Diario di bordo del 30 Agosto
In barca a vela tra i ghiacci del «Passaggio a Nord Ovest», nelle acque (infide) che potrebbero essere al cuore della Terza Guerra Mondiale
Al via il viaggio del Corriere lungo la rotta di Nord Ovest, tra l’Alaska e la Groenlandia: a complicare la navigazione – oltre a venti, correnti, bassi fondali non mappati e rischio iceberg – ci sono le tensioni tra Usa, Russia e Cina per il controllo dell’Artico e delle sue risorse
22 Luglio 2026

NOME (Alaska costa nord-occidentale) – Arrivo dagli oltre 40 gradi milanesi ai 10 nel porto più settentrionale dell’Alaska per scoprire una realtà sorprendente: il micro-clima al mare di Bering è stato il più freddo degli ultimi trent’anni.
«Globalmente il ghiaccio dell’Artico continua a sciogliersi a causa del riscaldamento climatico. Ma il freddo quest’ultimo inverno dalle nostre parti è stato durissimo. Era dagli anni Ottanta che la coltre ghiacciata dal Polo Nord non raggiungeva le isole Aleutine. La stagione della navigazione oltre Capo Barrow verso il Canada e la Groenlandia è in ritardo di almeno due o tre settimane.Occorre che le temperature si alzino e nel contempo il vento cambi direzione per spingere la calotta polare lontano dalle coste settentronali di Alaska e Canada», spiega Luca Stotts, il 40enne responsabile del porto di Nome.
È il primo dei tanti imprevisti che senz’altro incontreremo nel nostro tentativo di percorrere in barca a vela il mitico Passaggio di Nord-Ovest. Si tratta di navigare per circa 3.200 miglia marine (oltre 5.100 chilometri) in uno dei mari più infidi al mondo, minacciato dai venti, dai cambi repentini delle correnti, dal rischio iceberg, dai bassi fondali non mappati, dalla scarsità di punti riparati, dalla mancanza di assistenza e dalla necessità di fare in fretta prima che già a metà settembre i freddi del prossimo inverno tornino a trasformare canali e golfi in trappole di ghiaccio e labirinti impossibili da superare.

Ovviamente i nuovi sistemi di comunicazione globalizzati ci mettono al riparo dai rischi affrontati dalle mitiche spedizioni del passato. Il nostro Lifexplorer, una barca a vela Garcia 52 di 16 metri costruita in alluminio per affrontare i mari freddi, dispone di tecnologie d’avanguardia e del collegamento Starlink nautico. Ciò significa che possiamo ricevere di continuo le immagini satellitari dello stato dei ghiacci attorno a noi e i bollettini aggiornati forniti dalla guardia costiera americana e canadese.
Un paio di droni a bordo ci aiutano, in mancanza di vento e nebbia, a monitorare la situazione. Il nostro comandante, Alberto Biffignandi nato 71 anni fa a Vigevano, ha un’esperienza pluridecennale inziata quando era poco più che studente universitario diventando capo-istruttore alla scuola velica di Caprera. «Ho navigato gli oceani della Terra più volte e da circa un decennio mi preparo per i due Poli. Il passaggio di Nord-Ovest vorrebbe essere il coronamento di un lungo sogno maturato assieme a un piccolo gruppo di amici che è anche il nostro equipaggio», sostiene.
Nulla a che vedere con le condizioni che portarono alla scomparsa dei 129 componenti della sfortunata spedizione di Sir John Franklin, il capitano della Royal Navy che nel 1845 comandava la Erebus e la Terror. Siamo anche abbastanza certi che non saremo costretti a trascorrere l’intero inverno accampati nella neve come capitò nei tempi passati tra i tanti alle spedizioni di William Edward Parry, di Sir John Ross e del nipote James Clark Ross. Le ossa di tanti poveri balenieri le cui navi vennero stritolate dagli iceberg e dal pack in movimento puntellano tutt’ora le coste dell’Alaska settentrionale e dei canali canadesi. Il primo a transitare in barca fu il norvegese Roald Amundsen nel 1906. Da allora circa 200-250 imbarcazioni da diporto private hanno compiuto lo stesso tragitto partendo da est o da ovest tra agosto e settembre. Nel 2025 le basse temperature hanno ridotto il passaggio a solo una ventina di navi (per lo più cargo commerciali e rompighiaccio), di cui meno di 5 barche a vela. Al momento noi sappiamo che tra yacht privati e piccoli charter siamo in cinque dal lato occidentale.
Nulla a che vedere con il passaggio di Nord-Est lungo le coste russe, dove la presenza continua di oltre 50 rompighiaccio e di porti rilevanti facilitano la navigazione a centinaia di navi ogni anno.
Il passaggio di Nord-Ovest rappresenta tutt’oggi una sfida difficile e ambita soltanto da pochi navigatori molto esperti. A complicare le cose si aggiunge la sfida geopolitica tra Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo dell’Artico e delle sue risorse. Tanti sostengono che le sue acque potrebbero addirittura essere al cuore della Terza Guerra Mondiale.
Nel nostro «Diario di Bordo» cercheremo di documentare e raccontare i vari aspetti del viaggio. C’è quello ambientale, quello legatoalle variazioni metereologiche, ma anche l’avventura, compreso l’incontro con gli orsi bianchi, che restano tra gli animali più aggressivi nei confronti degli esseri umani. Cercheremo anche di capire se davvero c’è un crescita della presenza di navi russe e cinesi, come sostiene Donald Trump per giustificare le sue apirazioni sul controllo della Groenlandia. Da tempo inoltre Lifexplorer fornisce a istituti di ricerca internazionali d’eccellenza campioni d’acqua raccolta alle altitudini estreme e nel mezzo degli oceani per monitorare l’inquinamento delle microplastiche.
A bordo stiamo occupandoci dei danni causati dal freddo dell’ultimo inverno. E ciò anche se l’estate sta bruciando poco più sud: le cronache dalla tundra canadese raccontano di almeno 800 focolai d’incendio causato del caldo eccezionale che hanno costretto all’evacuazione di vari villaggi. Il ghiaccio ha invece danneggiato il nostro desalinizzatore. Se ne sta occupando Rolland, un meccanico 55enne che, come tanti da queste parti, ha sposato la causa ucraina tanto da decidere nel 2024 di andare a costruire jammer per bloccare i droni russi che colpiscono il Donbass. Il nostro motore è un Volvo Penta da 120 cavalli che funziona a meraviglia: ci affideremo a lui con 2.000 litri di gasolio per dribblare i ghiacci spinti dal vento, oppure per superare le calme artiche.

A Nome, dove si prepara la «sfida per l’Artico»: «Ospiteremo rompighiaccio e navi militari, la presenza di russi e cinesi è aumentata esponenzialmente»
Nella città più settentrionale degli Stati Uniti ci si prepara a raddoppiare la profondità dei fondali del porto: «I rompighiaccio russi sono 40, quelli cinesi 5, i nostri solo 3. E ora Mosca e Pechino fanno manovre militari congiunte, scacciando i pescherecci se si avvicinano troppo: non era mai successo»
24 Luglio 2026
NOME (ALASKA NORD-OCCIDENTALE) – Ingrandire il porto della città più settentrionale degli Stati Uniti come tappa strategica fondamentale nella sfida internazionale per il controllo dell’Artico. Le draghe sono al lavoro nei bacini di Nome per raddoppiare la profondità del fondale (si arriverà a circa 14 metri); sulle banchine si allineano migliaia di grossi massi per allungare i moli; il brusio delle ruspe si protrae per molte ore nella luce diafana della notte polare. «Sono fiero di sostenere quest’opera che ci permetterà di ospitare un numero molto maggiore di navi di grande stazza. Potranno ancorare finalmente anche i potenti rompighiaccio, che sono una necessità, visto che i russi ne possiedono decine e decine e noi invece pochissimi. Inoltre, all’occorrenza, potranno ancorarsi anche le unità addette alla nostra sicurezza nazionale, forse soltanto le portaerei dovranno restare fuori alla fonda», spiega il sindaco 65enne di Nome, Kenny Hughes, visibilmente entusiasta dei lavori.
I dati ufficiali parlano di oltre 40 rompighiaccio russi nella zona dell’Artico, almeno 5 cinesi, contro soltanto 3 americani. Per cautela il sindaco non parla apertamente di navi militari, ma il significato è ovvio: Nome è destinato a diventare un centro logistico nella nuova «guerra» per il controllo di acque, fondali, terre emerse e cieli della banchisa che si va progressivamente scongelando a causa del riscaldamento climatico.
La penisola della Siberia russa più vicina dista 289 chilometri, il Circolo Polare Artico è a 220, lo Stretto di Bering circa 170: Nome è il porto naturale per il monitoraggio Usa dell’Artico da Ovest, prima che il traffico marittimo in arrivo dall’Atlantico e dalle acque territoriali russe raggiunga il Pacifico.
Oggi piove, insistente, umido, la nebbia ristagna sulle acque basse di un mare che sino a circa 11.000 anni fa era tundra acquitrinosa e permetteva alle popolazioni locali di muoversi a piedi tra il continente americano e quello euro-asiatico. Nome ha meno di 4.000 abitanti (giunse a contarne tra i 30.000 e 60.000 al tempo della «corsa all’oro» agli inizi del Novecento), arriva a malapena a 10.000 se si aggiungono quelli della quindicina di villaggi sparsi nella regione. La gente, specialmente i nativi Inuit, è divisa tra sostenitori dei lavori del porto, che darebbero un notevole impulso anche economico a Nome, e difensori a oltranza della purezza originaria dell’«ultima frontiera» americana.
«Il riscaldamento climatico ha stravolto gli equilibri ambientali e la vita dei nativi. Dobbiamo evitare qualsisi lavoro al porto che rischia di contribuire a questi drammatici cambiamenti», ci dice la 59enne direttrice del settimanale, «The Nome Nugget», l’unico giornale della regione. A sua volta il sindaco replica che tali «cambiamenti sono naturali e gli uomini hanno tutti i diritti di continuare le loro attività».
Davanti a noi sono ancorate una trentina di chiatte cariche di pompe e setacci meccanici che servono ai cercatori d’oro per esplorare i fondali. Alcuni piccoli peschercci in alluminio aspettano gli equipaggi per salpare. Al momento siamo in tre barche a vela e uno yacht a motore in attesa che si apra il ghiaccio per la rotta verso il passaggio di Nord-Ovest. Ma ciò che conta è che presto qui potrebbero esserci unità navali da battaglia importanti.
«Negli anni più recenti abbiamo rilevato la crescita esponenziale del traffico russo e cinese sulle rotte attorno al Polo Nord. Spesso fanno anche manovre militari congiunte, scacciano i nostri pescherecci se si avvicinano troppo, e questa è davvero una novità. In questo momento di fronte a noi, presso l’isola russa della Grande Diomede, incrocia il rompighiaccio cinese Xue-Long 2 con a bordo una missione scientifica. Almeno questo dichiarano loro, ma nulla toglie possa essere in realtà una nave spia», aggiunge Lucas Stott, il responsabile del porto.
Nulla a che vedere con il periodo di dialogo e cooperazione instaurato dalla fine della Guerra Fredda. Dopo lo sfascio dell’Unione Sovietica la politica di aggressiva colonizzazione dei ghiacci voluta sin dai tempi di Stalin si era trasformata in una serie di accordi per sfruttare assieme le risorse naturali. Già nel 1987 l’allora leader sovietico Mikhail Gorbaciov in nome dell’«eccezionalismo artico» auspicò che il Nord polare si trasformasse in una «zona di pace». Nel 1996 era stato creato il Consiglio Artico con 8 membri (Canada, Danimarca/Groenlandia, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti) votato alla difesa dell’ambiente e alla cooperazione per lo sviluppo sostenibile. Ma già nel secondo decennio del nuovo millennio lo slancio di pace originario si era notevolmente smorzato.
L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha definitivamente paralizzato la cooperazione internazionale tra i vecchi nemici della Guerra Fredda e inaugurato invece l’inizio di una fase di ostilità aperta. Guerra cibernetica, droni spia, minacce ai cavi sottomarini e soprattutto lo sviluppo delle flotte militari hanno completamente cambiato le carte in tavola. Il Consiglio Artico è stato paralizzato. L’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato ha poi spinto la Russia a chiudersi ancora di più. Le aspirazioni di Donald Trump a impadronirsi di Groenlandia e Canada sono diventate apertamente bellicose nei confronti degli alleati europei. Nel suo numero più recente la rivista americana «Foreign Affairs» pubblica un analisi di Heather Conley nella quale si criticano duramente le scelte divisorie del recente passato di Trump, invocando per contro la ripresa dell’alleanza per fare fronte comune. «Tuttavia, sfiducia e paura potrebbero deragliare il processo di riavvicinamento», scrive Conley. Allarmi molto simli sollevano i due accademici americani Mia Bennett e Klaus Doods nel loro ultimo libro, «Unfrozen. The Fight for the Future of ther Artic», in cui ribadiscono che il venir meno della calotta polare sta innescando sfide epocali.
Da parte loro, specialmentre Regno Unito, Norvegia, Finlandia e Canada si stanno preparando in modo autonomo e con trattati di alleanze bilaterali. Il porto di Nome rischia così di diventare una base avanzata della marina americana munita di rampe anti-missile, esperti della guerra dei droni e molto altro.

