Cresce la fame di elettricità degli impianti: in due anni decuplicate le richieste di connessione alla rete. Nel Paese il dibattito sulla collocazione delle strutture è sempre più centrale
Velia Alvich
Sotto il sole di luglio sembra quasi la superficie lunare. Oltre 7.000 metri quadrati di terreno brullo, senza nulla a interrompere lo sguardo se non tre gru e una montagnetta di materiale di risulta lasciato in un angolo della recinzione che separa il cantiere di un data center dal resto di Segrate, appena fuori Milano. Quando soffia il vento, una sottile polvere bianca si solleva e sporca i balconi del piccolo condominio proprio di fronte al cantiere. La polvere mossa dal vento e gli occasionali sensori per la misurazione del rumore, installati per appena un giorno e poi rimossi, potrebbero sembrare i primi segnali di una convivenza difficile. Ma al contrario, per ora la nuova costruzione porta un vantaggio inatteso: «Almeno non c’è più nessuno a occupare gli edifici abbandonati. Tempo fa un uomo, che viveva in una di queste costruzioni incustodite aveva cercato di intrufolarsi in casa mia, entrando dalla finestra», racconta un signore che abita proprio nell’edificio di fronte al futuro data center.

Una volta su quel terreno oggi spoglio sorgeva il Centro Informazioni Studi Esperienze, un istituto di ricerca d’eccellenza dedicato al nucleare. Poi, nel 2003, è stato abbandonato, rimanendo vuoto per quasi vent’anni. Fin quando CyrusOne– società statunitense specializzata proprio nella realizzazione e gestione di data center– ha scelto la città nell’hinterland milanese come destinazione per un impianto all’avanguardia.
Quello che sarà completato a Segrate (l’inaugurazione è prevista per il 2027) è solo uno dei tanti centri di gestione dei dati digitali che stanno sorgendo in Italia. Tema caldo, rovente, complici le notizie che arrivano da Oltreoceano. Storie americane di cantieri che inquinano le falde acquifere o dell’incessante rumore elettrico dei server – il cuore pulsante di ogni servizio web, ospitati appunto nei data center– che lavorano in continuazione, ventiquattro ore al giorno. E, ancora, bollette che crescono in maniera vertiginosa per la concorrenza della domanda di queste strutture, rubinetti che si svuotano per le necessità d’acqua del loro raffreddamento e un paesaggio naturale spogliato per far posto a cubi di cemento. Gli americani non li vogliono, non dietro il cortile di casa. Protestano. Ma nell’epoca dell’intelligenza artificiale, cresce sempre di più la necessità di costruirne di nuovi. Numerosi e massicci, assetati di risorse e con quella ineluttabilità tipica di un mercato che non tollera le lungaggini dei regolamenti.

Anche in Italia il tema sta diventando sempre più centrale nel dibattito pubblico, con un occhio a quello che succede negli Stati Uniti e uno a quello che cresce in patria. Non che i data center siano una novità neppure qui. D’altronde, da decenni sono fondamentali per far funzionare quasi ogni aspetto del digitale: dalle banche dati ai fantomatici servizi in cloud, dai calcoli sofisticati fino al funzionamento dell’intelligenza artificiale. Fra quelli esistenti e quelli in costruzione, le strutture sono già 259 lungo tutto lo Stivale. La Lombardia vince il primato: solo fra Milano e Pavia gli impianti sono più di cento. Non a caso, è stata questa regione la prima a darsi delle regole ben precise, mentre a livello nazionale il tema è ancora in cantiere: con il decreto Bollette il governo ha cercato di semplificare le procedure autorizzative, ma una legge organica sul settore è ferma al Senato.
Dove e come costruire
Con il testo promulgato a inizio giugno dalla Regione Lombardia sono arrivate le prime linee guida del settore. Parola d’ordine: rivitalizzare. Sì all’edificazione sui cosiddetti brownfield, i terreni industriali dismessi, come nel caso di Segrate. Sono disincentivate invece le opere realizzate su aree verdi o agricole, per le quali si pagherebbe rispettivamente il cento e il duecento per cento in più. Una maggiorazione non da poco per gran parte delle aziende, sempre che non ci sia “Big Tech” scritto sul bigliettino da visita.
La legge si concentra anche sul tema delle risorse idriche. Fondamentali per il raffreddamento dei server che, lavorando senza sosta, generano grande calore. In passato, le soluzioni più diffuse richiedevano il prelievo (e spesso il consumo) di acqua. Tecniche come quella evaporativa sono diventate fra le più comuni. Tuttavia, si tratta di metodi che possono mettere sotto stress le aree urbane (ma non solo) per il prelievo di significative quantità di acqua.
Per questo le norme lombarde richiedono di non attingere dall’acquedotto o da risorse per l’agricoltura, ma di preferire «tecnologie ad elevata efficienza idrica». Per esempio sistemi di raffreddamento liquido a circuito chiuso, per evitare l’evaporazione. Il testo non menziona esplicitamente una tecnica specifica. «È giusto che la legge definisca delle linee guida, ma meglio non stabilire a priori la configurazione da usare: la tecnologia evolve più rapidamente rispetto alle norme», sostiene Davide Chiaroni, professore di Strategy & Marketing al Politecnico di Milano e fondatore di Energy & Strategy, gruppo di ricerca dello stesso ateneo.
Un’alternativa alle varie soluzioni che richiedono l’uso di acqua – per esempio portarla a diretto contatto con i chip o l’immersione di questi in liquidi non conduttori di elettricità – arriva dall’ambiente naturale. È il caso di Intacture a Predaia, in Val di Non (Trentino Alto Adige). Realizzato in due anni e inaugurato a fine giugno, l’impianto si trova all’interno di una miniera attiva, a circa cento metri di profondità. Nello spazio ipogeo la temperatura è così bassa da non richiedere altri metodi di raffreddamento (almeno per la maggior parte dell’anno). D’altronde, nello stesso luogo si conservano tonnellate di mele, forme di formaggio e bottiglie di spumante. L’energia utilizzata, poi, arriva da fonti idroelettriche locali.

