona che conoscevo quando ero giovane; e un nobile quattrocentesco. Li custodisco con attenzione e amore».
Voleva fare anche il regista?
«Sì, infatti spesso cerco di far diventare la sfilata un po’ più cinematografica, un po’ più visiva».
Ora andrà a New York.
«Ho immaginato di costruire una stazione ferroviaria degli anni 40. Con pochi elementi, come il passaggio delle mannequin con le valigie, cercherò di dare atmosfera, di fare una cosa dalla quale uscirà la gente piacevolmente coinvolta. Ho un legame speciale con New York, ero là l’11 settembre».
Qual è il segreto della longevità?
«La disciplina».
È vero che una volta, a un Telegatto, si vide in tv un po’ arrotondato, e iniziò a fare palestra?
«C’è un momento in cui ti guardi allo specchio e dici: be’, ero diverso. Poi c’è la stampa, che ti ricorda com’eri. E ci sono le foto… un disastro. Però cerco di arginare il problema scegliendo le foto».
Fa ancora due ore di ginnastica al giorno?
«Ho cominciato a fare ginnastica seriamente a 50 anni, tutte le mattine. Negli ultimi 15 anni, due volte al giorno, quando mi sveglio e prima di coricarmi la sera».
Un bicchiere di vino lo beve?
«Da quando ho avuto un problema al fegato me l’hanno tolto. Ma non mi dispiace, perché il sacrificio personale lo ritengo una vittoria. Anche sugli altri che mi rompono le balle: perché non ne prendi un po’? No, non posso. Perché non vieni al cinema? Non posso, c’è troppa gente. Mi sono imposto una disciplina ferrea».
È vero che ha sconfitto la malattia con la testa, la volontà?
«Abbastanza. Volevo guarire, e sono guarito. Devi farti aiutare dalla testa, che gestisce tutto il tuo corpo. Certo, se il problema non è troppo grave. Anche i dutur me l’hanno riconosciuto».
Lei parla dialetto lombardo?
«Sì. Quando sono incazzato».
Come trova la Milano di oggi?
«Mi piace come la stanno rimettendo a posto, le case restaurate, ma non mi piace la gente che ci gira. Gettano in terra una signora per rubarle la borsa, mettono sotto una bambina con la bicicletta… Non c’è più l’umanità di un tempo».
E c’è molta trascuratezza: le «donne che sembrano in mutande» di cui ha parlato lei, gli uomini in bermuda…
«Questo fa parte del mondo che cambia. Non vedo niente di male se uno porta i bermuda anche in via Garibaldi quando la stagione lo permette. Quello che conta è dentro, è la testa. I bermuda non sono un problema, se non vi corrisponde una mentalità un po’ garibaldina, un po’ sfrontata. Una mancanza di rispetto per la città».
Le manca non avere figli?
«Moltissimo. Un mio dipendente, Michele, ha una bambina di cinque anni che adoro, la considero quasi come mia, e questo mi ha fatto capire che sarei stato un ottimo papà. Si chiama Bianca».
Quando ci fu l’incendio a Pantelleria, lei scomparve. Tutti erano preoccupati. Poi lei riapparve: era andato a recuperare un anello.
«Eccolo qua (Armani indica il suo anulare sinistro). È un anello meraviglioso, con un diamante. Me l’ha regalato Leo, e lo dovevo salvare».
Quindi lei ora è innamorato?
«No, sono un po’ indifferente a quello, perché faccio i conti e dico: è inutile essere innamorato e dare poco spazio al tuo amore, perché lo spazio non ce l’ho. Salvo l’affetto profondo per Leo Dell’Orco, che vive da anni insieme a me, e rappresenta la persona a me più vicina».
Quindi dopo di lei ci saranno Leo e sua nipote Silvana?
«Ho costruito una specie di struttura, di progetto, di protocollo che dovrebbe essere seguito da chi verrà dopo di me in questa avventura. Due o tre anni come responsabile dell’azienda me li posso ancora concedere; di più no, sarebbe negativo».
Perché? E se fossero quattro o cinque?
«Perché non ci dormo la notte. Non conosco più il sonno profondo e sereno di un tempo. Ora di notte sogno, e nel sogno costruisco il mio futuro».
E come lo immagina?
«Mi vedo in una delle mie case, accudito da persone fidate. Sul lavoro, mi auguro di non dover più essere io a dire sì o no. Per questo credo che ci siano richieste un po’ più insistite dall’esterno…».
Quali richieste?
«Vogliamo far parte del suo gruppo, vogliamo una partecipazione… Ma per il momento non vedo aperture».
Crede in Dio?
«Se mi chiedete se la sera, prima di addormentarmi, faccio il segno della croce, la risposta è sì. Ma non ricordando bene come si fa, ne faccio quattro o cinque diversi; uno andrà bene. Se mi chiedete delle istituzioni religiose, non mi piace pensare che uomini di chiesa facciano brutte cose».
Ma Dio esiste o no?
«Mi è difficile credere che Dio sia là in alto fra le nuvole, fra le aurore boreali, fra le tempeste. Alla fine sono molto razionale».
E l’aldilà?
«Non c’è. Finisce tutto qua».
La morte le fa paura?
«È come la morte arriva, che mi fa paura. Non vorrei creare il dramma della morte turbata dal dolore, che metta in estremo disagio chi mi sta a fianco».
Sul Covid aveva capito tutto: fece la sfilata a porte chiuse, mentre la settimana dopo a Parigi continuarono come se nulla fosse.
«Sentivo in me la certezza che sarebbe successo qualcosa di grave. Già a gennaio dicevo: ormai il virus è qui. Un po’ veggente lo sono sempre stato. Vedo le cose prima».
Poi lei scrisse una lettera al mondo della moda, dicendo: rallentiamo, fermiamo questa follia dell’avidità, del business. Però non le hanno dato molta retta.
«Nessuno rinuncia a quello che ritiene dovuto, ritiene possibile, ritiene migliorabile».
Ora il mercato è in crisi: chiusa la Russia, ridimensionata la Cina.
«Hanno puntato tutto sulla Cina, e ora si ritrovano con -30, -40%. Speriamo passi. Noi però non abbiamo mai fatto il passo più lungo della gamba. A differenza di qualche gruppo francese non abbiamo costruito grattacieli; abbiamo fatto un palazzetto a New York, a Madison, di cui avevo capito che sarebbe diventato la nuova Quinta Strada. Altri hanno collezioni di arte, fanno cultura, filosofia. Io disegno vestiti. E ho sempre mirato al cuore delle persone. Oggi vi ho aperto il mio».
Nel Natale del Covid scrisse un messaggio ai milanesi: io per voi ci sono.
«Questo è vero ancora adesso. Per strada mi ferma gente molto diversa, dalla signora della Milano bene alla commessa della Rinascente, e questo è curioso perché di solito lo fanno con le star, con i personaggi tv».
Trump come lo trova?
«Fisicamente migliorato, perché è meno rosso. Sul piano politico non metto becco, non sono competente».
E con la Meloni?
«Non l’ho capita. A volte mi dà fiducia, a volte mi lascia perplesso. Parla, parla; ma deve costruire un po’ di più».
La Schlein?
«Interessante. Mi piace».
Berlusconi?
«È stato un grande. Poi ha scelto una strada, la politica, che non tutti condividiamo; però nella scelta che ha fatto è stato bravo».
Gira una sua frase: «La sera vado a dormire pensando: è tutto ridicolo. Al mattino mi sveglio e penso: oggi dove andiamo?». È ancora così?
«Io il sabato e la domenica sono un uomo disperato. È meglio non starmi vicino, perché il fare nulla mi disturba moltissimo, e quindi cerco disperatamente qualcosa da fare».



Armani, gli amori e la famiglia: Sergio Galeotti, Leo Dell’Orco, la morte improvvisa del fratello Sergio. E le nipoti-figlie Silvana e Roberta
Nella famiglia «allargata» dello stilista anche i collaboratori e gli amici di una vita. La scomparsa del fratello lo aveva segnato
Paola Pollo
Agosto 2022, Pantelleria. In pochi minuti un incendio accerchia la casa di Giorgio Armani. Il guardiano entra nel salone del bellissimo dammuso e invita lo stilista e i suoi ospiti a correre verso le auto e fuggire velocemente. Lo fanno tutti, eccetto lui che scompare. Poi riappare, soddisfatto. Il piccolo van parte. Lui comincia a preoccuparsi di tutto, della casa, degli ospiti, dell’isola. Una volta in salvo, al porto, sulla sua barca, la curiosità è tanta. «Giorgio scusa ma dove eri sparito? Ci stavamo preoccupando!».
La risposta arriva con un sorriso complice: «Guardate, l’ho recuperato». E fiero mostra l’anulare: «È l’anello che Leo (Dell’Orco, il suo compagno e braccio destro degli ultimi 30 anni, ndr) mi ha regalato per il mio compleanno (che era stato soltanto qualche settimana prima, l’11 luglio), non lo trovavo. E poi ho messo in salvo le foto di Sergio (Galeotti, il socio con il quale fondò nel 1975 il brand, ndr)».