In barca a vela attraverso lo Stretto di Bering, il punto in cui Stati Uniti e Russia sono più vicini
Diario di bordo, terza puntata: dopo circa 8 ore di viaggio siamo nel punto più vicino tra il continente americano e la Siberia russa. Qui passa la linea internazionale del cambiamento del giorno
25 Luglio 2026
STRETTO DI BERING – Salpiamo finalmente dal porto di Nome alle 5,20 di mattina orario dell’Alaska nord-occidentale. Il tempo è stupendo: il sole riscalda l’aria cristallina che ricorda le belle giornate d’inverno sulle Alpi. Ci sono due nodi di vento a favore, troppo pochi per andare a vela: proseguiamo a motore per circa dodici ore a una media di quasi 7 nodi. Le onde sono basse, procediamo spediti.

Poco dopo le 17,30 il vento cresce da sud, impetuoso, il mare si alza, nubi e nebbie avvolgono la barca: la visibilità si riduce a mezzo miglio; la superfice del mare s’increspa di onde nervose, che salgono col trascorrere del tempo. Il dato positivo è che possiamo issare randa e fiocco grazie al buon vento in poppa, circa 23 nodi. Tutto cambia, acceleriamo a oltre 9 nodi, sfioriamo i 10, la barca diventa molto più stabile con le vele gonfie.
Dopo circa 8 ore sulla sinistra appaiono la Grande e la Piccola Diomede, le due isole che marcano il confine tra Stati Uniti e Russia nel mezzo dello Stretto di Bering. Siamo nel punto più vicino tra il continente americano e la Siberia russa.

L’altra sera gli amici Inuit di Nome ci avevano ricordato che attraverso le due isole passa la traiettoria convenzionale dell’Antimeridiano di Greenwich, chiamato anche il 180esimo meridiano, che è la linea internazionale del cambiamento del giorno. Ecco perché la Grande Diomede è soprannominata dai locali «l’isola di ieri», mentre la piccola è «l’isola di domani».
Una barca a vela spagnola condotta da un capitano messicano mirava a sbarcare alla Piccola Diomede, ma il consiglio tribale locale ha detto chiaramente che non sono graditi. Un comportamento anomalo, in genere gli inuit trattano gli stranieri con grande amicizia. Noi stessi abbiamo ricevuto in regalo salmoni affumicati e vari inviti a pranzo dai locali.
Navigheremo così per almeno altre 15-20 ore, a seconda delle condizioni di mare e venti. Stiamo puntando all’ansa ridossata di Hope Point, un promontorio che ospita un piccolo villaggio Inuit, che ha meno di 700 abitanti. In passato è stato luogo di riparo per le baleniere. Non c’è porto. Poi sono attese forti raffiche di vento da nord che ci costringeranno ad attendere forse un paio di giorni. Quando il tempo migliorerà ci dirigeremo verso Capo Barrow da dove inizierà la ricerca dei passaggi per dribblare gli iceberg e i ghiacci polari.

In barca a vela tra i ghiacci del «Passaggio a Nord Ovest», l’incontro con la navigatrice solitaria Tamara Klink
La 29enne velista brasilana, nota per le sue navigazioni estreme: «Con il riscaldamento climatico, anche questo passaggio diventerà banale come la salita per la via normale all’Everest»
27 Luglio 2026
CAPE HOPE (Alaska nord-occidentale) – Scegliere di restare sola, totalmente isolata nella sua piccola e spartana barca a vela di acciaio, per 8 mesi intrappolata tra i ghiacci in un fiordo della Groenlandia settentrionale. «Uno dei momenti più drammatici fu quando camminando sul mare ghiacciato si aprì un buco e caddi in acqua sino al collo. Non c’era nessuno per aiutarmi, però riuscii a restare a galla e strisciare annaspando verso una roccia su cui feci leva con le gambe per uscire. Poi dovetti correre con i vestiti fradici a diversi gradi sottozero sulla neve lungo due chilometri per raggiungere la mia barca» racconta Tamara Klink, la navigatrice 29enne diventata famosa nel suo Paese natale, il Brasile, ma anche tra i circoli internazionali di appassionati del mare, per le sue navigazioni estreme nei climi freddi.

L’abbiamo incontrata nel porto di Nome, circa 300 miglia più a sud dal punto in cui ci troviamo in questo momento sulla via del passaggio di Nord-Ovest, dove abbiamo il tempo di scrivere mentre un forte vento da nord ci obbliga a restare ridossati e ancorati in rada.

Tamara non nasconde di essere figlia d’arte. Suo padre, Amyr Klink, alla sua età aveva effettuato la traversata dell’Atlantico in solitaria su una minuscola barca a remi dalla Namibia al Brasile in 100 giorni e quando si fece una famiglia portò spesso moglie e figli a veleggiare tra Artico e Antartico. Ma, un conto è navigare con un padre capitano esperto, e un altro è farlo da soli. «Lui mi ha sempre detto che non mi avrebbe mai aiutato. Non voleva essere responsabile di una mia eventuale sciagura, almeno così afferma. Ecco perché la prima avventura non l’ho neppure avvisato, quando a 23 anni mi sono comprata per pochi euro una scassata barca a vela in Norvegia e praticamente senza sostegni tecnici sono approdata sulle coste del Brasile», ricorda.
La scelta di farsi intrappolare nei ghiacci della Groenlandia è avvenuta in modo quasi naturale nell’inverno 2023-24, dopo l’acquisto per 40.000 euro di una barca a vela in metallo lunga 10 metri. La stessa sulla quale ci parla a Nome. E la stessa che nell’estate del 2025 le ha permesso di effettuare, sempre rigorosamente in solitaria, nel tempo record di 45 giorni il passggio di Nord Ovest dalla Groenlandia all’Alaska. Da allora ha avuto il tempo di laurearsi in architettura navale presso l’università di Nantes, in Francia.
Il suo prossimo progetto la vede impegnata verso la Siberia, ma di questo non vuole fornire dettagli. Intanto ha già scritto 4 libri e i suoi racconti sui social media sono seguiti da decine di migliaia di followers.

Ma si fa poche illusioni. «Ogni anno il riscaldamento climatico e la crescita delle crociere commerciali, accompagnata dal miglioramento esponenziale delle tecniche di misurazione dei venti, del ghiaccio e delle previsioni meteo, vedrà moltiplicarsi il numero di battelli di ogni tipi che solcheranno i mari freddi a latitudini che sino a poco fa erano riservate esclusivamente a una cerchia ristretta di esperti. Temo che tra un po’ anche il mitico passaggio di Nord Ovest, aperto 120 anni fa dal norvegese Roald Amundsen, diventerà banale come la salita per la via normale all’Everest, con centinaia di alpinisti muniti di bombole dell’ossigeno incolonnati tra crepacci e creste grazie all’aiuto di guide e portatori pagati lautamente», dice con un pizzico di tristezza.
Ma per lei navigare è vita, energia e divertimento. E ripete: «Paure? Certo tante, ma anche la felicità di superarle e dimostrare a me stessa che io giovane donna posso fare e andare dove tanti mi dicevano fosse impossibile. Ho amato l’inverno, il tempo per leggere e pensare, per scrivere. Ho apprezzato le piccole cose: il tepore della mia stufa a gasolio, la necessità di tagliare pezzi di ghiaccio dagli iceberg per farne acqua potabile, il piacere di una minestra calda e la soddisfazione di scoprire che l’organizzazione del viaggio era stata corretta. Avevo tutto ciò che occorreva con me, sono persino riuscita a consumare meno gasolio di quanto pensassi, navigando a vela dove temevo avrei potuto procedere solo a motore».

Sette ore in acque a zero gradi per un chilo d’oro: la scommessa di Zakharia Bloom nel Mare di Bering, sulle orme dei pionieri
29 Luglio 2026
POINT HOPE (ALASKA NORD-OCCIDENTALE) – «Amo cercare l’oro in questa che chiamano l’ultima frontiera dell’Alaska. Le regole sono ridotte al minimo. Sei libero di fare ciò che sogni, si fanno contratti sulla base della buona fede, senza burocrazia, senza scartoffie: ci si stringe semplicemente la mano con la fiducia che si manterrà la promessa data. Guadagna chi lavora sodo ed è pronto a rischiare, perdono quelli che non si mettono in gioco». Sembra davvero credere alle sue parole Zakharia Bloom, con la freschezza del neofita e l’impeto dei suoi 38 anni, in maggio ha lasciato sia il lavoro di consulente finanziario che la sua abitazione nella Carolina del sud e con la fidanzata Emily si è trasferito a Nome per cercare fortuna sul fondo del mare di Bering. «Lo sognavo da quando ero bambino dopo avere visto una serie di film sull’epopea della ricerca dell’oro in Alaska alla fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Allora gli avventurieri scavavano lungo i fiumi e vicino alle spiagge. Ma adesso si lavora su draghe e chiatte per setacciare il fondo del mare. Una sfida ancora più difficile», mi racconta sul ponte della sua chiatta costruita in ferro e legno.

I sistemi sono primitivi. Una cabina minuscola per riparo, due fuoribordo a poppa e nel centro le pompe per aspirare il terriccio dal fondo, che viene portato in superfice e esaminato con meccanici setacci rugginosi destinati a separare il metallo prezioso da sabbia e sassi.
Quattro palombari, tra cui lui stesso, camminano sui fondali a 5-6 metri di profondità con le idrovore in mano per giornate interminabili. «Stiamo in acqua a temperature vicine allo zero anche sette o otto ore di seguito. Le mute sono riscaldate con acqua calda pompata dalla barca. Ma alla fine della giornata arrivi esausto», continua.
I guadagni? «Dipende, dalla fortuna, dalla possibilità di avere le somme per ottenere le licenze di scavare in aree già affittate da altri dove è nota la presenza dell’oro, ma anche dalla volontà di cercare in libertà dove nessuno impone limiti», risponde. Il suo contratto prevede che il 40 per cento del ricavato vada al proprietario della chiatta, che gli cede anche l’utilizzo di un’abitazione, un veicolo e il cibo per sostenersi per il periodo dell’accordo. «Tra tasse, spese e affitti ognuno di noi ha guadagnato circa 10.000 dollari netti in due mesi. Abbiamo ricavato quasi un chilo d’oro. Speriamo di ottenere risultati migliori più avanti. Comunque meglio prendere questi soldi in libertà, che non una somma anche più alta, ma in un ufficio in città», ribadisce Zakharia. Ne scrivo mentre la nostra barca si trova ancora alla fonda presso un ridosso poco riparato di Point Hope. Scrivere aiuta a fare passare il tempo e presto ci sarà altrò da raccontare.
A Nome tutto parla ancora del periodo magico della «Febbre dell’Oro» nello scorcio dell’Ottocento, quando in pochi mesi le sparse capanne di Inuit locali vennero invase da oltre 20.000 pionieri, che ai primi del Novecento erano diventati circa 60.000.

In un pugno di settimane vennero fondate sei banche, furono costruiti saloon, case da gioco, empori, strade, negozi. Nome divenne famoso in Alaska per le case chiuse e le prostitute che si facevano pagare con schegge di pepite. Poi venne una tempesta che sconvolse le costruzioni sulla spiaggia, ci furono gravi incendi, qualcuno fece davvero fortune miliardarie, ma tanti altri si ritrovarono più poveri di prima. L’entusiasmo della ricchezza facile e veloce si arenò nella delusione dei fallimenti.

Una trentina d’anni fa la «febbre dell’oro» è tornata, ma in forme più limitate e questa volta rivolta al mare. Il sindaco di Nome ci mostra i resti rugginosi di un sottomarino artigianale abbandonato lungo il molo, dove oltre un ventennio fa uno sparuto gruppo di illusi intraprendenti cercarono di immergersi più nel profondo. Fecero solo un’uscita disastrosa. Riuscirono poi a salvarsi per il rotto della cuffia quando l’acqua iniziò a penetrare dallo sportello difettoso.