Il consumo del 20% delle case lombarde
Già, l’energia. Il tema cardine quando si parla di queste cattedrali fatte di circuiti e silicio. Nell’ultimo report realizzato dal gruppo di ricerca Energy&Strategy del Politecnico di Milano, nel 2024 in Unione Europea sono stati consumati 49,7 terawattora (TWh) di energia. Per fare un paragone, negli Stati Uniti la cifra era quasi cinque volte più alta (233 TWh). Concentrandosi sulla situazione nel nostro Paese, a colpire è la crescita delle richieste di connessione di nuovi data center alla rete elettrica: si è passati da 55 gigawatt ad agosto 2025 fino a 69,1, alla fine dell’anno scorso. Che è il doppio rispetto al 2024 e ben dieci volte di più rispetto al 2023. E se nel 2024 in Italia quelli dei data center costituivano l’1,9 per cento dei consumi nazionali, il rapporto potrebbe crescere fino al 7 o addirittura il 13 per cento entro il 2035.
Puntiamo la lente di ingrandimento di nuovo sulla Lombardia. «Oggi i data center nella regione costituiscono circa il 3 per cento dei consumi complessivi lombardi», spiega Chiaroni, «Ma se facciamo un paragone con quelli domestici», senza considerare dunque industrie e servizi, «gli impianti installati nell’area consumano quanto il 20 per cento delle case lombarde».
Numeri che possono far girare la testa. Mitigati, per così dire, dalla consapevolezza che non tutte le richieste di connessione si traducono poi in realtà, come precisa il docente del Politecnico.
E mentre si pensa già a come migliorare una legge-pioniera come quella lombarda – «In futuro si potrebbe prevedere che il fabbisogno energetico venga soddisfatto per una quota elevata tramite fonti non emissive», auspica Chiaroni – il settore in Italia scalpita. «Bisogna lavorare con le istituzioni per mettere a terra questo motore con tanti cavalli», sostiene Luca Beltramino, presidente dell’Italian Data Center Association (Ida). L’industria spinge, rivelando il problema nascosto fra chip, sistemi di raffreddamento ed energia elettrica: quello della sovranità digitale. «Nessuno dice che cosa succederebbe se l’Italia non avesse data center: dovremmo poi comprare l’intelligenza artificiale nei prossimi anni da altre nazioni che invece la stanno sviluppando», dice Beltramino. E mentre anche nel nostro Paese cominciano a moltiplicarsi striscioni e comitati cittadini contro i data center, la domanda su dove e come costruirli rimane impigliata fra cantieri in corso e leggi ancora da approvare.
Come sono distribuiti sul territorio

Un’idea arriva da Oltreoceano, dove le proteste sono all’ordine del giorno: costruiamoli nelle profondità marine o lanciamoli nello spazio. Sembra fantascienza, ma non siamo troppo lontani. Ci aveva provato Microsoft, con il Progetto Natick (chiuso dopo cinque anni di sperimentazioni), che aveva installato un data center in miniatura prima in California, poi vicino alle isole Orcadi (Regno Unito). E ci sta provando anche la Cina: a giugno ha inaugurato un data center al largo della costa di Shanghai, ad “appena” dieci metri di profondità.
Lo spazio è la prossima frontiera. A sognare la conquista di questo novello Far West sono le Big Tech. Ne ha parlato Sundar Pichai, ceo di Google, quando ha fatto accenno al progetto con un nome evocativo, Suncatcher, che si potrebbe tradurre con «cattura-sole». Anche Elon Musk punta (ancora) alle stelle: la sua SpaceX ha presentato una richiesta alla Federal Communications Commission statunitense per il lancio di satelliti-data center che hanno il compito di fornire potenza di calcolo avanzata. Sam Altman, a capo di OpenAI, in un podcast si è mostrato entusiasta alla sola idea: «Ci investirei migliaia di miliardi». E mentre i grandi della tecnologia coltivano progetti per portare la potenza di calcolo nei luoghi più reconditi conosciuti dall’uomo, in una città di appena 37 mila abitanti dell’hinterland milanese, Segrate, il futuro è già a un passo dalla porta di casa.