Il Giorgio Armani «intimo», eccolo. In un momento di vita vera: ricordi ed emozioni lette in gesti semplici, istintivi, discreti. Lo stilista era: rigore e coerenza. L’uomo: sentimento e riconoscenza. La famiglia e gli affetti sono sempre stati l’altro suo grande punto fermo che ha protetto con la riservatezza e la discrezione di chi a riflettori e frasi ad effetto preferiva sentimenti autentici.
«Leo» e «Sergio», dunque, i compagni. Ma anche la sorella Rosanna Armani con la quale ha lavorato per anni e alla quale ha sempre riconosciuto il ruolo di averlo spinto nel mondo della moda perché aveva cominciato come modella da ragazza. Insieme i due hanno fatto tantissima strada, lavorando fianco a fianco con una complicità esemplare. Lei era la sua musa, lui il suo mentore. Caratteri apparentemente diversi, ma in realtà identici per forza e determinazione.

Poi c’era Sergio, l’altro fratello, il minore, la cui morte improvvisa aveva segnato lo stilista: era uno di quei dolori di cui non voleva mai parlare. C’erano gli anni di Piacenza a unire tutti e tre e la bellissima casa di Broni.
Dopo la morte di Sergio, le sue due figlie Silvana e Roberta hanno trovato nello zio un padre. La prima ha cominciato in azienda da centralinista «tirata» dentro da Sergio Galeotti: «Era molto simpatico e compagnone, al contrario dello zio che era timido e riservato — aveva raccontato —. Poi dopo la morte di mio padre ci siamo avvicinati ulteriormente». «Un giorno lo zio mi chiese di mettergli giù dei colori, di fare una mia carta. Gli è piaciuta ed è diventata una collezione di costumi».
Silvana è diventata il braccio destro di Giorgio Armani per le collezioni donna ed hanno lavorato poi gomito a gomito per quarant’anni. E poi vacanze insieme, sempre.
Così Roberta, la più piccola, responsabile dell’ufficio celebrità, un fiore all’occhiello dell’azienda: stagione dopo stagione a seguire attori e attrici in tutto il mondo. Anche lei casa e bottega, dunque ufficio e ancora vacanze. Andrea Camerana, infine, il figlio di Rosanna, manager sempre attento e in «combutta» con le cugine, sempre connessi con un gruppo di WhatsApp dedicato allo zio esigente.

E «famiglia» era Paul Lucchesi, il suo incredibile assistente, da decenni, che lo seguiva ovunque, discreto e protettivo. Libero di andare «da solo» soltanto in vacanza. Al suo posto però gli amici di una vita, Daniela Morera e Fabio Belotti, una coppia che non ha saltato mai una villeggiatura con re Giorgio. E infine Anoushka Borghesi, capa della comunicazione, quasi una figlia, che Armani voleva con lui in azienda ma anche ovunque.
Mai comunque senza Leo Dell’Orco, certo. Conosciuto nel quartiere e mai più lasciato. Braccio destro, responsabile delle collezioni uomo, nel lavoro e nella vita. Nessun proclamo per ufficializzare ma tanto rispetto per una storia di affetto e condivisione. Armani aveva cominciato negli ultimi anni a parlare con e di lui. L’anello di Pantelleria lo aveva esibito anche in una conferenza stampa nel luglio in cui lo aveva ricevuto come regalo. E la stagione dopo era uscito con lui e con Silvana in passerella perché anche loro cogliessero gli applausi di un grande lavoro.
Non da ultimo Sergio Galeotti. Non c’è una volta che Giorgio Armani abbia usato la parola compagno, è vero. Non sarebbe stato da lui. Ma l’affetto e la stima e le parole che ha sempre usato riportano a un legame profondo, indissolubile per l’uomo che per primo vide in lui la genialità che il mondo gli riconobbe dopo. Il 14 agosto di ogni anno, a partire da quel tragico 1985 in cui Galeotti morì per un male incurabile, lo stilista si chiudeva in un riserbo toccante. E non c’è più stato Ferragosto da festeggiare. L’armaniana coerenza, anche in questo.

Da Piacenza al primo showroom in corso Venezia, così Giorgio Armani è diventato di casa a Milano: «Amo questa città»
Il trasferimento nel Dopoguerra, gli studi di Medicina. La svolta alla Rinascente e la collaborazione con Sergio Galeotti. Un amore sempre ricambiato dalla città
Giangiacomo Schiavi
La stoffa che diventa anima Giorgio Armani l’ha scolpita in un’immagine che si è portato dentro per anni, un ritratto di famiglia sotto il grigio cielo della Valtrebbia, in un altro tempo, un altro luogo e un altro mondo: gli serviva per riandare all’inconscio creatore che determina le cose della vita, per sfumare con la nebbia i colori troppo accesi e stupirsi, come quando da bambino entrava al cinema Politeama, a Piacenza, per vedere «Il barone di Münchhausen», interrotto a metà dalle bombe della guerra e dall’allarme della contraerea.
Ma la stoffa che diventa progetto, allarga gli orizzonti ed è quella di tutta la vita, l’ha avvolta intorno alla città dove ha scelto di vivere e lavorare, dove sono nati sogni, passioni e legami, dove è diventato stilista quasi involontario e tutto è cominciato, dove lui, «The King», è il riconosciuto ambasciatore universale: Milano.
Possiamo considerarla una dichiarazione d’amore?, gli ho chiesto un giorno per ricordare tra le tante patrie, New York, Parigi, Tokyo, quella più vicina al cuore . «Sì», ha risposto. «Amo Milano, amo questa metropoli che ogni giorno ti mette alla prova, ma che ti aiuta anche a superarla».
Milano e Armani sono come riflessi in uno specchio, quasi si identificano nei rispettivi miti coltivati nell’etica riconosciuta per il successo: quella del lavoro. C’è l’iniziale smarrimento del ragazzo di provincia che nel Dopoguerra arriva al Ticinese quando era ancora periferia, la famiglia che deve ricominciare tutto da capo, la ringhiera, i cinema di terza visione, i primi giradischi e la tv in bianco e nero. «Mai sognato in quei giorni di diventare qualcuno. Per tutti noi Milano era solo un inizio con tante sfumature di amaro».
Nel disagio di chi si deve ambientare c’è la formazione, l’università di Medicina interrotta, il servizio militare e la necessita di trovare un lavoro. «Milano ti sfida», ha detto più volte ricordando gli anni Sessanta e Settanta, le fabbriche, la contestazione, ma anche i fermenti culturali, i teatri, la musica, Brera, il Jamaica, gli artisti e i circoli culturali che anticipano il cambiamento. «Ho cominciato allora ad amare Milano, quasi timidamente: sentivo di essere dove accadono le cose».
Non è nato con la camicia Giorgio Armani. «Durante le prime ricerche di lavoro e di un mondo di appartenenza, a Milano ho incontrato anche crudeltà, egoismi, indifferenza…». Fino all’arrivo in Rinascente. Il grande magazzino di corso Vittorio Emanuele è una finestra sul mondo. Da lì Armani diventa Armani. «Non sapevo disegnare, se non l’ornato che avevo imparato a scuola. Io non ho frequentato corsi speciali per diventare stilista. Avevo gusto, questo sì. E la vetrina della Rinascente è stata una scuola straordinaria».

Corso Venezia, il primo showroom. Siamo nel 1975: da lì vede passare i cortei del sabato pomeriggio, slogan e manganelli, spranghe, fumogeni e molotov. «Ma anche nei momenti bui, l’energia e la vitalità di Milano non sono mai spariti». In luglio arriva la prima collezione maschile. «Con Sergio Galeotti abbiamo venduto l’auto per affrontare le spese. Lui mi ha incoraggiato ad osare». Nasce la Giorgio Armani spa. Lui e Milano vanno alla conquista del mondo della moda. «Da allora non ho mai pensato di lasciare questa città, ho capito che qui si decideva il mio futuro e quello di Milano capitale dello stile…»
L’applauso dell’Italia e del mondo, le copertine dei grandi settimanali, l’incoronazione a stilista dell’anno che si ripete quasi con monotonia ad ogni anno. E l’ amore sempre ricambiato con Milano: il basket, via Manzoni, il silos di via Tortona, la Fondazione, il ristorante eclettico, la libreria, i mille centri con il suo marchio. In via Broletto da anni campeggia un manifesto: è Armani forever.
«Se devo dire che qualcosa mi è mancato, è stato il tempo. L’ho sottratto per il lavoro alle persone che ho amato», ha ammesso. Il tempo del lavoro gli ha impedito di invecchiare. «Si è giovani a ogni età, ma la giovinezza è persa quando smetti di essere in sintonia con il mondo». Lui c’è rimasto fino all’ultimo. Dentro a un mondo di immagini capace di conciliare la felicità dei luoghi della memoria, che ritrovava il sabato pomeriggio in un ristorante di Rivalta sul Trebbia, e quello della complicità e dell’allegria che gli veniva dalle domeniche sugli spalti a tifare per l’Olimpia. Così, dalla maison d via Borgonuovo 21, ha costruito un alfabeto sentimentale, insieme a queste parole d’ordine: libertà di pensare, integrità artistica, precisione, rigore, intransigenza e lealtà. Un alfabeto di cui è stato interprete ed ambasciatore nei giorni dell’Expo. Un atto d’amore per la città che non doveva più sfidare, perché Milano era diventata la sua.