Qui a Point Hope le memorie recenti di questi incontri sono già immelanconite dal tempo grigio, dai venti da nord che bloccano la via verso il Passaggio di Nord-Ovest. Di fronte a noi c’è un villaggio Inuit con le testimonianze di oltre 2.500 anni di caccia alle balene. Dalla nostra barca vediamo sulla spiaggia scura i resti delle ossa dei cetacei, i locali le utilizzano anche per fare i recinti delle loro case. Nessuno esce dal perimetro del villaggio senza il fucile, gli orsi bianchi si muovono lungo le coste. Noi comunque non possiamo attraccare, la spiaggia è ripida, ci sono forti correnti, l’onda lunga rende complicato ogni approdo. Non resta che attendere.

Il freddo eccezionale dell’ultimo inverno ritarda il ritiro dei ghiacci, non vediamo navi da guerra né mercantili
Negli ultimi anni a causa del riscaldamento climatico il passaggio di Nord Ovest a capo Barrow era già percorribile a metà luglio, ma adesso il ghiaccio lo blocca ancora
2 Agosto 2026
ICY CAPE (Alaska nord-occidentale) – Niente, ancora non si passa. Negli ultimi anni a causa del riscaldamento climatico il passaggio di Nord Ovest a capo Barrow era già percorribile a metà luglio, ma adesso il ghiaccio lo blocca ancora. Una barca di spagnoli che ci precede di un paio di giorni ha tentato più volte di forzare ed ha dovuta fermarsi. Il freddo eccezionale dell’ultimo inverno sta ritardando il ritiro dei ghiacci. Ma abbiamo deciso comunque di tentare nelle prossime ore. Il vento che soffia da sud sembra offrire qualche spiraglio, il ghiaccio si sta rompendo: dovremo forse dribblare qualche accumulo e fare attenzione alle lastre che ancora rendono infida la navigazione nel punto più settentrionale dell’Alaska.
Dal 24 luglio al primo agosto abbiamo percorso circa 500 miglia marine dal porto di Nome quasi sempre a vela. Ora siamo ancorati in due e metri e mezzo d’acqua in una gigantesca laguna ben protetta creata dalla foce del fiume Nokotlek. Una delle centinaia che percorrono questi territori alla fine del continente americano. Il cielo resta lattiginoso, la temperatura oscilla tra gli 8 e 10 gradi sopra lo zero. Domina la tundra umida del grande nord e con essa nei mesi estivi imperversano le zanzare. Sono onnipresenti, fastidiose, aggressive, soltanto le folate di vento più forti riescono ad allontanarle.
Siamo talmente occupati dalla necessità di organizzare la rotta e gestire la barca che le cronache dal mondo diventano remote.
Il radar segnala solo un pugno di imbarcazioni nell’arco di centinaia di miglia, il mare e la terra sono vuoti di uomini. Sappiamo che qui avanti ci sono un paio di basi militari americane mal segnate dalle mappe, poco a sud dalla nostra barca sembra siano state approntate alcune piste di atteraggio per gli aerei. Sappiamo che Donald Trump ha la passione per i rompighiaccio e vorrebbe intensificare la presenza americana sulle rotte artiche. Ma per adesso qui è tutto fermo, non si vedono navi da guerra e neppure traffico mercantile, se non tre o quattro piccole unità commerciali che arrancano tra gli iceberg per portare rifornimenti ai pochi villaggi Inuit sino al confine col Canada.
La costa bassa è un lungo susseguirsi di lagune, dune sabbiose, estuari fatti a dedalo, in cielo gabbiani e oche artiche, ogni tanto il passaggio di balene e foche che fanno capolino tra le onde. Il mare è blu scuro, spesso si confonde con l’orizzonte striato con infinite tonalità di grigio. I giorni di vero sole si contano sulle dita di una mano. E la notte non è mai davvero buia, rimane due o tre ore: un chiarore poco più scuro del giorno. Gli Inuit locali ci dicono che l’estate è il periodo dei suicidi, perché d’inverno si è troppo occupati a sopravvivere, mentre la luce infinita dell’estate invita a perdere tempo, tirare tardi a bere alcoolici sino a perdere la cognizione delle ore.

Oggi siamo scesi a terra con difficoltà, i bassi fondali rendono complicato l’accesso dal tender alle strisce di sabbia emersa. Sulle rive le dune non riescono a coprire i tronchi resi biancastri dalla salsedine, gli uccelli depongono le uova tra la vegetazione bassa, non si vede neppure un albero. Ogni tanto s’incontrano resti di plastiche, vecchi copertoni d’auto, immondizie gettate in mare in un altro luogo del Pianeta.
Approfittando del pescaggio limitato della nostra barca con la chiglia di alluminio rinforzato utilizziamo queste lagune come ripari dal ghiaccio e dalle onde. Passiamo in meno di due metri d’acqua: una sicurezza se i venti dovessero tornare a spingere la banchisa polare verso le coste. Qui davanti a una quarantina di miglia c’è Point Franklin: famoso per le 33 baleniere che vi rimasero schiacciate nel 1871 e poi per un incidente simile nel 1898, quando 265 balenieri vennero salvati dopo il naufragio delle loro navi grazie all’intervento di un manipolo di soccorritori che marciarono per 99 giorni nella tundra gelata, tra dicembre marzo, con oltre 350 renne che servirono per sfamare i marinai stremati.
Scrivo mentre il vento sta rinforzando, le foto satellitari diffuse in tempo reale ci danno speranza, il ghiaccio è spinto a nord. Partiremo domattina alle cinque, se poi la fortuna dovesse persistere superato Point Barrow non ci fermeremo nel suo approdo protetto, ma cercheremo di filare in direzione del Canada.

Rumori ovattati, mare bianco ghiaccio e il grigio delle nebbie: l’immensità remota di Point Barrow
Il Polo Nord è a meno di 3 mila chilometri, la mente torna all’epopea alla corsa verso i Poli e alle sfide dei navigatori-sognatori dell’Ottocento
5 Agosto 2026
POINT BARROW (Alaska settentrionale) – Improvvisamente il mare s’imbianca di ghiaccio, che luccica col sole e invece ingrigisce all’arrivo delle nebbie. Sino a poco fa prevalevano l’acqua verde e i cieli quasi sempre imbronciati del grande nord. Ma adesso siamo entrati nell’atmosfera diafana e irreale dei ghiacci artici, il Polo Nord è a meno di 3.000 chilometri: l’avventura diventa davvero remota, con archi di luce chiara disegnati nell’aria, il mare a tratti calmo come fosse un lago chiuso, quasi oleoso.
Eppoi rumori ovattati, stormi d’uccelli bassissimi a pelo del liquido immobile, foche che passano silenziose, una balena emerge a tratti parallela alla nostra barca. Ma soprattutto lasciano senza respiro le forme degli isolotti di ghiaccio. Quelli della neve dell’ultimo anno sono bianchi candidi, ma più numerosi appaiono i pezzi di banchisa antichi, più spessi, con meno ossigeno e quindi più pesanti, con propaggini che vanno nel profondo e s’incagliano in questo mare sempre basso dai fondali sabbiosi, che creano secche infide alla navigazione.
Non sono iceberg, quelli li incontreremo più avanti, in concomitanza delle montagne del Canada a picco sui canali stretti del Passaggio di Nord Ovest, oppure navigando presso gli immensi ghiacciai della Groenlandia che alla fine della loro corsa generano cadute di seracchi nella Baia di Baffin. Piuttosto si presentano come grumi multiformi, con disegni che sembrano sculture astratte, oppure ricordano animali, zampe di neve dura, teste appoggiate, schiene curve su cui si posano stormi di pulcinelle di mare e sterne.
Di fronte a questa immensità tanto remota viene spontaneo ripensare ai racconti drammatici dell’epopea alla corsa verso i Poli e la sfida per il Passaggio di Nord Ovest tra gli esploratori-navigatori-sognatori dell’Ottocento. I marinai che impazzivano nel labirinto di solitudine e freddo, i loro naufragi, gli inverni a meno cinquanta gradi in ricoveri di fortuna, e i tentativi di ritorno in marce forzate trascinandosi le scialuppe da utilizzare come ricoveri sul pack e mezzi per sfuggire alla morte.
Va subito detto che la nostra navigazione è facilitata dai sostegni delle nuove tecnologie e della comunicazione globalizzata. Sulla nostra barca a vela vediamo l’andamento dei venti, delle correnti, del ghiaccio in modalità che permettono di ragionare sulla navigazione.
Il collegamento continuo con Starlink nautico aiuta a pianificare i tempi degli spostamenti e le rotte. E infatti sapevamo già da giorni che a luglio la via per Point Barrow, il punto più settentrionale dell’Alaska che arrivando dal Pacifico conduce al mare di Beaufort e quindi alle coste del Canada, era bloccata. Da queste parti il micro-clima degli ultimi mesi è stato particolarmente rigido. Ma questo dato non deve istillare false illusioni ai negatori del mutamento climatico. Tutt’altro. La triste realtà è che i Poli continuano a scongelarsi a velocità inusitata, il pack artico si riduce globalmente di anno in anno e ciò conduce alla frantumazione della calotta polare.
Negli anni scorsi Point Barrow era transitabile già a metà luglio, come del resto accadeva un poco più tardi anche nell’Ottocento, quando le baleniere venivano in queste acque ricche di prede per tutto agosto sino ai primi di settembre. Ma negli ultimi mesi la banchisa si è spezzata più del solito e i suoi frammenti, spinti da venti e correnti, si sono incuneati verso queste zone. Arrivati da Nome a Icy Cape il primo agosto, ci siamo dovuti fermare di fronte a una barriera di ghiacci infidi e impenetrabili, che spinti dalle onde potevano creare gravi danni al nostro scafo e persino intrappolarlo lungo la costa. Per due giorni abbiamo provato a passare e siamo stati costretti a tornare al nostro rifugio in una laguna di bassi fondali sabbiosi ridossati. C’è stato anche un momento di preoccupazione quando, sollevata la deriva mobile, la chiglia ha strisciato in un metro e mezzo d’acqua fangosa e fredda meno di tre gradi.

Ma il 4 agosto mattina la situazione è totalmente cambiata. Un costante vento da Est ha spostato i ghiacci e noi siamo filati a motore contro dieci nodi di vento per oltre 40 miglia sino alla sottile lingua di terra che caratterizza Point Barrow. Lo notavano anche i diari dei grandi navigatori: poche ore di vento e correnti marine potevano mutare in modo radicale lo scenario dei ghiacci. Il Duca degli Abruzzi e i suoi uomini furono tra i tanti a raccontarlo di continuo: momenti di disperazione caratterizati dalla sensazione di essere intrappolati per sempre potevano trasformarsi dell’euforia della speranza.
Poteva avvenire anche il contrario, in un altalenare schizofrenico di ottimismo e pessimismo che andava temperato dalla moderazione dell’esperienza, nella consapevolezza dei problemi da risolvere di continuo. Adesso stiamo filando lungo l’estremo lembo dell’Alaska, dove le coste acquitrinose sono segnate dagli estuari dei grandi fiumi del nord. Sarà così sino al confine col Canada e anche oltre. Il motore diesel corre a una velocità media di sei nodi, il vento contrario oscilla tra i 10 e 13 nodi. Banchi di fitte nebbie di alternano a tratti di luce limpida col sole immobile, che scema appena, senza morire mai tra l’una le tre di notte. Il barometro segnala bel tempo. Gli strumenti indicano la presenza di poco ghiaccio, si può procedere.

Nel mare di Beaufort a caccia di microplastiche, che invadono anche l’Artico più remoto
Come si misura lo stato di inquinamento nei mari dell’Alaska e le conseguenze per mari e ghiacci
7 Agosto 2026
MARE DI BEAUFORT (Alaska settentrionale) – Come misurare lo stato di inquinamento da microplastiche nell’Artico, che pure è considerato uno dei mari più incontaminati del nostro pianeta? L’operazione pratica iniziale dura quasi tre quarti d’ora. Viene gettato in mare e trainato dalla barca in movimento (la velocità non supera i tre nodi) un bocchettone di metallo sorretto da due galleggianti, che gli addetti ai lavori chiamano «manta» per la somiglianza con il pesce che utilizza la grande bocca per ingerire plancton.
Lo strumento sta in superfice e raccoglie in mezz’ora circa 80.000 litri d’acqua, che viene convogliata e filtrata in una manica microforata alla fine della quale residui confluiscono in un sacchetto rete che contiene il campione. Al termine si issa tutto a bordo, il contenitore viene essiccato e sigillato con il campione e alla fine del viaggio in Groenlandia verrà spedito ai laboratori della Ocean Eyes, la fondazione di monitoraggio degli oceani con sede a Ginevra che esaminerà il contenuto e condividerà i risultati con altri istituti internazionali.
«Sono ormai parecchi anni che collaboriamo con Ocean Eyes. Abbiamo effettuato prelievi in varie località del Pacifico, tra le quali la tristemente celebre isola di plastiche nota come la Great Pacific Garbage Patch, che raccoglie un immenso accumulo di rifiuti galleggianti e microplastiche vasto almeno tre volte la Francia», racconta il nostro capitano Alberto.
A occhio nudo ciò che si vede qui nel mare di Beaufort pare molto meno impattante dei garbugli di plastiche e frammenti di reti da pesca in nylon che la barca di Alberto aveva raccolto poche settimane fa nel Mare di Bering e lungo il le rotte del nord Pacifico. «Ma in verità è molto presto per dire. Soltanto i laboratori potranno fornirci risultati scientifici affidabili sui campioni filtrati dell’acqua», spiega.
È comunque un fatto che gli studi degli ultimi decenni hanno dimostrato la crescita della presenza di microplastiche purtroppo anche nell’Artico più remoto. Pare che le fibre sintetiche, in particolare il poliestere, si attacchino ai ghiacci, che funzionano da accumulatori e seguono le correnti. Alberto sostiene che la scelta di avere gettato la Manta di bordo proprio di fronte a una delle zone artiche più costellata di piattaforme di estrazione del gas e del greggio delle compagnie petrolifere americane, come Hilcorp, ExxonMobil e ConocoPhillips, sia puramente casuale.

Ma è un dato che dopo una decina di giorni di navigazione dal porto di Nome questa è la prima area dove vediamo la presenza di giganteschi impianti industriali di estrazione di idrocarburi che operano nel più grande giacimento di tutto il continente nord-americano. Più lontano, verso la zona delle grandi pianure alluvionali e lungo poche strisce di sabbia, avevamo scorto a fatica col binocolo antenne e radar militari che provano la crescita della presenza nella regione dell’esercito statunitense in risposta all’intensificarsi delle attività russe e cinesi nell’Artico nord-orientale.
Le comunità degli abitanti locali sono in genere divise tra sostenitori e oppositori delle compagnie petrolifere, le quali dal 1976 ricambiano versando a tutti indistintamente i residenti dell’Alaska circa mille dollari di sussidi annuali a persona (nel 2022 sono arrivati a ben 2.621 dollari a testa). Non mancano aiuti per le municipalità. Quella del villaggio di Kartovik, dove ci stiamo dirigendo, conta meno di 300 abitanti, ma ha ricevuto in regalo una grande piscina riscaldata e altri contributi per le strutture pubbliche.
Anche la piccola baia di Cross Island, dove ci siamo temporaneamente ridossati per una notte e dalla quale si vedono almeno quattro isole artificiali estrattive irte di torri e ciminiere, ospita alcune capanne che fungono da campo estivo per i locali cacciatori di balene finanziato dalle compagnie petrolifere. Il progressivo scioglimento dei ghiacci faciliterà inevitabilmente lo sviluppo dei campi di trivellazione con nuove strade e terminali portuali.

Donald Trump lo aveva voluto già durante il primo mandato. Poi Joe Biden aveva congelato l’intero progetto di sfruttamento intensivo dell’energia dell’Artico. Ma il 17 dicembre 2025 ancora Trump ha revocato quei divieti, allargando tra l’altro i diritti di estrazione a ulteriori cinque milioni di ettari di zone che erano state dichiarate protette in precedenza. Non mancano gli oppositori. Le organizzazioni ambientaliste danno voce ai locali che temono la fuga degli animali come caribù, renne e la fauna più piccola. Anche le balene potrebbero cercare nuove rotte, mettendo a rischio forme di vita e sostentamento dalle tradizioni millenarie.

Navigando nel ghiaccio tra Alaska e Canada assistiamo all’irreversibile scioglimento della calotta polare
Questi «tappi» di lastroni antichi, che ci rendono difficile la via e a volte rimbombano ostili sul nostro scafo di alluminio rinforzato, non sono altro che i rimasugli del Pack
10 Agosto 2026
CLARENCE LAGOON (Canada settentrionale) Nell’arco di una manciata di secondi passiamo dal mare quasi aperto al muro di ghiaccio impenetrabile. Lo scafo scivola silenzioso in un labirinto di canali. Attorno a noi sonnecchiano enormi lastroni di pack, ma anche pezzi di ghiaccio appena affioranti, tratti compatti come fossero ancora banchisa, bassi e levigati con appena piccoli guanciali candidi segnati dall’acqua piovana, e poi tocchi bluastri, grigi e bianchicci, spesso quasi trasparenti in uno stato di semiscioglimento. Prevale però il ghiaccio vecchio, nerastro, potrebbe essersi formato decenni fa e soltanto adesso sta mollemente galleggiando verso la sua inevitabile estinzione. Lo riconosci subito: è sporco di sabbia, a tratti spugnoso, i granellini scuri e le zolle portati dal vento creano una patina sottile che penetra sotto la superfice come creando uno strano effetto dune. Sono polveri sottili, arrivano dai deserti, ma anche dalle zone inquinate del Pianeta. Alcuni accumuli di ghiaccio vecchio prendono la forma di isole sabbiose, come fossero grumi di terre emerse o scogli affioranti, che però non appaino sugli strumenti di navigazione. Procediamo in un mondo in disfacimento, con le onde intrappolate e le calme artiche capaci di paralizzare persino gli effetti del vento. L’aria rarefatta confonde: vedi una grande montagna all’orizzonte, come fosse distante decine di miglia, però poi la raggiungi in cinque minuti per scoprire che in effetti è soltanto un piccolo blocco di ghiaccio un poco più ripido e alto degli altri. Le distanze si fanno irreali, impossibile calcolare, ti ritrovi a galleggiare contando soltanto sugli strumenti di bordo e semmai sul raggio visivo ridotto a un area di una cinquantina di metri.
La triste verità resta che nelle zone più difficili, dove navigare richiede la continua concentrazione del timoniere esperto, stiamo assistendo in modo diretto e tangibile all’irreversibile scioglimento della calotta polare. Noi su questa barca a vela, che procede col suo Volvo Penta da 120 cavalli borbottante a bassi giri per limitarci a circa 5 nodi di velocità, ci accodiamo al suo mesto funerale.

Le foto satellitari e gli studi degli ultimi anni forniscono conclusioni impietose: dal 1979 il ghiaccio del nostro Pianeta è diminuito di oltre il 40 per cento, il Polo Nord si sta semplicemente liquefando. E l’erosione pare destinata a continuare. Noi ne siamo i testimoni diretti: urge raccontare, spiegare. Vale la pena di ripeterlo un’altra volta: questi «tappi» di lastroni antichi, che ci rendono difficile la via e a volte rimbombano ostili sul nostro scafo di alluminio rinforzato, non sono altro che i rimasugli del Pack. Più a nord e soprattutto verso le coste della Siberia russa ci sono ormai larghi tratti di mare aperto alle navigazioni dei cargo commerciali, come anche delle flotte da guerra: si potranno impiantare nuove piattaforme per l’estrazione di greggio e gas, ci sarà modo di allargare le rotte e di triplicare la rete di cavi sottomarini. È ormai scattata da tempo la corsa per le risorde dell’Artico.
Donald Trump vuole il Canada e già abusa della Groenlandia, manda arbitrariamente le compagnie americane a scavare e lavorare, per l’Europa si tratta di una sfida vitale. La Russia apre le sue rotte alla Cina, i loro rompighiaccio garantiscono l’agibilità del passaggio di Nord Est per tutto l’anno. Ma il passaggio di Nord Ovest è aperto solo per due o tre mesi d’estate. Da quasi 30 giorni il radar sulla nostra rotta registra l’assenza di navi commerciali. Tra le barche da diporto provenienti da Ovest siamo in testa alla piccola pattuglia di unità che ci stanno provando in velocità. Quelle che arrivano da Est non sono ancora giunte dalle nostre parti. Le correnti e i venti di quest’anno hanno spinto i pezzi del pack in disfacimento verso il continente americano. Il risultato è di fronte a noi: ci imbattiamo in difficoltà tra Point Barrow e le coste settentrionali del Canada, dove le baleniere nell’Ottocento avevano vita più facile.

La nostra rotta deve adattarsi alle circostanze. «Noi staremo al largo, dove però il ghiaccio è molto più spesso. A voi però conviene navigare molto vicino alla costa», ci ha consigliato il rompighiaccio canadese che questa mattina (9 agosto) stavamo seguendo in direzioine di Herschel Island. Il ragionamento è molto semplice: i lastroni più grandi si bloccano quando il fondale sale a 7-8 metri dalla superfice. Il rompighiaccio pesca oltre 4 metri, il suo capitano resta al largo e cerca di passare dove il ghiaccio è più sottile per sfondarlo, questo però una volta frantumato rischia di danneggiare sia la nostra elica che i due timoni a poppa. Non ci conviene quindi restare nella scia. L’alternativa, per noi che peschiamo un metro e settanta, è evitarla e invece navigare molto vicini alla costa, dove i bassi fondali fermano il fronte della banchisa frantumata.
Il problema diventa adesso fare attenzione al profondimetro, cosa che avevamo già fatto per trovare rifugio nei golfi protetti ma poco profondi prima di Point Barrow. Partiti dal nostro ormeggio al largo del villaggio di Kaktovik verso le otto di mattina del 9 agosto alle tre del pomeriggio siamo entrati nelle acque territoriali del Canada assieme a una barca a vela con il capitano messicano. Il ghiaccio si è fatto via via più vicino alla costa. Per lunghe ore la navigazione è diventata una stressante serie di correzioni di rotta e pause per cercare la via migliore tra i mini-iceberg di fronte a noi. Ma è stato sempre più necessario avvicinarci ai bassi fondali.

A un certo punto la barca del messicano ci attende e si mette nella nostra scia. Via radio indichiamo loro le eventuali variazioni della profondità, che si mantiene sui 5 metri. La cartografia risulta inaccurata, secondo la strumentazione saremmo giù sulla costa, che però appare a occhio nudo a circa un miglio da noi. Il dato curioso resta che in questo punto nell’Ottocento pescavano le baleniere in agosto e gli anni scorsi i navigatori del passaggio di Nord Ovest erano transitati in relativa tranquillità.
I momenti di adrenalina alle stelle, quando le incognite mettono in forse la navigazione in un ambiente tanto ostile, si alternano alle attese snervanti costretti nel totale immobilismo. Personalmente li vivo con grande fastidio. Abituato da inviato di guerra a muovermi quasi sempre in autonomia e con grande dinamismo, oggi mi trovo a dovere sottostare a situazioni che non controllo e dove la pazienza diventa una regola determinante del successo. «Sono le leggi del mare, specie in barca a vela. A me è capitato di dover trovare ripari alla fonda durati poi intere settimane per evitare i tornadi nel pieno del Pacifico. Adattarsi alle regole del vento significa anche sapere aspettare. L’Artico segue le stesse logiche, è soltanto molto più difficile», spiega il comandante Alberto. Lo accetto obtorto collo. Una grave forma di sciatica alla gamba destra mi aveva costretto al poco o nullo movimento nelle prime due settimane della nostra navigazione. L’immobilismo dei preparativi a Nome e le attese dopo Point Barrow erano state ottimi viatici per la cura. Ma adesso le gambe ferme da un mese iniziano a formicolare. Il bisogno vitale di moto urge con il trascorrere dei giorni. I muscoli addormentati e la noia delle attese influiscono sul morale, si diventa irascibili, scema l’ottimismo.
Il passaggio in Canada aveva ridato le speranze. Ma nel tardo pomeriggio è arrivata la doccia fredda: la via è chiusa anche a ridosso della costa. Niente da fare. Alle sei del pomeriggio i messicani gettano l’ancora in 6 metri d’acqua, noi appena più ridossati in 4. Ma cambia poco. Non c’è vento, l’acqua è pietrificata come fosse vetro, non si muove neppure un refolo, le bandiere sono come drappi morti.