Nella storica boutique Armani in via Manzoni a Milano lacrime e rose rosse di commesse e clienti: «Aperti anche oggi, il signor Giorgio avrebbe voluto così»
La giornata nei negozi milanesi il giorno della morte del grande stilista. Lo stupore dei turisti e la commozione dei vicini: «Maestro, non potevo non passare per lasciarti un fiore»
Allegra Ferrante

«Non riesco nemmeno a guardare le vetrine: è dolorosissimo». Seduta a terra sul marciapiede di via Manzoni, Ludovica stringe il guinzaglio del suo barboncino color tabacco. La voce rotta, le spalle che tremano irregolari, a scatti. Il viso nascosto nella piega del gomito. Indossa morbidi mocassini color ghiaccio, pantaloni ampi greige, una blusa di seta. «Sono arrivata prima che potevo»: si ferma un’amica, quasi una gemella. Stesso cane, medesimo portamento. Gonna a scacchi bianca e nera, un fiocco di raso appuntato al collo. Si piega, si lascia cadere accanto a lei, la stringe. Piangono insieme.
Dall’angolo con via dei Giardini, spunta una turista svedese. Capelli biondissimi raccolti in una treccia larga, uno zaino tecnico, scarpe da trekking pulite. Si avvina preoccupata per chiedere se sia successo qualcosa: «Do you need help? Has something happened?».
Non lo sa ancora. Due ore prima il comunicato ufficiale che ha gelato la città: «Con infinito cordoglio, il gruppo Armani annuncia la scomparsa del suo ideatore, fondatore e instancabile motore, Giorgio Armani. Il Signor Armani si è spento serenamente, circondato dai suoi cari».
Tra via Manzoni e via Sant’Andrea il ritmo sembra lo stesso di sempre. Eppure nei gesti minimi, si percepisce che qualcosa è cambiato. Un’aria sospesa, come quando la città intuisce un evento prima ancora di nominarlo. I due storici negozi restano aperti. Dentro si cammina piano, quasi trattenendo il passo. Le grandi vetrine del flagship Emporio Armani, ristrutturato da poco, inondano di luce lo spazio. Nessuna folla, pochi clienti. Le venditrici vestono cardigan in lana sottile grigio antracite e pantaloni dritti, con la piega netta e il taglio inconfondibile della casa. I led al soffitto proiettano immagini di passerelle passate.
Un commesso, in completo nero, braccia incrociate e sguardo basso, Si irrigidisce all’improvviso: qualcuno accenna una domanda, senza la forza di formularla davvero. «Non parlo», tronca lui. Poco più in là una collega risponde a una signora che si presenta come cliente di lunga data: «Per ora non sappiamo nulla di più nemmeno noi».
Sul lastricato lucido che collega i due storici indirizzi, il cigolio delle rotaie su cui scorre il tram 1. Nella boutique adiacente, in via Sant’Andrea, la direttrice dello showroom mostra due campioni: «40 o 42? Velluto o crêpe di lana leggerissima?». Accanto a lei la première sarta in camice bianco, capelli raccolti con un fermaglio scuro, metro di stoffa al collo, segue la scena con discrezione. Presenzia alla vendita, pronta a misurare, a segnare un orlo con un gesto rapido delle mani sottili.
«Oggi restiamo aperti e, salvo indicazioni contrarie, anche domani. Il Signor Armani avrebbe voluto così. Tutto nella normalità, senza clamori eccessivi». Il sorriso è educato, l’attenzione al cliente minuziosa. Una signora francese si muove lentamente tra le borse, sfiora un manico e se ne va. Dietro, due commesse si stringono appena, di nascosto. Una lacrima scivola veloce, asciugata in fretta con il dorso della mano. «Attenta», le sussurra la più giovane.
Fuori tutto continua: biciclette, motorini, il tram che passa regolare. Un gruppo di turisti giapponesi fotografa la vetrina, poi un cenno rispettoso. Una vicina di casa — borsetta di pelle scura, foulard annodato stretto — lascia un fiore sul gradino. «Maestro, non potevo non passare per lasciarti un fiore. Non è bianco, come avresti desiderato, ma rosso. Ciao, signor Armani». Come se parlasse a lui. Qualcuno fotografa la facciata razionalista, altri chinano appena la testa. Le notifiche sui telefoni, le edizioni speciali delle newsletter. Lo sanno tutti.
Un tassista accosta, spegne il motore, guarda l’ingresso per un istante e riparte. Il negozio resta aperto, ma l’aria è diversa. Più ferma. Il lutto comincia da qui, nello storico avamposto del Quadrilatero: negli abbracci rapidi dietro il banco, nei singhiozzi soffocati in strada, nelle lacrime da celare. «Era lui che ci insegnava a non fermarci mai. E oggi non sappiamo come fare».


Leo Dell’Orco, l’ex ragazzo di provincia che ha lasciato la Puglia per Milano: chi è il compagno e braccio destro di Giorgio Armani
Compagno nella vita e nel lavoro, Dell’Orco è originario di Bisceglie e giovanissimo ha lasciato la sua città per cercare il suo futuro a Milano. Qui ha conosciuto Armani quando aveva 24 anni
Rosanna Scardi
Compagno nella vita e nel lavoro. Leo Dell’Orco è stato accanto a Giorgio Armani negli ultimi 45 anni, tanto che il suo nome si fa oggi prepotentemente avanti, come possibile nuova guida dell’azienda. Pugliese, Dell’Orco è nato a Bisceglie il 2 novembre del 1952, all’anagrafe Pantaleo, ultimo di cinque fratelli. Da ragazzo ha lasciato la provincia per cercare il suo futuro a Milano.
A Bisceglie torna per far visita ai fratelli, anche se – raccontano in città persone a lui vicine – le visite erano più frequenti quando erano ancora in vita i genitori. E, in quelle occasioni, con Dell’Orco c’era anche Re Giorgio, anche se sempre in forma molto discreta e riservata.
Lui e Armani, come raccontato da Dell’Orco stesso, si sono conosciuti a Milano, ai giardinetti di via Tiraboschi, dove avevano portato a passeggiare i loro cani. All’epoca 24enne, Dell’Orco lavorava alla Snam, prima come pubblicitario e poi con l’incarico di disegnatore industriale. Poi ha cominciato a fare il modello. La vera svolta è arrivata negli anni ’80. Con il suo sguardo raffinato e il talento naturale per lo stile, Leo ha conquistato subito la fiducia dello stilista, fino a diventare responsabile dell’ufficio stile uomo del gruppo. Una posizione chiave, ricoperta con dedizione, discrezione e tanto impegno.
Oggi Leo è alla guida creativa delle linee uomo per Giorgio Armani, Emporio Armani e Armani Exchange. Ma non solo: dal 2019 è anche presidente del consiglio di amministrazione dell’Olimpia Milano, la squadra di basket controllata da Armani. Sotto la sua direzione, il club ha ottenuto risultati brillanti: campionati vinti, coppe, Final Four di Eurolega.
Di lui, Giorgio Armani ha scritto nell’autobiografia «Per amore» pubblicata nel 2022 parole profonde, definendolo colui a cui ha affidato tutti «i pensieri più intimi, di lavoro e non». A legarli è stato un rapporto umano profondo, oltre che lavorativo, su cui però ha sempre mantenuto il riserbo. Lo stilista era un uomo attento alla privacy, lontano da pettegolezzi e gossip. Ha discretamente parlato di Dell’Orco nell’ultima intervista rilasciata al Corriere della Sera. Quando gli è stato chiesto se fosse attualmente innamorato, Re Giorgio ha risposto: «No, sono un po’ indifferente a quello, perché faccio i conti e dico: è inutile essere innamorato e dare poco spazio al tuo amore, perché lo spazio non ce l’ho. Salvo l’affetto profondo per Leo Dell’Orco, che vive da anni insieme a me, e rappresenta la persona a me più vicina».
In molti ricordano l’episodio dell’incendio a Pantelleria, dove lo stilista aveva un rifugio estivo, una sorta di piccola Versailles. A un certo punto scomparve. Tutti erano preoccupati. Poi riapparve: era andato a recuperare un anello. «È un anello meraviglioso, con un diamante. Me l’ha regalato Leo, e lo dovevo salvare», disse Armani.
Oggi Dell’Orco continua a vivere nella metropoli lombarda, ma ha anche una casa a Parigi, su una chiatta sulla Senna. Non ha profili social, né visibilità. Forse, proprio per questo, aveva conquistato Giorgio Armani.