«Passaggio a Nord Ovest», la lotta di 12 ore per superare il blocco di ghiaccio sul confine marino tra Alaska e Canada
«Ci sono stati momenti in cui la via sembrava totalmente chiusa, davanti e dietro. In aiuto la barca a vela di un imprenditore messicano»
12 Agosto 2026
HERSCHEL ISLAND (Canada settentrionale) – Alle giornate di attesa e tedio si avvicendano quelle di pura adrenalina. Per lunghi periodi siamo costretti ad attendere alla fonda che i venti e le correnti ci aprano la via tra i ghiacci. Per noi navigatori superconnessi alla rete, aiutati dai collegamenti satellitari la sfida è minima, rispetto a quella dei marinai delle baleniere e degli esploratori che nell’Ottocento trascorrevano anni interi bloccati nel pack sperando che il tepore estivo permettesse loro di uscire dalle trappole del freddo. Tanti non ci riuscirono, altri furono costretti a massacranti marce nel gelo abbandonando i loro vascelli stritolati dalla pressione del ghiaccio diventato cemento.
«Non ci sono dubbi che passeremo. Si tratta di aspettare il momento migliore e individuare i canali giusti per passare i tappi più spessi», continua a ripetere Alberto, il nostro capitano. I comandanti dell’Ottocento organizzavano rigorosamente il tempo delle loro ciurme non solo per garantire la vita a bordo per i lunghi mesi di totale immobilità, ma anche per evitare che tedio e noia avvelenassero il morale degli uomini. I britannici erano famosi per i giornali di bordo, le partite di calcio sulla neve e soprattutto le periodiche rappresentazioni teatrali. Per noi quattro a bordo di Lifexplorer ci sono letture, ottimi pranzi cucinati dal nostro chef, Giovanni architetto di Vicenza, e interminabili serate sul laptop per studiare le foto satellitari dei ghiacci di fronte a noi. Ma sono pause relativamente corte, al massimo 3 o 4 giorni, nulla a che vedere con i due interi anni di fermata che per esempio rallentarono Roald Amundsen sulla strada della sua «prima» per il passaggio di Nord Ovest tra il 1903 e 1906.
Ad oggi, le nove di sera del 11 agosto, sembra che la zona più difficile sia stata superata. «Il peggio pare sia passato, ora troveremo mare più facile con forse ancora qualche problema nel Golfo di Amundsen, tra circa 200 miglia», conferma Alberto. Abbiamo vento contrario, il mare libero permette la formazione di onde rabbiose che scuotono lo scafo. Ogni tanto grossi blocchi di ghiaccio ci passano di fronte alla prua.
Nulla però a che vedere con i cinque giorni precedenti a soprattutto la giornata di ieri, quando per almeno 12 ore abbiamo lottato per superare il blocco di ghiaccio sul confine marino tra Alaska e Canada. Ore difficili, tutti sul ponte, con i due droni di bordo utilizzati per monitorare i piccoli canali di fronte a noi, il canotto a motore come aiuto e le lunghe pertiche con le punte metalliche a spostare i blocchi più leggeri. Ci sono stati momenti che la via sembrava totalmente chiusa, davanti e dietro. Con noi anche Diablesse, la barca a vela di un imprenditore messicano con marinai spagnoli e del suo Paese, pronti a unire le forze per uscire al più presto. La loro barca ha l’albero di circa 30 metri, più alto del nostro, un loro marinaio viene issato sulle crocette per indicare la strada. Il collegamento via radio è continuo. Andatura media sui due nodi, con il timoniere intento a zigzagare di continuo. Temperatura dell’aria sui due gradi, dell’acqua tra zero e uno.
Verso le diciassette i blocchi si fanno più radi, quindi il mare diventa più libero, simile a quello che ci aveva fatto tirare il fiato dopo il «tappo» di Point Barrow. Ma è un sollievo solo temporaneo: già stiamo pregustando l’acqua tranquilla, che tra un paio d’ore dovrebbe attenderci nella baia di Herschel Island, quando io che ho appena preso il timone non vedo un blocco di ghiaccio semisommerso e provoco l’incidente. Lo scafo si paralizza all’improvviso, l’impatto a prua è violento. «Potrenmmo avere rotto elica e timoni. Il nostro viaggio è finito», urla Alberto mentre si precipita nella sala motori e a prua per verificare non ci siano falle. Sono momenti di preoccupazione e quasi panico. Le pertiche appuntite non riescono a smuovere il blocco, che si è incastrato tra i due timoni per la larghezza dello scafo, nella sezione protetta dell’elica e la poppa. Mettiamo in acqua il nostro gommone. C’è sgomento, rabbia, frustrazione. I pensieri sono neri: come potremmo fare le riparazioni in questo angolo remoto?
Sopraggiunge Diablesse, che collabora al soccorso. Lentamente liberiamo a colpi d’asta il timone di dritta. Poi la barca viene trainata da prua sperando che la pressione dell’acqua aiuti. Sembra non serva. Ma infine le nostre preghiere in qualche modo funzionano: il blocco sale in superfice, come un mostro attaccato alla poppa, quindi si stacca e se ne va mollemente alla deriva. Accade il miracolo: l’elica gira, i timoni funzionano. Sono graffiati, la parte superiore della pala sinistra si è parzialmente piegata mettendo in atto il sistema di frammentazione previsto per evitare che queste collisioni danneggino la struttura dello scafo. Infatti, l’impatto non ha pregiudicato l’efficienza dell’imbarcazione. Davvero non sembrava possibile, la barca ha tenuto. Riprendiamo la navigazione, certo più timorosa, la velocità scende da quasi sette nodi a quattro. Adesso sono di guardia a prua, m’inquieto anche alla prima bava di ghiaccio bagnato di fronte a noi. Dall’incubo al sollievo. Il cielo si fa nero, la superfice è uno specchio che riflette le nuvole, le ore sono interminabili. Comunque arriviamo, a mezzanotte locale gettiamo l’ancora di fronte alle casette in legno di Herschel Island. Domattina prenderemo contatto con le autorità canadesi. Ora termino di scrivere. Le onde di prua fanno vibrare la barca.

Assistere agli effetti del cambiamento climatico a Herschel Island: «Il clima è mutato rapidamente, passiamo da caldi estremi a grandi geli in pochi giorni»
Tutta l’area è diventata acquitrinosa, larghe pozzanghere hanno costretto a costruire un sentiero in legno sopraelevato per facilitare i movimenti delle persone
14 Agosto 2026
HERSCHEL ISLAND (Canada settentrionale) Non serve essere scienziati per rilevare gli effetti del riscaldamento climatico negli ultimi anni sulla rotta del Passaggio di Nord Ovest. I cambiamenti si vedono subito arrivando in qualsiasi nucleo urbano, anche il più minuscolo villaggio, dove gettiamo l’ancora: molte abitazioni, specie le più vecchie costruite in legno, sono stortate e fessurate dalle fondamenta che sprofondano nel terreno sempre più molle. Dove prima il permafrost garantiva la solidità delle zolle e la tundra restava rigida anche nella breve estate, che già a metà settembre tende a diventare inverno, oggi imperano acquitrini e fango.

Lo avevamo già notato imbarcandoci a Nome ai primi di luglio che pararecchie delle abitazioni rimaste dall’età della «corsa all’oro» di quasi un secolo e mezzo fa erano strutturalmente instabili. Ma qui nel piccolo agglomerato di Herschel Island, dove i balenieri americani a fine Ottocento avevano installato un loro centro di assistenza invernale per le navi e le ciurme intrappolate dai ghiacci, lo spettacolo è ancora più evidente.

Tutta l’area è diventata acquitrinosa, larghe pozzanghere hanno costretto a costruire un sentiero in legno sopraelevato per facilitare i movimenti delle persone. Anche le baracche delle toilette sono accessibili sulle passerelle, come fossimo a Venezia durante l’acqua alta. A sottolineare la questione è il piccolo gruppo di ricercatori canadesi e tedeschi che ci accolgono appena approdati sulla riva ghiaiosa dal tender della nostra barca. Pensavamo di dover passare di qui per segnalare il nostro arrivo dall’Alaska statunitense ai funzionari doganali locali. Ma è invece il sessantenne Cameron Neckert, un biologo canadese che da oltre 30 anni viene in quest’isola per i campi di studio estivi, a registrare distrattamente il nostro arrivo, ripetendo che «comunque è solo una formalità» nelle regioni di transito periferico.
«Siamo nel bel mezzo di cambiamenti epocali. Da queste parti il clima non è mai mutato tanto rapidamente, siamo il termometro della Terra. È vero che il nostro Pianeta non è mai stato lo stesso. Ma ai nostri giorni ciò che più colpisce è la rapidità dei fenomeni e la loro imprevedibilità. Si passa da caldi estremi a grandi geli nell’arco di pochi giorni. Possiamo anche avere stagioni più fredde di quelle di mezzo secolo fa, come è avvenuto nell’ultimo inverno dalle nostre parti, ma il problema è che non sono più prevedibili, subiscono sbalzi repentini, e comunque la tendenza resta verso il caldo», spiega lo scienziato. Da biologo specializzato sulla flora locale, lui è restio a trarre conclusioni generali. Ma le sue osservazioni sono più che allarmanti.

«Nell’arco della mia carriera ho potuto rilevare che la vegetazione ha subito trasformazino radicali, dimuniscono i classici muschi e licheni artici, crescono invece i cespugli più verdi come gli arbusti nani e i lupini. La prima volta venni qui nel 1996 e l’ambiente era molto diverso da oggi. Le paludi che adesso arrivano a pochi metri dal mare allora erano invece cuscinetti di muschi diffusi», racconta.
Tra le sue preoccupazioni c’è la crescita della presenza delle grandi navi da crociera. Fecero la prima comparsa all’inizio del nuovo millennio, allora scendevano a terra ancora pochi turisti. Ma adesso arrivano a centinai sulle scialuppe di bordo. Lui stesso ammette: «Non siamo organizzati per ricevere masse tanto imponenti di turisti. Mancano le infrastrutture di accoglienza, dai centri di raccolta della spazzatura alle toilettes», spiega.
I dati confermano le sue parole. Se nei primi anni Duemila solo una o due piccole navi da crociera tentavano l’impresa, ora si è passati a circa 10 all’anno. Vicino a noi, una trentina di miglia più a nord, sta transitando mentre scrivo la nave da crociera «Resolution», di proprietà del National Geographic americano. A bordo pare vi siano circa 130 passeggeri assistiti da 116 marinai che stanno navigando verso Point Barrow e l’Oceano Pacifico.

Parole molto più esplicite sulla necessità di fermare il riscaldamento dell’Artico arrivano nel contempo dai ricercatori tedeschi del Alfred Wegener Institute, il Centro per la Ricerca Polare e Marina. «Veniamo in queste zone da oltre vent’anni e posso dire con grande certezza che l’ambiente sta cambiando radicalmente. Il permafrost si sta liquefando in modo veloce e infatti il mare si alza, crescono le temperature», dice Anna Maria Irrgang, che studia i mutamente del territorio. Gli effetti sono visibili nell’erosione del suolo, la scomparsa del ghiaccio sull’acqua e sulla terra, negli innalzamanti del livello del mare che va a modificare le zone costiere.
La sua collega Susanna Henkel lavora sugli effetti del rilascio dell’anidride carbonica. «La conseguenza deleteria è che l’anidride carbonica entra nel mare e quindi evapora nell’atmosfera partecipando al riscaldamento globale in modo drammatico», afferma.

Al loro fianco il 48enne Peter Arche, un esponentre della comunità Inuit che lavora con i ricercatori europei, conferma con la sua testimonianza diretta le valutazioni delle tedesche. «Quando ero bambino faceva molto più freddo. D’inverno non era difficile scendere a meno 50 gradi centigradi per intere settimane. Oggi raramente si raggiungono i meno trenta. Mare e terra sono cambiate. Il nostro villaggio, Aklavik, sta a sette ore di barca da qui nella zona dell’estuario del fiume Mackenzie. Quando ero bambino giocavamo tra i corsi d’acqua, ma adesso le piene dopo le tempeste improvvise degli ultimi anni hanno reso il territorio quasi inabitabile, le rive dei fiumi sono diventate franose», racconta.
Le popolazioni dell’Artico hanno progressivamente unito le forze per cercare di difendere i loro diritti, anche in modo transazionale. Dopo la fine della Guerra Fredda le otto nazioni che si affacciano all’Artico decisero di garantire lo status degli Inuit e delle altre tribù o gruppi etnici loro affini. Già nel 1994 il Canada, Paese faro sul tema, aveva concesso larghi spazi di autonomia. E nel 1996 a Ottawa venne creato il Consiglio Artico proprio per dare forza alle loro voci. «Purtroppo la guerra del 2022 contro l’Ucraina e il conseguente scontro tra i Paesi del blocco atlantico e il regime di Vladimir Putin hanno paralizzato questo tipo di rapporti. Oggi anche i nostri canali di cooperazione scientifica con i colleghi russi sono fermi. Si parla forse ancora un poco grazie ai contatti personali. Ma nulla di ufficiale», dicono le studiose tedesche.