Le serate di Armani con Sergio alla Capannina nella Versilia di Mina e Ray Charles
Nel 1966 lo stilista conobbe Galeotti e la sua carriera decollò. Lina Sotis: uno perfetto e l’altro geniale, erano innamoratissimi
Michela Proietti
Un gesto d’affetto. Un modo per ricordare quell’incontro avvenuto nel 1966, che segnò per sempre vita e carriera. Con queste parole, semplici e potenti, Giorgio Armani ha annunciato, poco prima di morire, l’acquisto de La Capannina di Forte dei Marmi. Un ritorno alle origini, lo ha definito, perché lì, negli anni Sessanta, conobbe il suo amico e socio Sergio Galeotti. «Ma in realtà il primo incontro fu nella spiaggia difronte a La Capannina, poi proseguirono a frequentarsi dentro al locale di Gherardo Guidi», ricorda Adriana Bacci Chelotti, ex proprietaria insieme al marito Didi della boutique iconica della Versilia, dove erano di casa Renato Zero, Mina, la principessa Hariri e quella coppia così magnetica, che si stava facendo largo nel mondo della moda. «Noi li conoscemmo nel 1977, quando Sergio Galeotti venne a bussare alla boutique: ce lo presentò un’ amica di Pietrasanta. Sergio voleva a tutti i costi conoscere Didi e proporgli quella nuova etichetta che stava lanciando con il suo amico e socio Giorgio Armani», ricorda Adriana Chelotti. Già, un amico, perché per tutti gli anni in cui si frequentarono, stringendo un legame di affari e di amicizia fortissima, nessuno parlò mai di relazione. «Non ci permettevamo di domandare nulla, anche se era chiaro che fossero una coppia e non solo nel lavoro». Una coppia di opposti e per questo complementare. «Si completavano, perché erano diversi: Giorgio era eleganza e purezza, Sergio era estroverso e istrionico». Le loro serate non erano solo alla Capannina, che Guidi aveva rilevato da Franceschi nel 1977, ma anche a La Bussola, dove si esibiva Mina. «Andavamo tutti a cena a Viareggio, dal famoso Patriarca di Enzo Brocchini, ritrovo della bella gente dell’epoca». Ma ad un certo punto, con il crescere della notorietà di Giorgio Armani, Sergio preferiva proseguire il dopocena da solo. «Capitava sempre più spesso che gli consigliasse di andare a casa, per non esporsi troppo, forse anche per gelosia».
Una rinuncia che però non veniva vissuta con amarezza. «Giorgio era molto ordinato, sia nel bere che nel mangiare: noi invece eravamo più inclini al piccolo stravizio, una portata in più o un drink di troppo. Lui è sempre stato molto rigoroso, il suo aperitivo era un bicchiere di acqua frizzante».
Il ricordo è quello di una coppia comunque unita e complice, con tanti amici nel mondo del giornalismo e nella moda, da Natalia Aspesi ad Anna Riva. «Quando morì Sergio fu un vero shock: in molti si chiedevano che fine avrebbe fatto il marchio, invece Giorgio diede prova di innate capacità, diventando il più grande». E l’acquisto de La Capannina ha in un certo senso chiuso la parabola. «La vedova Guidi, la signora Carla, indossava solo abiti Armani e l’idea che il suo locale oggi porti quel nome è commovente. C’è sempre stato un legame indissolubile tra Armani e la Versilia: la sua prima boutique nel mondo la aprimmo io e Didi a Viareggio».
Una storia di italianità nata e cresciuta sullo sfondo della Versilia, che negli anni dell’ascesa della coppia Armani- Galeotti si popolava di dame e cummenda. «All’improvviso non c’era più solo Capri e l’Argentario anche per noi romane», ricorda Lina Sotis, amica di lunga data di Giorgio Armani. In quel locale dove si cominciavano ad affacciare i grandi capitani d’industria dagli Agnelli ai Moratti, passavano Ray Charles, Grace Jones, Kid Creole e James Brown che pretendeva tre presentazioni prima di palesarsi sul palco. I comuni mortali invece per entrare dovevano passare il filtro di Otello Bertocchi, lo storico buttadentro. «All’epoca dell’incontro con Sergio Galeotti era solo un giovane talento: noi dame snob preferivamo farci fare gli abiti da Federico Forquet, che cuciva anche per la donna più paziente d’Italia, Marella Agnelli».
Ma il fascino di quella coppia presto occupò tutti gli spazi. «Tanto uno era perfetto, tanto l’altro era geniale: se li incontravi per strada Giorgio ti dava due baci, Sergio te ne dava quattro e ti regalava anche una rosa. Erano una coppia innamoratissima, che hanno avuto il cuore di stare insieme quando chi era omosessuale si nascondeva. Gli industriali che amavano gli uomini dovevano nasconderlo, alla gente della moda invece veniva concesso, quelli della moda erano persone speciali».


Anna Wintour al Corriere: «Armani comprendeva il potere, e capiva le donne. Ha lasciato il suo segno ovunque»
La responsabile dei contenuti globali di Condé Nast e direttrice editoriale di Vogue commenta la scomparsa di Giorgio Armani: «Non si è mai limitato a un solo campo o a una sola disciplina»
Matteo Persivale
«La personalità e la visione di Giorgio Armani avevano una chiarezza tale da far riconoscere immediatamente il suo lavoro, ovunque lo trovassi».
Con queste parole Anna Wintour, responsabile dei contenuti globali di Condé Nast e direttrice editoriale globale di Vogue, ha ricordato con il Corriere lo stilista, morto giovedì 4 settembre, all’età di 91 anni.
«Comprendeva il potere, il modo di esprimere sé stessi e l’eleganza meglio di chiunque altro nella moda, e capiva anche le donne: come volevano vestirsi e quale messaggio volevano trasmettere mentre si affermavano attraverso la sua ascesa negli anni ’70, ’80 e oltre. Inoltre, non si è mai limitato a un solo campo o a una sola disciplina, e ha capito che la moda non può esistere in un silos. Per lui la moda non era una cosa sola: era anche cinema, musica, sport, arte, design e architettura, e ha lasciato il segno in tutti questi mondi, e ovunque sia andato».
La giacca destrutturata, la rivoluzione di Armani: «Con le spalline diede forza alle donne. E regalò agli uomini la sensualità della morbidezza»
«Giorgio Armani ha creato gli abiti per gli uomini e le donne della modernità», sottolinea Maria Luisa Frisa. «Ha destrutturato la giacca maschile e donato all’uomo una sensualità che gli era negata fino a quel momento»
Maria Teresa Veneziani
«Lui era il nostro totem. Una sorta di prisma che rifletteva tutto il resto e forse è venuto il momento di parlarne riconoscendogli la statura di grande rivoluzionario che è stato. Una rivoluzione, quella che ha condotto, che noi forse cominciamo a capire solo ora».
Maria Luisia Frisa, storica dell’arte e teorica della moda, scandisce un pensiero che – nelle ore successive alla morte di Giorgio Armani – si dipana sempre più chiaramente. Il designer che tutto il mondo riconosce per le sue linee rigorose e la sua eleganza sobria è stato un grande innovatore.
«La giacca dopo il taglio Armani – che noi definiamo destrutturato – non è più stata la stessa. Lui l’ha rivoluzionata, facendo una cosa all’apparenza molto semplice. Ma noi poi dimentichiamo di guardare le date. Perché adesso parliamo tanto di fluidità, di genere, ma lui è stato il primo a fare una moda in cui si riconoscevano in maniera paritaria uomini e donne».
Armani ha creato gli abiti per gli uomini e le donne della modernità. Come osserva anche Anna Wintour, in un commento al Corriere, comprendeva il potere, il modo di esprimere se stessi e l’eleganza come nessun altro.
Negli Anni ‘80 è riuscito a dare la forza alle donne che avevano bisogno di una giacca con le spalle per poter essere presenti negli uffici e nelle aziende non più solo come assistenti e segretarie, ma come persone che avevano un ruolo di primo piano e ha dato morbidezza alla giacca maschile nel momento in cui gli uomini dichiaravano la loro omosessualità, accettavano di essere oggetti del desiderio essi stessi e in questo si ponevano al pari della donna.
«Non è un caso che uno stilista innovatore come Rick Owens abbia sempre detto che per lui le giacche di Armani degli Anni ‘90 sono state la sua ispirazione e che il suo color dust – polvere – sia una derivazione del “greige” di Armani», ricorda Frisa. «Lui seppe destrutturare la giacca levando tutte le imbottiture tipiche della sartoria maschile che aveva il compito di disegnare una silhouette dell’uomo forte». È nato così un nuovo concetto di eleganza rigorosa eppure leggera, quasi un ossimoro che Armani ha saputo trasformare in stile.
Ecco che il movimento è alla base di tutto. I vestiti che danzano in armonia con il corpo. E infatti lo stilista chiede ai suoi modelli di camminare lentamente, fa scendere le ragazze dai tacchi per dare più morbidità a ogni passo.
Per la giacca maschile usa tessuti femminili, tessuti che fluttuano, appunto. «Dentro ci sono anche delle fibre sintetiche, quindi anche la luce che si riverbera su quelle giacche è diversa – osserva Frisa -. Pensiamo a Richard Gere, cammina e l’abito si muove con lui. La camicia è aperta, per svelare il petto glabro. È una sensualità che all’uomo era negata fino a quel momento».
L’immagine più bella delle sfilate del signor Armani (così lo hanno sempre chiamato i suoi collaboratori) è quella di lui e lei che chiudono la sfilata insieme con meravigliosi completi in velluto blu Armani. Un’armonia di corpi e anime. La moda che si fa benessere, pensiero, poesia. Un pensiero sviluppato anche nella sua nuova passione, gli abiti da sogno della linea Armani Privé, che celebra i vent’anni con una grande mostra (in corso all’Armani Silos) curata personalmente dal grande designer in ogni dettaglio, come nel suo stile.
«Il maestro della luce» lo ha definito recentemente il Financial Times. Una luce che continuerà a brillare.