Lasciando la baia per tornare alla nostra barca ormeggiata al largo i cartelli esplicativi canadesi che raccontano la storia del luogo e ci ricordano quanto diverso fosse questo posto un tempo. Alla fine dell’Ottocento ci furono inverni che le sue baracche di legno fecero da sostegno a oltre 2.000 balenieri bloccati tra i ghacci. A terra gli Inuit avevano allestito negozi, fondato saloon che offrivano alcoolici e prostitute a volontà. Imperversava lo scorbuto, il tedio e la noia potevano condurre a risse e crimini. Poi, già prima degli anni Venti, il valore dell’olio di balena si ridusse a poco o nulla. Fu la fine di un’intera economia. Oggi il mare è molto più aperto di allora. Nessuna nave rimarrebbe intrappolata a Herschel Island per l’inverno. Però i venti e le temperature anomale degli ultimi mesi non hanno soltanto ritardato il traffico sul Passaggio di Nord-Ovest.
Nella parte russa il ghiaccio che bloccava Point Barrow paralizza anche il Mare di Ciukci verso la Siberia. Le autorità russe hanno ordinato a quattro navi da carico di fermarsi nei porti della Siberia in attesa del lavoro dei rompighiaccio. Tamara Kilink, la navigatrice solitaria brasiliana 29enne che avevamo incontrato a Nome, ci comunica che le è stato imposto il fermo. «Non so cosa farò. Io proseguo sulla mia rotta. Poi vedremo», ci scrive in rete. Per lei la sfida resta aperta. Nonostante il cambiare dei tempi, questi mari vedono ancora la presenza di sognatori alla ricerca dell’avventura. Mentre ci accingiamo ad alzare l’ancora per riprendere il viaggio torna la nebbia fitta. Il cielo si confonde alla suprefice dell’acqua in un grigiore verdastro che lascia prevedere la fatica della navigazione. Saremo
costretti ad andature sui cinque nodi, con l’attenzione della guardia fissa a prua per evitare incidenti.

Acque gelide, ma senza ghiaccio: nel tratto di mare tra la King William Island e il Mare di Beaufort, dove la crisi climatica ha cambiato l’Oceano
Passato Cape Bathurst, dove il Mare di Beaufort s’immette nel Golfo di Amundsen, in modo graduale i lastroni di banchisa si fanno meno densi, diventano radi, il radar li segnala ancora ogni tanto, ma infine spariscono
16 Agosto 2026
CAMBRIDGE BAY (CANADA SETTENTRIONALE) – La novità di questi mari freddi e verdi, con le nuvole basse e i banchi di nebbie fitte che arrivano a muraglioni grigi veloci come poi si dissolvono al minimo mutamento delle temperature, è l’assenza di ghiaccio. Passato Cape Bathurst, dove il Mare di Beaufort s’immette nel Golfo di Amundsen, in modo graduale i lastroni di banchisa si fanno meno densi, diventano radi, il radar li segnala ancora ogni tanto, ma infine spariscono del tutto. L’incubo di restare stritolati dal ghiaccio, o che eliche e timoni rimangano danneggiati da uno scontro improvviso con i lastroni infidi che stanno a pelo dell’acqua, progressivamente si dissolve. Negli ultimi anni alcune barche sono state seriamente danneggiate da incidenti e anche soltanto un guasto ai timoni da queste parti diventa un dramma che mette a repentaglio l’imbarcazione e l’equipaggio.
Adesso comunque ne siamo fuori.
Abbiamo da poco superato la metà del percorso da Nome in Alaska alle coste della Groenlandia e ci rendiamo conto quanto i cambiamenti climatici abbiano mutato le condizioni di navigazione del Passaggio di Nord-Ovest.
Questo tratto di mare tra la King William Island e il Mare di Beaufort nell’Ottocento e sino a pochi decenni fa poteva restare ghiacciato anche l’estate. La sfortunata spedizione dell’esploratore britannico Sir John Franklin a bordo della Erebus e la Terror tra il 1845 e il 1848 si esaurì nel dramma di tutti i suoi 128 componenti morti di freddo, fame, malattie e inedia proprio perché la superfice del mare non si sciolse.
Tra il 1903 e 1906 il norvegese Roald Amundsen dovette attendere a Gjoa Haven, un golfo trecento miglia più avanti di noi, per oltre due anni prima di riuscire a superare il blocco. E poi aspettare un terzo inverno per sfociare nel Pacifico. Per noi è invece una corsa veloce a motore e a vela in un mare ormai da qui senza ostacoli.
Come ho già spiegato in precedenza, noi abbiamo trovato il ghiaccio infido della banchisa in disfacimento a causa del riscaldamento terrestre lungo le coste dell’Alaska.
Nell’Ottocento qui erano più libere perché il ghiaccio del Polo non si muoveva e veniva eroso dal tepore estivo soltanto alle sue periferie. Ora la situazione si è invertita: dove prima era complicato navigare diventa più semplice, mentre dove era relativamente sicuro adesso è un terno al lotto. Lo vediamo dalle richieste di informazioni delle tre o quattro barche da diporto che stanno venendoci incontro dalla Groenlandia verso Nome. «Come sono le condizioni, dove consigliate di passare? Vi abbiamo seguito sul blog della vostra Lifexplorer», ci dicono via radio i loro comandanti.

Le autorità canadesi tengono sempre pronti in mare due o tre rompighiaccio, la loro assistenza sembra più attenta di quella americana. In cielo volano i droni a lungo raggio della guardia costiera.
Non c’è barca grande o piccola che tenti il passaggio di Nord-Ovest o comunque navighi da queste parti che non abbia a bordo i sistemi satellitari di comunicazione e soprattutto lo Starlink nautico. Nulla a che vedere con le navigazioni solitarie di una volta: non ci sono più isolamento e sfida con l’ignoto. Tutti qui si resta sempre connessi.
A questo punto fa impressione pensare che noi si transiti con tanta facilità in tratti di mare che costarono almeno due secoli di sacrifici e indicibili sofferenze a manipoli di inguaribili romantici incredibilmente coraggiosi, se non folli, pronti a tutto pur di raggiungere il Polo o transitare tra i due oceani per le rotte del grande nord.

Qui sono le 23 della sera del 15 agosto. Leggiamo le cronache dei fiumi europei in secca, degli oltre quaranta gradi di Milano, Parigi, Berlino. Fuori la temperatura è sui due gradi, piove a tratti, l’umidità perenne pulisce ponte, vele e sartiame dalla salsedine. Siamo andati a vela per circa 24 ore, poi però il vento e le correnti contrarie hanno costretto a riaccendere il motore. I profili di coste e fondali sono mutati: non più le spiagge basse, gli estuari infiniti e i lunghi bassi fondali dell’Alaska settentrionale, bensì profondità oltre i 200 metri, isole di granito solido e coste molto più alte.

In pozzetto cerco di fare un poco di ginnastica per ovviare all’immobilità della navigazione. Ogni tanto tornano folti banchi di nebbia. La notte inizia a tornare una cosa seria. La luce di mezzanotte si è fatta più buia: era l’incubo dei marinai che 150 anni fa sapevano che presto sarebbero stati chiusi nei ghiacci, il buio preannunciava la morsa dell’inverno.

Sempre su queste coste tra Dease Strait e il Queen Maud Gulf gli esploratori come Amundsen avevano scoperto l’esistenza di tribù locali bionde tutte diverse dalle altre, prova concreta di antichi incontri tra popolazioni locali e indo-europee nel passato. Le studiano con attenzione gli antropologi e ricercatori canadesi ed europei che lavorano da queste parti. Quando li incontriamo spesso mostrano un rispetto reverenziale per i locali. In pochi decenni noi occidentali siamo passati dal disprezzo totale per i nativi in terra «straniera», misto a un senso di superiorità razziale che portava a considerare i diversi da noi come sub-umani, a sovente una sorta di religiosa esaltazione. Ne accenno superficialmente, ma il tema si è riproposto più volte durante i nostri sbarchi nei villaggi lungo la costa.

Viaggio nel grande nord artico un tempo abitato da giganti in piena armonia con la natura e gli animali
I giganti erano immortali e vivevano in comunità dominate dalla tradizione dell’assistenza reciproca
19 Agosto 2026
CAMBRIDGE BAY (CANADA SETTENTRIONALE) – Ci fu un periodo, molte ere fa, durante il quale il grande nord artico era abitato da un popolo di giganti in piena armonia con la natura e gli animali. Una coesistenza talmente stretta che esseri umani e bestie potevano sostituirsi gli uni agli altri. Questi giganti erano immortali e vivevano in comunità dominate dalla tradizione dell’assistenza reciproca. Un estate il cibo divenne scarso, le poche balene, foche e trichechi parevano scomparsi e il gigante Uvajuq prese la scellerata decisione di scappare verso sud in cerca di regioni più ubertose portando con sé la moglie e il figlio adolescente e abbandonando così il resto della comunità. Camminarono per giorni, raggiunsero la zona di Iqaluktuuttiaq, nei pressi degli attuali villaggio e porticciolo di Cambridge Bay, dove però morirono di stenti uno dopo l’altro. I loro corpi furono presto ricoperti di neve e ghiaccio.
«Questa è la leggenda che spinge l’origine della morte. Vede le tre collinette che dominano la nostra baia? Quando i primi “esploratori bianchi”, come li chiamano qui, arrivarono a Cambridge Bay, gli Inuit dissero loro che nascondevano i tre corpi dei giganti puniti dalla sorte perché avevano tradito il resto della comunità. Sempre secondo la tradizione, i liquidi della decomposizione formarono laghi e fiumi attorno ai quali le nuove comunità adesso diventate mortali si facevano la guerra massacrandosi a vicenda nel caos anarchico dell’individualismo trionfante inaugurato dal malaugurato Uvjuk», spiega Angela Gerbrandt, che dirige il centro culturale e la biblioteca, piccola ma ben fornita, di Cambridge Bay. «La leggenda tramanda però un vitale messaggio etico-morale: non abbandonare mai la comunità nativa, conserva e tramanda le tradizioni, usi e costumi degli antenati, perché se ne esci sei destinato a perire.
Il finale lancia però un appello di speranza: i gruppi tribali che restano uniti, condividono il cibo, rimangono nelle terre natie, sopravvivono e prosperano, pur se ormai mortali, hanno la possibilità di generare figli e garantire la continuità degli Inuit», continua per raccontare la «difficile» convivenza tra i locali, il governo centrale canadese e soprattutto i nuovi cittadini «bianchi», che sempre più numerosi abitano nelle regioni artiche. Come fare convivere la narrativa degli antichi giganti, le vecchie leggi non scritte della solidarietà collettivistica, dove si costruivano assieme i kayak in pelle di animali per pescare affinché il pesce venisse poi distribuito a tutti, e invece le regole dell’economia di mercato individualistica, con i fucili al posto delle frecce, i piccoli idrovolanti, i quad dai copertoni artigliati e le snow-mobile invece delle slitte per cani e renne, le case in legno e lamiera dove prima stavano gli igloo e i ricoveri scavati nel permafrost?

Un incontro-scontro in cui gli Inuit sono inevitabilmente sconfitti e quindi destinati ad adattarsi e dover subire la presenza invasiva della modernità portata dagli stranieri. E la storia non è finita. Al pari dell’amministrazione di Donald Trump, il governo di Ottawa sta intensificando la presenza dei suoi militari in tutto il suo tratto di Artico. Una reazione più che comprensibile contro il nuovo espansionismo Usa a scapito dei vecchi alleati. Qui stanno asfaltando la pista dell’aeroporto e ne verrà aggiunta presto un’altra per i caccia da guerra. Nella base locale, irta di radar e antenne sin dai tempi della Guerra Fredda, stazionano spalla a spalla i soldati canadesi e un contingente americano figlio degli accordi dei tempi della Guerra Fredda, quando i due Paesi erano alleati stretti. «Ora le cose non cambiate. Sebbene Donald Trump faccia di tutto per inimicarsi l’intera popolazione canadese, come del resto fa anche con la Groenlandia, la cooperazione continua. Sappiamo bene che occorre fare fronte comune contro i russi, che potenziano le loro presenze sulle rotte attorno al Polo Nord, e ultimamente anche contro la crescita della presenza cinese. Però la novità sta nel fatto che adesso vengono rinforzati i contingenti e le postazioni esclusivamente canadesi. L’aeroporto nuovo non sarà Nato, ma canadese, e così anche la nuova base», ci dice un ufficiale dell’amministrazione locale che non vuole essere identificato.
Vivono circa 2.000 persone a Cambridge Bay, lo scalo più importante dove le imbarcazioni sulla rotta a circa metà strada del passaggio di Nord-Ovest trovano un ridosso protetto con un pontile primitivo, un piccolo aeroporto con voli regolari per il Canada centrale, carburante e negozi alimentari per riempire le cambuse. «Più o meno l’80 per cento degli abitanti è nativo. Abbiamo gravi problemi di alcoolismo, povertà, disadattamento. Soprattutto siamo affetti dalla piaga dei suicidi, specie tra giovani e adolescenti, che si ammazzano in proporzioni che superano di dieci volte il tasso nazionale canadese», aggiunge Mark Slatter, un artista del ferro, che ha creato un associazione umanitaria per cercare di aiutare i giovani locali. I numeri dei giovani che si tolgono la vita sono impressionanti. Nel 2021-22 furono una quarantina. Si parla di una media di 72,3 decessi annuali ogni 100.000 persone, con una netta di ragazzi tra le vittime. A questo si aggiunge il tema controverso degli abusi sessuali contro le ragazze.