Richard Gere-gigolò, Julia Roberts, «Gli intoccabili»: tutte le star vestite da Armani. Il grazie di Travolta: «Mi ha trasformato»
Negli Anni 90 Hollywood sceglie Armani come icona di eleganza, ma il suo messaggio arriva ovunque, dai salotti buoni dell’economia fino ai red carpet e alle stelle dello sport. Più di duecento i progetti legati al cinema
Gian Luca Bauzano
Tra i primi a parlarne ci fu John Travolta: l’«Effetto Armani». Ricordava: «Ci siamo conosciuti nel 1979 è mi ha trasformato nell’uomo più elegante del mondo». Lo stilista aveva intuito quanto la vita e il cinema (e più tardi i red carpet), in fatto di stile avessero tanto in comune. Re Giorgio ripeteva spesso: «La vita è un film e i miei abiti sono i costumi». Un anno dopo il colpo di fulmine di stile con Travolta, il vero spartiacque: Richard Gere nel 1980 diventa una star con American Gigolò. Quando non era appeso al soffitto in boxer a scolpirsi gli addominali, vestiva un intero guardaroba by Armani: il mondo ribattezza i suoi completi come American Gigolo’s suit. Altro che costumi. Erano abiti per dare personalità forte e una star come Gere riusciva a comunicarlo con energia al grande pubblico. «Negli anni Ottanta era un fuoco d’artificio di debutti nella moda italiana.
Ma Armani fu l’unico a riuscire immediatamente a trovare la giusta chiave di lettura per creare in un breve tempo uno stile dalla forte riconoscibilità. Non solo. Ebbe l’idea di collegare star system e look quotidiani», ricorda Adriana Mulassano, storica critica di moda del Corriere della Sera e poi a lungo al fianco dello stilista nel suo team di comunicazione. Negli stessi anni della «Gigolò-mania», i tailleur armaniani diventano il power suit delle donne, quelle in carriera. «Come non ricordare Marisa Bellisario», aggiunge Mulassano. E a dimostrare quanto lo stile armaniano fosse diventato imprescindibile per entrambi i sessi, c’è Marisa Bellisario che, ospite dalla nazional popolare Raffaella Carrà, si presenta con disinvoltura con un look di Armani da giorno. I codici sono cambiati. Sempre Bellisario sceglierà il tailleur in versione da sera per il parterre della serata inaugurale della stagione della Scala. Così come i look dello stilista saranno i preferiti da Camilla Cederna e più tardi da Sophia Loren, fino alla premier Giorgia Meloni.
Il grande schermo per lo stilista è sempre stato un mondo dove potersi raccontare e dove rendere esplicite le sue idee di stile. La stima è di ben oltre 200 progetti cinematografici realizzati nel corso della lunga carriera. Gessati e perfetti doppio petto, ma anche sahariane e look futuristici vestono i protagonisti de Gli Intoccabili di De Palma, DiCaprio star in The Woolf of Wall Street, ma anche Batman in borghese (ne Il Cavaliere oscuro). Oppure John Malkovich ne Il tè nel deserto di Bertolucci o Ethan Hawke, Uma Thurman e Jude Law nella società distopica e futuristica di Gattaca.
Nel tempo il dialogo tra star, grande schermo e sfilate si infittisce sempre più. Tanto da creare quella «commistione» vincente che fa sì che tutti si vogliano vestire Armani. Negli anni Novanta è Julia Roberts a segnare un nuovo spartiacque dopo quello di Gere. L’attrice nel 1990 si presenta ai Golden Globe (premiata come miglior attrice non protagonista in Steel Magnolias di Ross), sì con un look di Re Giorgio, ma quale… Un completo da uomo ordinato nella boutique di Rodeo Drive a Beverly Hills: fa tendenza. Quel power suit maschile riapparirà (simile) su DiCaprio versione squalo di Wall Street. «Giorgio era riuscito a trovare un linguaggio capace di dare forte personalità a uomini e donne così da far dialogare i loro mondi — dice Mulassano —. Ci vollero anni perché superasse la sua reticenza nel creare l’alta moda. Finalmente si convinse e nacque quel prodigio di Armani Privé». Incarna questa nuova era Cate Blanchett. Non c’è red carpet, compreso quello dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, a non averla immortalata con un magico Privè. Quello sfoggiato qualche giorno fa è un «riciclo» già indossato sul red carpet dei SAG Awards 2022. Una conferma della forza senza tempo di Armani. Quello stesso anno un altro strepitoso Privé lascia di stucco il mondo: lo indossa Lady Gaga ai Grammy Awards. Le star si immergono nei capi di Armani come in uno Specchio delle brame capace di rimandare un’immagine di fascino e unicità. Accade così anche per le star dello sport. Nel 2004 nasce il marchio EA7, ma sono le divise ufficiali delle Olimpiadi 2012 e 2024 a consacrare ancora una volta Re Giorgio.





Fabio Mancini, il modello “icona” di Giorgio Armani: «Per me un secondo padre. Mi ha insegnato che senza valori e rispetto non si va da nessuna parte»
Il top model originario del Tarantino è stato scoperto da “re” Giorgio” quando aveva 18 anni. Dopo una brillante carriera lunga vent’anni, oggi gira il Paese con l’European School Project tra pratica buddista e moda
Rosanna Scardi
«Per me Giorgio Armani è stato un secondo padre, mi ha raccolto dal nulla e, grazie a lui, ho avuto una carriera meravigliosa lunga vent’anni».
Fabio Mancini, modello e volto storico di Giorgio Armani, nato da padre italiano, originario di Castellaneta (in provincia di Taranto) e da madre italo-indiana, ha saputo della morte di Giorgio Armani mentre si trova in India. Annoverato nella top 25 dei top model più sexy del pianeta, ha calcato le passerelle di tutto il mondo.
Mancini, qual è il suo ricordo di Armani?
«Era una persona onesta, non confidenziale, un grande lavoratore. Mi ha insegnato che devi essere il primo che arriva e l’ultimo che va a casa per dimostrare che sei il numero uno. Mi ha mostrato cosa significa il sacrificio totale, come base per costruirsi un futuro».
Come l’ha scoperta?
«Avevo 18 anni, i miei genitori si erano appena separati, non stavo vivendo un periodo facile. Vivevo a Milano. Facevo il commesso in un negozio vicino a via Montenapoleone. Una mattina, recandomi al lavoro, vidi sul ciglio del marciapiede un set fotografico. Mi incuriosì. C’era un collaboratore degli uffici di Armani, che mi chiese se volessi fare il modello. Risposi di no. Ma mi lasciò i contatti dell’agenzia, affermando che avrei fatto i casting direttamente con “re” Giorgio. Credevo fosse uno scherzo, l’indomani ho chiamato. Era tutto vero».
E come andò il provino con “re” Giorgio?
«Mi chiese se fossi italiano e risposi che papà era pugliese e mamma di origine indiana. Volle sapere da dove arrivassero i pantaloni indiani che indossavo e che, tra l’altro, mi facevano camminare malissimo. Mi tranquillizzò, dicendomi: “Più sciolto”. Tre giorni dopo quel casting ero su tutti i manifesti di Emporio Armani. L’unico modello italiano dopo anni di passerelle affollate da stranieri».
Per quanto tempo ha lavorato con lui?
«Fino al 2024, ho fatto quasi 20 sfilate consecutive (circa 50 stagioni) con un record di campagne pubblicitarie. E Armani è sempre stato infaticabile, un carrarmato fino alla fine».
Oggi con il progetto Fabio Mancini European School Project fa divulgazione nelle scuole.
«Il mio discorso si apre con i vent’anni di lavoro per Armani. Esperienza che unisco alla pratica buddista. In 200 scuole in Italia, dalle elementari alle università, spiego ai ragazzi che senza rispetto e valori non andranno da nessuna parte. Prima che essere uno stilista, Armani è stato un grande uomo, un esempio. Se faccio questo è perché lui mi ha insegnato la strada della cultura, non del trash».
Un ricordo affettuoso?
«Avevo 18 anni e mezzo. Prima passerella: 2005, Milano Fashion Week spring-summer. Attorno a me modelli che cercavano le telecamere. Io impaurito, mi chiesi: “Che ci faccio qui?”. Arrivò Armani. Mi aggiustò prima di entrare, sussurrandomi: “Ricordati che tu rappresenti l’Italia”».
La definiscono l’icona di Armani.
«Semmai, un figlio che ha imparato da un uomo straordinario».