«Il problema è che tradizionalmente gli uomini bianchi vedono le donne Inuit come facili prede. Risale al periodo dei balenieri nell’Ottocento, stavano qui inverni interi e approfittavano della nostra innocente ospitalità. Quando ero bambina i nostri genitori erano molto preoccupati e cercavano di nascondere me e le mie sorelle», mi dice Miali Dimitruk, una 49enne apertamente offesa dall’atteggiamento predatorio dei «coloni». Una narrativa che però non è condivisa dalla direttrice del locale istituto di ricerca, il Canadian High Arctic Research Station, un centro che promuove gli studi per la difesa dell’ambiente, la 63enne Jeannie Ehaloak. «Io sono nata e cresciuta in queste regioni e non ho mai avvertito questi problemi. Credo sia stato esagerato», dice minimizzando nel suo inglese forbito. Angela Gerbrandt ha una sua spiegazione che pare plausibile e illustra bene l’enorme divario culturale e sociale che squassa la comunità locale: «Sin da tempo immemorabile gli Inuit ricevevano gli stranieri dando loro le figlie per la notte. Si trattava di uomini in viaggio senza donne da mesi e mesi. Era un costume antico di benvenuto, una legge non scritta che dettava la cerimonia dell’ospitalità e un modo per diversificare il dna collettivo. Non so quanto ne fossero consapevoli, ma evitare la procreazione tra consanguinei nelle piccole comunità chiuse rinforza la caratteristiche genetiche e limita le malattie ereditarie. Il problema fu che dal tempo dei balenieri furono poi in tanti ad approfittarne, snaturando le generose regole dell’ospitalità Inuit in diritti garantiti da arrogarsi con la violenza del periodo coloniale».
Il momento probabilmente più grave e con le maggiori frizioni tra comunità Inuit e governo centrale fu negli anni Cinquanta del Novecento, quando la polizia e le autorità regionali furono mobilitate per imporre l’educazione forzata nelle scuole canadesi e l’insegnamento dell’inglese, che inevitabilmente andava a scapito del linguaggio degli avi. Oltre 10.000 bambini furono subito sradicati dalle loro famiglie e portati in nave o aereo per andare nei nuovi college di studio. La cosa proseguì nel periodo seguente. «Fu un enorme trauma collettivo non ancora superato ai nostri giorni. Buona parte del malessere odierno va da ricercare in quel periodo. Qualcuno si è adattato e oggi fa parte della classe dirigente, ma altri restarono al margine e adesso vanno ad ingrossare le file delle migliaia che ancora dipendono dalla politica assistenziale varata da Ottawa per calmare il malcontento collettivo e la nostalgia per un passato che comunque non tornerà mai più», commenta ancora Angela.

Tra gli elementi che compongono il quadro dei cambiamenti epocali e gli squilibri nell’universo Inuit ci sono il riscaldamento globale, l’inquinamento, lo scioglimento dei ghiacci e la comparsa di un numero sempre crescente di navi sulle rotte del passaggio di Nord-Ovest. Nei saloni e laboratori illuminati e ben riscaldati della Canadian High Arctic Reserach Station si possono leggere i resoconti di decine di studi condotti negli ultimi tempi sulle modifiche del ghiaccio, gli sbalzi nell’ecosistema locale, i cambiamenti nella composizione dell’aria, sui comportamenti degli animali e tanto altro. «Quando ero bambina d’estate le temperature massime sfioravano per pochi giorni a malapena i 15 gradi. In luglio negli ultimi anni sono arrivate a 27. Allora io non avrei mai osato entrare in acqua. Oggi ci sono giorni che i nostri figli si tuffano nella baia come fossero in una stazione balneare del Mediterraneo. Una cosa mai vista, io neppure so nuotare. Anche la baia ghiaccia più tardi in autunno e si sgela molto prima in primavera. Il risultato è che arriva un numero sempre maggiore di navi, comprese quelle da crociera. L’anno scorso sono state 13, quest’anno 7, ma soltanto perché la guerra in Iran e la situazione bellica mondiale hanno pesato anche qui», dice la dottoressa Ehaloak. Fa da sottofondo la consapevolezza di essere ormai parte integrante di un grande gioco geostrategico internazionale molto più vasto degli interessi regionali.
L’apertura delle rotte artiche vede navigare da queste parti battelli che non fanno più tappa a Cambridge Bay. «Alcuni neppure hanno acceso i meccanismi di identificazione. Transitano unità militari. Non sappiamo chi siano, cosa facciano, da dove vengano e quali siano i loro porti di arrivo», ammettono i funzionari locali. I discendenti dell’era mitica dei giganti sono impotenti di fronte ad evoluzioni tanto veloci e stravolgenti: non sono più padroni del loro destino. Che cosa serve potersi identificare con trichechi, caribù, orsi bianchi e balene, se anche loro rischiano l’estinzione o diventano specie protette nell’era di Starlink? Il regno dei mortali ha ormai totalmente soppiantato quello mitologico, magico e fantastico degli immortali.

Viaggio nelle acque prive di ghiacci di Cambridge Bay tra famiglie di orsi e balene
Nelle ultime 48 ore abbiamo navigato nelle acque praticamente prive di ghiacci oltre Cambridge Bay, nello Victoria Strait, sino a quasi raggiungere l’imboccatura dello storico Bellot Strait
21 Agosto 2026
CONINGHAM BAY (CANADA SETTENTRIONALE) – Lo diciamo chiaro: siamo colpevoli di avere disturbato con il nostro drone una famiglia di orsi nel loro habitat naturale di caccia. «Con gli animali terrestri non useremo più il drone. Si spaventano anche a distanza», scrive come reazione poche ore dopo Alberto, il nostro capitano al timone di Lifexplorer, sul giornale di bordo. La spiegazione è presto detta. Verso mezzogiorno del 19 agosto raggiungiamo i bassifondali di Coningham Bay, un largo golfo nella parte meridionale dell’isola del Prince of Wales affacciato sullo Stretto di Franklin. Durante le prime ore della mattina un’altra barca a vela con equipaggio argentino ci aveva segnalato la presenza di orsi bianchi da queste parti. «Dovete andare a vedere anche voi. Gli orsi danno la caccia alle balene della famiglia delle Beluga che entrano a Coningham Bay per riprodursi. E’ possibile scattare foto e girare video unici nel loro genere», spiegavano.

Per noi si tratta di correggere la rotta soltanto di poche miglia. Nelle ultime quasi 48 ore abbiamo navigato nelle acque praticamente prive di ghiacci oltre Cambridge Bay, nello Victoria Strait, sino a quasi raggiungere l’imboccatura dello storico Bellot Strait. Una corsa per lo più a vela sul filo degli 8 nodi: il piacere puro della navigazione, il silenzio cullato dallo sciacquio dolce delle onde basse, lo scafo sbandato a sinistra, randa e fiocco gonfi di vento, ogni tanto qualche piccolo iceberg, la fortuna del sole che illumina alture rocciose e temperature sul ponte tendenti ai 5 cinque gradi e più. A bordo respiriamo l’euforia di vedere avvicinarsi il successo del compimento della grande avventura che è il passaggio di Nord-Ovest.
Nella barca si vive bene, la temperatura interna non scende sotto i 14 gradi, abbiamo tempo per leggere e scrivere, il cuoco cucina ottime paste e verdure che accompagnano il pesce fresco, è finito il vino, ma ancora ci sono le birre. Il dato più importante resta però quello già segnalato in precedenza: qui nei decenni scorsi, e certamente al tempo delle epiche esplorazioni ottocentesche, dominavano ghiaccio e neve. C’erano anni che era impossibile navigare anche d’estate. Gli esploratori consideravano questa la tratta più complicata del Passaggio di Nord-Ovest, con i canali stretti che penalizzavano la navigazione a vela e soprattutto il ghiaccio, che s’incuneava premendo da nord a rendere difficile qualsiasi percorso.
Ma adesso questa è diventata la zona relativamente più semplice di tutta la rotta, stiano percorrendo il prodotto-conseguenza più evidente del riscaldamento climatico. Non serve più nessuno di vedetta sul ponte contro i blocchi galleggianti, per lo più controlliamo dalla cabina per abitudine, ancora impensieriti dalle memorie delle acque bloccate prima di Point Barrow. Adesso il mare è libero di fronte a noi e lo resterà almeno sino ai primi di ottobre; poi arriveranno le gelate invernali, il mare diventerà pack, che potrebbe però sciogliersi già a in maggio, mentre una volta era chiuso anche tutto luglio e in alcune annate i canali risultavano troppo carichi di insidie per essere superati in sicurezza durante l’estate. Non mancano le eccezioni.

Nell’agosto 2018 un’imbarcazione a vela lunga 10 metri battente bandiera francese, ma con due navigatori argentini a bordo, venne stritolata e mandata a picco dalle lastre presso l’imboccatura orientale, bagnata già dalle acque dell’Atlantico, del Bellot Strait. I due vennero tratti in salvo da un elicottero dei guardi costa canadesi 11 ore dopo mentre stavano aggrappati a un lastrone di ghiaccio attanagliati dal timore di essere attaccati dagli orsi.
Superate comunque le preoccupazioni immediate del ghiaccio, cresce inevitabilmente l’attenzione per gli animali. Sino ad oggi ne abbiamo visti molto pochi: qualche balena, un pugno di foche. E’ il momento di cercare gli orsi bianchi. Da qui il progetto di allungare il viaggio pur di trovarli. Ma proprio a Coningham Bay comprendiamo in diretta le conseguenze perniciose della crescita del turismo nautico in regioni che sino a poco fa erano il dominio incontrastato degli animali. Un paio di navi da crociera cariche di turisti sono già passate da qui negli ultimi giorni. Oggi vediamo ancorata in baia una grossa barca a vela di lusso che batte bandiera britannica.
Equipaggio e passeggeri stanno rientrando a bordo col gozzo gommone nero dopo avere fatto atterrare sul ponte i loro droni. «Ci sono almeno 200 belughe, gli orsi le uccidono mentre si muovono nell’acqua bassa», ci dice via radio il comandante. Sulle spiagge di ghiaia scura notiamo con il canocchiale le carcasse dei cetacei divorati. Le loro ossa biancheggiano al sole quando riesce a bucare gli strati di nubi contrassegnate da infinite tonalità di grigio. Ma in verità gli orsi sono molto pochi, forse quattro o cinque, e i branchi di belughe stanno nuotando velocemente verso il largo con i loro piccoli al fianco. Anusofia, la trentenne nata in Australia ma residente in Danimarca che a bordo si occupa delle riprese video dal cielo, fa decollare il nostro drone. Un breve volo ed ecco apparire sul display i cetacei con i loro piccoli, nuotano sollevando onde e spruzzi.

La laguna è delimitata da un tratto d’acqua profondo meno di metro: è proprio qui e lungo le spiagge che gli orsi consumano la loro mattanza. Adesso però non ci sono. Il drone individua sulla piana erbosa prospicente il mare un’orsa con due piccoli. Il video mostra immediatamente il loro puro terrore. L’orsa fugge subito con i due cuccioli al fianco. Ogni tanto guarda in alto e accelera sino a raggiungere l’acqua, dove si tuffa mettendo al riparo i piccoli sotto il grembo. Ovvio che l’abbiamo disturbata. Un altro orso solitario guarda verso il drone, sembra volerlo attaccare dal basso, ma poi se ne va infastidito puntando verso le colline che chiudono l’orizzonte. Dopo meno di un’ora la laguna resta vuota di animali, scorgiamo solamente un’ultima beluga che si attarda con due piccoli al fianco, forse allatta, oppure è ferita.
Non siamo in grado di verificare. Ma a questo punto abbiamo già fatto atterrare il drone e torniamo a bordo con la decisione che d’ora in poi gli orsi li cercheremo solo con il binocolo. Sorge comunque spontanea una domanda: cosa capiterà a questa zona quando le navi da crociera e le barche da diporto saranno ancora più numerose? Gli orsi abbandoneranno anche questo loro antico terreno di caccia, e allora dove andranno, come potranno sopravvivere? Ovvio che la zona necessita di una protezione, altrimenti il turismo invasivo e indiscriminato sarà tra i fattori che contribuiranno all’estinzione di parecchie specie di animali.
Le statistiche del resto parlano chiaro e vengono confermate continuamente dai risultati delle ricerche sul campo: gli orsi bianchi stanno diminuendo di anno in anno. La distruzione del loro habitat naturale, il caldo, l’arretramento dei ghiacci, la riduzione del numero delle foche (il loro cibo preferito), sono realtà ormai evidenti. Si stima a meno di 30.000 il numero complessivo degli orsi bianchi al Polo, di cui circa il 30 per cento vivono nelle zone artiche canadesi. Ma questi negli ultimi due decenni sono scesi del 35 per cento, tanto da essere stati dichiarati una specie protetta. Anche loro si adattano al mutare delle condizioni di vita, se prima si riteneva che potessero stare soltanto tra i ghiacci, adesso è evidente che sanno muoversi anche tra le terre emerse, purché siano vuote e silenziose. E tuttavia nella baia di oggi abbiamo ben visto in diretta la sostanza del loro dramma: necessitano di zone isolate, dove la presenza dell’uomo non può essere invasiva, non devono transitare navi e droni. Le riserve naturali già presenti non bastano e comunque vanno sorvegliate. Ma tutto questo fa a pugni con la nuova gara internazionale per il controllo delle risorse dell’Artico a fronte delle nuove rotte e delle aree diventate libere dai ghiacci.