Il dolore di Donatella Versace:
«Piango, incredula. Per me Giorgio Armani era eterno»
La stilista: «Ha definito stile ed eleganza per generazioni, con Gianni erano i più grandi». «Ho qui tra le mani il suo invito. Mi voleva alla sua sfilata: un onore che non dimenticherò mai»
Paola Pollo
«Il mondo ha perso un gigante oggi. Ha fatto la storia e sarà ricordato per sempre». Non è trascorsa neanche un’ora e Donatella Versace nel suo profilo Instagram rende omaggio a Giorgio Armani. Incrociarla al telefono è una coincidenza. Chiede come può raggiungere Leo Dell’Orco e Roberta e Silvana Armani per far avere loro tutto il suo affetto e la sua vicinanza in un momento di dolore che lei conosce bene. Non vorrebbe parlare. La voce è soffocata dall’emozione e dalle lacrime. Ma non riesce a non esprimere la sua ammirazione e il suo rispetto per un «grande», così comincia. «Grande, grandissimo. Non ci posso credere sia successo».
«Un vuoto incolmabile — ripete —. Lo conosco da anni anche se non ci siamo frequentati ma ho qui tra le mani il suo invito. Mi voleva alla sua sfilata: un onore che non dimenticherò mai». Quella del cinquantesimo, in programma nel cortile di Palazzo Brera il 28 settembre, sfilata e mostra e una festa in grande stile: «Sì, quella. Sto stringendo il cartoncino (e intanto lo rilegge ad alta voce, commuovendosi di più, ndr) che mi era stato recapitato pochi giorni fa, con la sua firma. Lo guardo e piango e penso alla sua tenacia. Mai avevo visto un suo show e ci tenevo, mi sono emozionata quando l’ho ricevuto».
Conoscendola, avrebbe fatto di tutto per esserci. Lei è sempre fra le più rispettose del lavoro degli stilisti e spesso siede in prima fila per sostenere i giovani, omaggiare i grandi e gli amici. Non sono così tutti.
È che Donatella Versace è fra le poche testimoni del percorso di Giorgio Armani, c’era quando il successo travolse lui e il fratello Gianni: «Le due G più grandi che siano mai esistite. Hanno portato la moda italiana nel mondo per primi. Nessuno come loro». A ricordare le «scaramucce» fra i due si perde tempo. Non è il momento di mescolare intemperanze a ricordi: «Indubbiamente erano stili diversi. Ma il risultato è stato lo stesso: arrivare ovunque».
Piange e si commuove la designer. Sono lacrime sincere che lei conosce. Quando la morte ti tocca, incide il dolore per sempre. Quando Gianni Versace fu ucciso quella mattina a Miami, quella mattina del 15 luglio 1997, Giorgio Armani si fece sentire subito. Ma Donatella non vuole ricordare. È comprensibile.
Le parole che diventano un testo non sono interrotte dalle lacrime, ma lucidamente rendono omaggio a una figura che per lei e per Gianni è stata di riferimento. «Questa è una perdita immensa per la moda, come uomo e come stilista», ha sottolineato ancora. I ricordi riaffiorano: «Non dimenticherò mai l’eleganza di Giorgio Armani e il suo affetto. La gente considerava lui e Gianni nemici a causa del loro stile diverso, ma la verità è che, nonostante fossero così diversi, si rispettavano, si ammiravano tantissimo».
E le immagini sono più nitide: «Ho incontrato Giorgio un paio di volte ed è sempre stato premuroso e caloroso con me». L’incredulità di tutti è anche quella della stilista che con l’invito in mano firmato da lui, mai avrebbe pensato che non avrebbe potuto omaggiarlo con un abbraccio a fine show: «Per me sembrava immortale, quindi la notizia della sua scomparsa mi sembra irreale». Il dolore ti insegna anche a far sopravvivere chi non c’è più: «Per me Giorgio sarà sempre qui, nei nostri cuori e nelle nostre menti. Ha definito stile ed eleganza per generazioni. Il suo stile è eterno».


Paola Fendi e la foto a Milano «Volai all’alba solo per esserci Noi individualisti, non rivali»
Nel 1985 viene scattata una foto a Milano con i 12 colossi della moda italiana. Diviene un caso mediatico nel mondo. Tra i protagonisti di allora anche Paola Fendi che racconta quel magico momento
Gian Luca Bauzano
Senza esitazioni Paola Fendi risponde: «Ci sarò». Non si stupisce di quella telefonata. Del resto come rifiutare un invito come quello. Avrebbe fatto parte, con altri 11 colleghi stilisti, di una foto di gruppo pensata per celebrare il trionfo del Made in Italy nei fantastici anni Ottanta. Era il 1985 e Adriana Mulassano, storica critica di moda del Corriere della Sera, e più tardi al fianco di Giorgio Armani nella gestione del team di comunicazione, ha un’intuizione geniale: riunire a Milano sotto l’Arco della Pace i colossi della creatività italiana per dichiarare al mondo (sotto un arco di trionfo), il loro successo internazionale. «Mi è sembrato naturale ritrovarsi tutti assieme a Milano. Ci accomunava la passione per il nostro lavoro. Quella che ci aveva fatto intraprendere la professione. Del resto, poi, un invito di Adriana, benché inaspettato e forse un po’ folle, era irrifiutabile», dice la stilista, la maggiore delle cinque sorelle che, con Franca, Carla, Anna e Alda portavano avanti l’heritage del marchio di famiglia, oggi parte del gruppo Lvmh e che nel 2025 compie un secolo di storia.

La storia dell’immagine simbolo
La foto ricordo con gli stilisti e al centro la critica di moda del Corriere Adriana Mulassano, che nel 1985 li riunì all’Arco della Pace per celebrare la creatività italiana. I media americani rielaborarono uno degli scatti di quel giorno, usando come sfondo il monumento più famoso di Milano: la foto con il Duomo sullo sfondo divenne il simbolo del Made in Italy
«Assieme a Laura Biagiotti rappresentavamo la romanità, entrambe però eravamo ben consapevoli che Milano era la porta attraverso la quale affacciarsi al mondo. Farsi conoscere». Oltre a loro c’erano: Versace, Valentino, Krizia, Ferré, Moschino, Mila Schön, Mario Valentino, Missoni, Soprani e Armani. Erano passati solo 3 anni da quando lo stilista era stato immortalato sulla cover di Time come «Gorgeous George». Proprio i media americani erano stati anche quelli che avevano voluto rielaborare la foto realizzata da Mulassano e cambiare lo sfondo utilizzando il Duomo, all’estero simbolo indiscusso, ancor prima del Quadrilatero, della capitale della moda: la nuova versione apparve sulla cover di Capital Usa e fece il giro del mondo. «Rimpianti per quel periodo? Nessuno. Ho vissuto una vita piena di soddisfazioni. In quel momento eravamo quasi stupiti dell’enorme successo. Lavoro, lavoro e ancora lavoro. Solo questo contava per tutti noi. Quel giorno presi un aereo all’alba per fare la foto e tornai subito a Roma. La sfilata era alle porte. Solo questo contava. Dare il meglio».
L’omaggio al collega
Giorgio Armani è stato bravissimo anche a costruire una struttura imprenditoriale forte, necessaria per affrontare il passaggio di testimone
Paola Fendi, oggi 94 anni, non fa trasparire commozione nella voce mentre parla, lei con Valentino oggi sono gli unici testimoni che possono ancora raccontarci e farci provare le emozioni di quel momento. «Rivalità tra noi? C’era un forte individualismo, certo. Ma questo è scontato. Non esisteva però una competizione agguerrita come oggi, dove alla fine contano solo i numeri piuttosto che la capacità di far sognare». Armani quest’anno avrebbe festeggiato mezzo secolo di attività. «Un traguardo. Le identità forti capaci di lasciare segni si costruiscono nel tempo e se hai qualcosa da dire. Armani è stato bravissimo anche a costruire una struttura economica e imprenditoriale forte, necessaria per affrontare il passaggio di testimone come ora è accaduto. Noi cinque sorelle la nostra identità come marchio l’abbiamo costruita lavorando in gruppo e al fianco di Karl Lagerfeld: 54 anni consecutivi di collaborazione». Della Milano di allora Fendi ricorda «energia ed eleganza. In quella fotografia i nostri sorrisi e il modo con cui ci guardiamo fa capire lo spirito di allora. Noi italiani siamo eccezionali, troppo protagonisti però. Questo non consente di fare squadra. Oggi più che mai la formula vincente. Se non si trova un modo per convergere tutti verso un unico traguardo, il rischio che vada tutto in frantumi purtroppo è in agguato».


Maria Grazia Cucinotta su Armani: «Con il mio fisico potevo scadere nel volgare, Giorgio mi ha insegnato l’eleganza»
Il ricordo dell’attrice: «Lui è riuscito a valorizzare il mio aspetto, lo ringrazierò per il resto della vita»
Flavia Fiorentino
Commossa e grata al grande designer, Maria Grazia Cucinotta ha appreso della scomparsa di Giorgio Armani mentre era in viaggio per il Festival di Venezia: «Non finirò mai di ringraziarlo. Dopo “Il Postino” (il film del 1994 con Massimo Troisi) mi ha sempre vestito lui insegnandomi tutto, l’eleganza, lo stile».
Come ha cambiato la sua carriera?
«Con il mio fisico, sarei potuta scadere in un’immagine volgare, invece lui mi ha preso sotto la sua ala protettiva valorizzando il mio aspetto in modo delicato e mi ha vestito anche il giorno del mio matrimonio. Con lui ho girato il mondo, per gli Oscar, i festival del cinema, le anteprime dei film. Diceva che lo facevo ridere, gli mettevo allegria e ancora ricordo la sorpresa quando vide che indossavo una maglietta dove avevo fatto stampare il suo volto».
Quali valori le ha lasciato?
«Mi ha insegnato la caparbietà, la disciplina. Giorgio nel lavoro era molto esigente, controllava personalmente ogni minimo dettaglio. Qualche volta passavo dal Caffè Armani e lo trovavo seduto a un tavolino. Se non gli piaceva qualcosa in un abito andava in sartoria a qualsiasi ora per correggere anche una minima stonatura. Ho cercato di apprendere da quell’esempio di rigore e onestà per il resto della mia vita».
Cosa ricorda dell’Armani uomo oltre che stilista ?
«Giorgio era una persona genuina, immediata. E io per lui sono rimasta sempre la ragazza semplice siciliana. Ricordo gli abbracci veri, sentiti. Da parte sua ma anche dal resto della famiglia: Silvana, Leo Dell’Orco. La nipote Roberta, un po’ più giovane di me, era come una sorella minore».
Negli ultimi tempi lo ha frequentato?
«Da qualche anno le occasioni per incontrarci si erano diradate. E a parte gli auguri e qualche messaggio, ci sentivamo meno che in passato, anche perché c’è un ricambio generazionale tra le attrici, ed è giusto così. Ma io non ho mai smesso di pensare a lui con infinito affetto».


Özpetek su Armani: «Non potevo permettermi lo smoking per Cannes e lui me lo regalò. In “Diamanti” le sue lezioni»
Il regista ha ricordato la sua amicizia con il grande stilista: «Anche nelle serate dedicate a lui, aveva parole gentili per me. Non lo dimenticherò»
Chiara Maffioletti
I mesi prima del suo debutto alla regia con Il bagno turco, non sono stati semplici per Ferzan Özpetek: «Sembrava che nessuno volesse dare spazio al mio film, nessun festival. Non ho lavorato per quasi un anno, finché poi, incredibilmente, lo presero a Cannes. Solo che, a quel punto, non avevo uno smoking e non potevo permettermelo». Fu Giorgio Armani, scomparso a 91 anni, ad aiutarlo: «Una costumista glielo fece sapere e il giorno dopo ricevetti l’invito per andare nella sua boutique a misurarne uno».
Era il 1997. Fu l’inizio della vostra amicizia?
«Io lo ammiravo da molto prima, ma quel gesto, inatteso, mi colpì profondamente e segnò l’inizio del nostro rapporto: lui veniva sempre alle prime dei mie film e ogni volta mi faceva impressione».
Il re della moda aveva creduto in lei, giovane regista.
«Quando ci fu la prima di Saturno contro gli mandai il consueto invito alla proiezione, ma lui doveva partire per gli Stati Uniti quel giorno. Alla fine, decise di spostare la partenza: ci sedemmo vicini. Mi ha sempre seguito con attenzione e affetto in questi anni».
Da quello smoking l’ha sempre vestita lui?
«Sempre. Negli anni ho anche imparato che se ero in un suo negozio dovevo moderare i miei commenti: se dicevo che un abito era bello, o un profumo buono, due ore dopo lo ricevevo a casa. Questo perché anche le persone che lavorano per lui sanno di dover prestare grande attenzione ai dettagli».
Ci sono momenti della vostra amicizia che le restano impressi?
«Penso al momento in cui è stata scattata la foto che ho pubblicato sul mio profilo Instagram per ricordarlo: era una serata dedicata a lui, con mille attori e attrici, anche americani, che lo cercavano per rendergli omaggio. Lui venne da me e disse: “Ieri ho visto per la terza volta Mine vaganti, è un capolavoro”. Ecco, che nella sua serata lui dedicasse a me dei complimenti mi è sembrato incredibile. E l’ho baciato con affetto».
Farebbe un film su di lui?
«Anni fa ne parlammo, in realtà di un documentario. Ma è difficilissimo toccare un gigante così. Eppure lui e i suoi insegnamenti, sono tornati anche nel mio ultimo film, Diamanti. Il personaggio di Luisa Ranieri è una sarta attentissima al dettaglio, al colore e alla luce, tutte cose che ho visto fare da lui, che era maniacale nella sua ricerca. A lei faccio anche controllare una tavolata prima che arrivino degli ospiti nella sua sartoria: anche questo lo vidi fare da lui, al termine di una sfilata. Anziché rilassarsi prima della cena, era andato a controllare i dettagli della tavola: ho voluto replicarlo».


Andriy Shevchenko: «Grazie a Giorgio Armani ho conosciuto l’amore di Kristen, era affettuoso con i miei figli»
L’ex campione del Milan e la grande amicizia con lo stilista scomparso: «Un maestro dalla classe gentile, l’ultimo abbraccio sei mesi fa, preparava la sfilata»
Monica Colombo
É reduce da un pranzo istituzionale con i dirigenti federali della Francia, impegno che ha preceduto la gara di qualificazione al Mondiale del 2026 dell’Ucraina. Andriy Shevchenko, in prima linea per difendere i diritti del suo Paese dopo l’invasione della Russia, e presidente della Federcalcio di Kiev («la mia famiglia vive a Londra, ma trascorro molto tempo qui») non nasconde la commozione e il dolore per la perdita dell’amico Giorgio. «Lo ricordo come una persona gentile, di grande cuore e molto riservata. La nostra conoscenza è lunga decenni, di conseguenza i ricordi che ci uniscono sono numerosi».
Ne riveli uno.
«Noi abbiamo avuto anche un rapporto di partnership professionale nato nel 2002: insieme abbiamo aperto negozi con il suo brand qui in Ucraina e lui era venuto per l’inaugurazione con me a Kiev. Il rapporto lavorativo è durato praticamente una decina di anni. Non voglio soffermarmi sulle sue doti artistiche che tutti conoscono: quel suo lato è, giustamente, già noto a tutto il mondo. Io preferisco pensare a lui come a una persona affettuosa, attenta al prossimo, di grandi valori, che stimo tanto».
Come lo ha conosciuto?
«Attraverso Leo Dell’Orco: prima sono entrato in contatto con lui e poi tramite Leo, diventato nel frattempo grande amico mio e di mia moglie Kristen, ci siamo avvicinati a Giorgio».
Ricordiamo male o lei ha conosciuto Kristen grazie a lui?
«Ha ragione, non me l’ha presentata Giorgio, ma lui ha creato l’occasione in cui ci siamo incontrati».
Racconti…
«Ero andato a una festa che il grande stilista aveva organizzato per celebrare la sfilata appena conclusa. Arrivai, c’era tanta gente, anche Russell Crowe, mi ricordo. Quella sera ho conosciuto la donna che sarebbe diventata mia moglie».
Kristen ha sfilato per Armani?
«Sì e anche io l’ho fatto per lui. Sono stato suo testimonial per diverse campagne. Erano gli anni d’oro in cui giocavo nel Milan. Giorgio mi ha insegnato lo stile e la classe. È stato per me un grande amico».
Un simbolo della Milano che lei tanto ha amato.
«Non solo della città di Milano, ma è stato l’emblema dell’Italia intera nel mondo. Il suo stile era unico. Ha svelato al mondo l’eleganza».
Dal punto di vista privato come era?
«Le racconto questo aneddoto. Tante volte abbiamo avuto occasione di incontrarci ad Antigua dove andavo a trovarlo con i miei figli. All’epoca erano bambini e lui è sempre stato molto carino e affettuoso con loro».
È vero che il titolo del libro che ha scritto sulla sua vita con Alessandro Alciato, “Forza gentile”, è stato suggerito da Giorgio?
«Armani ha scritto la post fazione della mia biografia e in quelle pagine mi aveva definito con questo ossimoro, “Forza gentile”. E io gli avevo risposto ringraziandolo “Maestro lei per me è “Classe gentile”».
Quale è stata l’ultima occasione in cui ha avuto il piacere di parlare con lui?
«Sei-sette mesi fa ero venuto a Milano e, come faccio spesso, non avevo sciupato l’opportunità di andare a trovare Leo Dell’Orco. In quel frangente ho chiesto come stesse Giorgio e Leo non se l’è fatto ripetere due volte. Non ha perso tempo e mi ha portato da lui».
Com’era?
«Giorgio era sempre indaffarato, stava preparando la sfilata ed era circondato da modelle. Ma quando mi ha visto è stato tenero, come al solito. Vederlo è stato emozionante».
Il sentimento che serberà nel cuore per lui?
«Di grande rispetto, per la persona che è stato».




L’eredità di Giorgio Armani, ecco come verrà diviso il patrimonio da 13 miliardi e chi guiderà l’azienda: il documento dal notaio
Lo statuto della futura Giorgio Armani spa entrerà in vigore con l’apertura della successione. Il tetto al dividendo, le regole sullo stile, i soci con «superpoteri». La Borsa e i «principi fondanti» voluti dallo stilista
Mario Gerevini
Giorgio Armani se n’è andato giovedì 4 settembre 2025 all’età di 91 anni e ha lasciato in eredità a tutti il suo stile, che è un simbolo unico del made in Italy. Poi c’è l’altra eredità, quella più «terrena» e tangibile dei brutali numeri che ci dicono quanto vale il patrimonio: il range è tra gli 11 e i 13 miliardi, 11,5 secondo Forbes. Ma le classifiche lasciano il tempo che trovano perché il gruppo Armani con i suoi 8.700 dipendenti e 2,4 miliardi di fatturato non è quotato in Borsa e dunque non c’è un riscontro diretto di mercato. Il fondatore si è preoccupato per tempo del futuro della Giorgio Armani spa, costituita cinquant’anni fa, il 24 luglio del 1975. E ha delineato nello statuto le regole che governeranno l’impero e tuteleranno lo stile: dei prodotti, certo, ma anche imprenditoriale.
La sorella e i tre nipoti
In due celebri citazioni si racchiude la sua filosofia di vita e di business: «L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare», «La moda è quella che viene suggerita e che spesso conviene evitare, lo stile è ciò che ciascuno ha e che deve conservare per tutta la vita». Re Giorgio, nato a Piacenza l’11 luglio 1934, non ha eredi diretti, non ci sono quote di legittima da soddisfare, ha tre nipoti e una sorella.
Silvana (69 anni) e Roberta (54) sono figlie del fratello Sergio scomparso anni fa e poi la sorella Rosanna (86) e suo figlio, Andrea Camerana (55). E qui c’è un incrocio tra le famiglie Armani e Agnelli: Andrea Camerana, sposato con Alessia Aquilani, cantante dance di grande successo negli anni ‘90 con il nome di Alexia (Summer Is Crazy, Uh la la la etc), condivide con John Elkann il trisnonno Giovanni Agnelli, tra i fondatori della Fiat.
Il manager e la fondazione
I parenti di Armani sono tutti in consiglio di amministrazione, dove siede anche il manager (consigliere delegato) e amico Pantaleo Dell’Orco (72) oltre a Federico Marchetti, fondatore di Yoox. C’è un testamento e a breve, quando sarà aperto, si avrà la risposta alla domanda delle domande sull‘eredità: chi riceverà le quote della Giorgio Armani spa ovvero il 99,9% del fondatore? Di sicuro la Fondazione Armani (titolare del restante 0,1%) avrà un ruolo centrale ma, come vedremo, sono previste sei categorie di azioni nello statuto post Giorgio, il che conferma l’esistenza di una pianificazione già pensata nel dettaglio.
Quasi 600 milioni di utili in quattro anni
Il bilancio di gruppo, secondo gli ultimi dati approvati (2024), mostra un fatturato di 2,3 miliardi (-5% sul 2023), un utile ante imposte in calo a 74,5 milioni ma investimenti raddoppiati a 332 milioni. L’Europa ha generato il 49% del giro d’affari mentre le aree America e Asia Pacific ognuna il 21%, con il resto del mondo al 9%. Nei decenni il gruppo ha ampliato la sua attività con accessori, profumi, trucco e abbigliamento sportivo, oltre a design di interni, immobili, ristoranti e alberghi.
Armani è anche il proprietario del club di basket Olimpia di Milano.
In quattro anni dal 2021, cioè dopo il picco della pandemia, sono stati dunque realizzati quasi 600 milioni di utile che in parte è affluito come dividendo all’azionista. E’ questa la più importante fonte di reddito che avranno gli eredi.
Il documento chiave per la successione
«Anche io un giorno – si racconta Armani nel libro autobiografico “Per Amore” uscito nel 2022 – dovrò cedere il comando e concludere il mio percorso di stilista: non avverrà nell’immediato, ma ci penso da tempo, perché voglio che il frutto di tanta fatica, questa azienda alla quale ho dato tutta la mia vita e tutte le mie energie, vada avanti, a lungo, anche senza di me. Il piano di successione l’ho preparato con il mio usuale programmatico pragmatismo e la mia grande discrezione, ma non lo rivelo adesso, perché ci sono ancora».
Nell’ottobre del 2023 il Corriere rivelò lo statuto della futura Giorgio Armani spa che avrebbe governato il gruppo, all’insegna della continuità, alla scomparsa dello stilista. Ora è dunque un documento di grande attualità. Approvato in un’assemblea straordinaria del 2016 e integrato a settembre 2023 con l’introduzione delle azioni senza voto, lo statuto sarà formalmente adottato – si legge nel verbale di quella riunione – «con effetto dalla data di apertura della successione del signor Giorgio Armani». È l’architrave societario su cui si innesta l’eredità Armani.
Le azioni della futura Armani
Dunque non essendoci quote di legittima da soddisfare, l’imprenditore nel testamento (che ha già fatto) può disporre come crede di tutto il suo patrimonio. Andiamo più nel dettaglio dello statuto. Dalla A alla F sono previste sei categorie di azioni, oltre alle due senza voto introdotte successivamente.
Soci «forti»
I soci A avranno il 30% del capitale, quelli F il 10%, tutti gli altri il 15% a testa. Ma ogni azione A darà diritto a 1,33 voti e ogni F a 3 voti. Dunque A+F pur con il 40% del capitale avranno oltre il 53% dei voti nelle assemblee. Inoltre i soci A hanno diritto di nominare tre consiglieri, tra cui sarà scelto il presidente, e gli F due consiglieri, tra cui verrà tratto l’amministratore delegato, su un board fissato a otto membri. È assai probabile che in queste due categorie di azioni si collocherà la Fondazione Armani. Tanto più che i consiglieri A e F hanno poteri determinanti in consiglio nelle decisioni strategiche (piani industriali, acquisizioni/cessioni oltre i 100 milioni, marchio, ecc).
Le regole sullo stile
Basta invece la maggioranza assoluta dei presenti in cda per l’approvazione del bilancio e «decorso il quinto anno successivo all’entrata in vigore del presente Statuto quotazione delle azioni della società su un mercato regolamentato». Per fusioni, scissioni, modifiche dello statuto, aumenti di capitale occorre il 75% dei voti in assemblea straordinaria. Sulle retribuzioni serve «almeno il 51%» altrimenti «agli amministratori non viene attribuito alcun compenso». Ma possono anche essere retribuiti «sotto forma di partecipazione agli utili» o di stock option. Per le scelte dei responsabili Stile Uomo e Stile Donna la procedura coinvolge tutte le categorie ma anche qui, di fatto, A e F hanno un determinante potere di veto.
I «principi fondanti»
L’articolo 4 (“Oggetto. Principi fondanti») più di ogni altro indica la strada. Quei principi in parte introdotti anche nella Fondazione ma che qui, in una spa operativa, hanno il valore di un vincolo di continuità morale e industriale. «Adeguato livello di investimenti», «gestione finanziaria equilibrata», «reinvestimento degli utili»; «diversificazione e segmentazione dei diversi marchi aziendali, mantenendo coerenza nell’attività stilistica, di immagine, di prodotto e di comunicazione»; «attenzione a innovazione, eccellenza, qualità e ricercatezza del prodotto»; «cauto approccio ad acquisizioni» e solo per «sviluppare competenze non esistenti internamente (…)»; «priorità allo sviluppo continuo a livello globale del nome Armani». Sono le linee guida inderogabili di uno stile inconfondibile, anche imprenditoriale, che Giorgio Armani ha voluto tramandare.