Il governo di Mosca tradizionalmente sin dai tempi dell’Unione Sovietica compie scempi ambientali in serie e senza alcun limite. Oggi gli Stati Uniti stanno riducendo e violando le riserve protette già esistenti. La Cina e l’Europa si stanno affacciando in modo più aggressivo rispetto al passato. E poco lascia credere che la situazione possa cambiare nel prossimo futuro. Tutt’altro: la crescita del discredito per l’Onu, per i trattati internazionali e per le organizzazioni che vorrebbero farli rispettare nell’ora di Vladimir Putin e Donald Trump lascia anche gli orsi alla mercè dei nuovi predatori senza scrupoli.

Batty Bay e l’emozione della navigazione nello stretto impossibile (mentre al largo incrociano le navi pirata di Putin)
È lecito sospettare che tra questi cargo vi siano le navi con cui lo zar cerca di esportare le sue risorse energetiche messe sotto embargo dai Paesi della Nato dopo l’invasione dell’Ucraina
23 Agosto 2026
BATTY BAY (Canada settentrionale) – I navigatori d’esperienza affermano sia una sensazione comune durante i lunghi viaggi per mare. All’inizio ogni giornata sembra insopportabilmente pesante e che non debba finire mai, con i minuti dilatati, allungati a dismisura dalle nuove cose da fare. Il porto di arrivo appare lontano, remoto, nei momenti di scoramento persino irraggiungibile. Ma poi il tempo nel microcosmo a bordo prende un suo ritmo rapido, scandito dai turni di guardia al timone, dal moto ondoso, dai momenti del cibo in comune, dalle leggi del vento sulle vele e dalle incombenze diventate routine. E alla fine lo scorrere delle ore diventa molto veloce, come se la giornata fosse troppo corta per completare i propri compiti e il molo d’attracco ormai rapidamente tanto vicino da far rimpiangere il tempo lento di quando si era appena salpati.
Per noi sei a bordo (da Nome in Alaska eravamo partiti in quattro, ma poi a Cambridge Bay si sono aggiunti due) le incertezze del viaggio di due mesi per mare lungo le rotte del Passaggio di Nord-Ovest su una barca a vela di 16 metri sono state molto complesse rese ancora più difficili nella sua parte iniziale dalla diffusa presenza del ghiaccio. In quel periodo la fine del viaggio era avvolta nelle incognite della prossima ora di gimcane tra le lastre infide che minacciavano timoni, scafo e elica. Tanta è stata la tensione a bordo in quei giorni che adesso le acque aperte verso Lancaster Sound e i canali d’uscita per la Baia di Baffin ci sembrano quasi una crociera nel Mediterraneo.
La mattina del 20 agosto verso le nove arriviamo ottimisti all’entrata del Bellot Strait spinti da una brezza favorevole, che ci fa filare a vela sugli 8 nodi con poca onda. Nella prima metà dell’Ottocento gli esploratori fecero molta fatica a individuare questo stretto canale incuneato nelle colline rocciose levigate dal ghiaccio nella penisola di Boothia, che si stacca dal Canada continentale per allungarsi verso nord a delimitare le sponde del tratto di mare del Lancaster Sound.
Il Bellot è lungo 17 miglia e nel punto più stretto supera di poco il miglio e mezzo. Una striscia d’acqua che sino a pochi anni fa restava completamente ghiacciata spesso anche durante l’estate. La nebbia oggi non riesce a nascondere le due rive. I fondali restano sempre molto alti per tutta la tratta: navighiamo in un canalone profondo centinaia di metri delimitato da alte pareti di granito scuro segnate da frane e zone di licheni.

Ancora agli inizi del secondo millennio le guide nautiche suggerivano di non passare per il Ballot proprio per evitare il rischio di essere stritolati dal ghiaccio. Ma già nel 2012 almeno 41 degli 88 battelli che erano transitati verso est, oltre a 19 dei 95 in direzione del Pacifico a ovest, lo avevano percorso. Adesso noi non ravvisiamo alcun pericolo, se non un paio di pezzettini di ghiaccio facilmente evitabili. Due ore e mezzo dopo siamo già a fuori e gettiamo l’ancora di fronte alle due catapecchie di legno affacciate alla baia di Fort Ross. Secondo le carte, in questo punto usciamo dalle acque del Pacifico ed entriamo nell’Atlantico.
A riva le due catapecchie sono la testimonianza dei tempi gloriosi della Hudson Bay Company, la compagnia creata nel 1670 che operava in monopolio per acquistare le pelli cacciate dalle popolazioni locali Inuit per poi rivenderle sul mercato internazionale. Qui le due costruzioni vennero erette nel 1937, ma rimasero operative soltanto 11 anni. Le condizioni meteo e il ghiaccio marino restavano troppo dure e imprevedibili. Capitò che i rappresentanti della compagnia fossero costretti a restare qui anni interi a causa del blocco totale imposto dal freddo sulla regione. Le navi non potevano raggiungerli per l’avvicendamento. Nel 1948 la compagnia richiamò i suoi dipendenti e fermò ogni attività nella zona.

Oggi una baracca è in totale abbandono, la seconda è stata invece adibita a bivacco di fortuna con una stufa a gasolio e buste di cibo liofilizzato per cacciatori e navigatori che la vengono a visitare. I suoi muri interni in legno chiaro sono coperti di disegni e scritte che raccontano i passaggi degli ultimi anni. Le note sono segnalate anche sul quaderno dei visitatori appoggiato sul tavolo. Una delle più recenti testimonia la visita di una famiglia Inuit quest’ultima primavera, che con tre figli è arrivata qui sul mare ghiacciato in due giorni di motoslitta da Taloyoak. Un loro nonno aveva lavorato in quelle baracche.
Poco dopo aver lasciato l’approdo, il nostro comandante riceve le congratulazioni via mail di Jimmy Cornell, l’86enne navigatore oggi residente in Gran Bretagna, che dagli anni Ottanta è considerato il guru delle grandi rotte mondiali. I suoi 33 libri di racconti e suggerimenti per navigare su tutti i mari del Pianeta, comprese le rotte artiche e antartiche, sono la Bibbia di ogni marinaio alla ricerca d’avventura. Lui e Alberto si conoscono da anni. «I would like to congratulate you on such amazing achivement», gli scrive Cornell. In effetti siamo la prima barca a vela che quest’anno ha superato i punti ostici del Passaggio da Ovest.
E dietro di noi ci seguono in pochi: il ghiaccio eccezionale accumulato verso la direttiva di Point Barrow rende tutt’ora molto complicata la rotta nel tratto dell’Alaska settentrionale. Dallo Ais, lo Automatic Identification System, vediamo che in questo momento la rotta è frequentata nei due sensi da una decina di navi passeggeri da crociera che incrociano a nord del 70° parallelo. Le piccole barche a vela da diporto come la nostra sono invece una quindicina: cinque nel nostro senso e una decina da Est. I grandi cargo da trasporto pare siano non più di cinque. Molto più intenso appare invece il traffico sulle rotte russe del Passaggio di Nord-Est. Qui lo Ais mostra l’assenza di navi turistiche di qualsisi tipo, incluse le barche a vela. Si notano invece una trentina di cargo di grande tonnellaggio e una quarantina di navi cisterna porta-gas organizzate in convogli scortati da rompighiaccio russi. È lecito sospettare che tra queste unità vi siano le navi pirata con cui Vladimir Putin cerca di esportare le sue risorse energetiche messe sotto embargo dai Paesi della Nato dopo l’invasione dell’Ucraina lanciata il 24 febbraio 2022, ma per lui vitali per finanziare i suoi apparati militari. Lo vediamo di fronte ai nostri occhi, in queste stesse rotte che lambiscono il nostro scafo: la sfida per le rotte artiche è iniziata già da tempo e i russi, alleati dei cinesi, appaiono in netto vantaggio.
Proseguendo lungo le alte scogliere sulle coste di Somerset Island e poi nel fondale basso di Batty Bay tornano curiose le foche, che temono, ma sono attratte dal nostro scafo. Qui non incontriamo nessun altra nave. Il mare è quasi immobile, nel pomeriggio del 21 agosto la temperatura al sole sfiora per qualche ora i 10 gradi, ma la sera torna a tre. Scendiamo a terra per una breve passeggiata, abbiamo con noi il fucile, ma sempre con la speranza di non doverlo mai usare contro gli orsi, che rappresentano l’unico possibile pericolo reale da queste parti. Se dovesse comparire con atteggiamenti aggressivi, i primi colpi sarebbero rigorosamente in aria per cercare di spaventarlo. Poco lontano da qui, in queste lande desolate che ricordano infinite morene alpine poco dopo il ritiro delle nevi invernali, si trova un piccolo resort turistico per ultra-benestanti che pagano cifre da capogiro per trascorrere qualche giorno nella quiete artica delle terre alla fine del mondo.
Gli ospiti non possono essere più di 26 e una complessa organizzazione di uomini e mezzi assicura loro viaggi veloci e pranzi in una grande sala riscaldata affacciata sui fiordi interni. Noi camminando lungo la spiaggia di ghiaia vicino a lunghe chiazze di neve scopriamo piccoli frammenti di polistirolo tra le alghe. L’ennesimo segnale che nell’era della rivoluzione climatica e del ritiro dei ghiacci l’inquinamento provocato dall’uomo arriva anche nei luoghi più remoti. E una considerazione torna continuamente a imporsi: se sino a meno di un secolo fa gli esploratori di queste terre esaltavano la sfida eroica dell’uomo contro la natura ostile da conquistare e sfruttare, oggi le nostre sensibilità si concentrano sulla caducità estrema di questo ecosistema in pericolo. Siamo inevitabilmente più interessati alla sorte delle foche che non alla nuova «prima» di un alpinista sull’Everest. Allo stesso modo, qui nell’Artico non c’è più eroismo in una regione dove comunque possiamo sempre restare collegati con il resto del mondo e ogni quattro o cinque giorni ci sono piccoli aeroporti, o comunque approdi, dove teoricamente possiamo essere recuperati e riportati alla «civiltà». Nulla a che vedere con gli sforzi e i rischi affrontati dai navigatori dell’Ottocento, che per anni interi non potevano avere alcun tipo di contatto con il mondo esterno.
Già in tanti hanno parlato della fine del viaggio-avventura nell’ignoto. Anche Walter Bonatti nei suoi reportage per Epoca tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi Settanta scriveva del «mondo perduto», senza differenze che fossero la giungla sempre più in pericolo dell’Amazzonia o i ghiacci meno spessi della Patagonia. Noi come allora lui, stiamo viaggiando nel mondo perduto dell’Artico minacciato e sempre più fragile.

Attraverso il Canale di Lancaster, tra grandi iceberg e venti gelidi. In una natura magnifica e fragile
Sono momenti di calma mentre solchiamo le acque e ci permettono di riflettere su cronaca, storia e memoria
25 Agosto 2026
CANALE DI LANCASTER (Canada settentrionale) – La mattina presto di domenica 23 agosto salpiamo da Port Leopold alla volta di Burnett Inlet, una baia profonda incuneata nell’isola di Devon, a circa 80 miglia da noi. Sono una dozzina di ore di navigazione a motore tra i 6 e 7 nodi. Annoto sul diario.
In questa tratta della navigazione raggiungiamo il punto più settentrionale del Passaggio, ricorda il capitano Alberto.
Sono momenti di calma e permettono di riflettere su cronaca, storia e memoria. Guardo il mare verde, vicino a noi passa pigramente un gruppo di foche, alcuni iceberg si disegnano come macchie bianche sullo sfondo delle scogliere scure, la natura attorno appare magnifica e allo stesso tempo terribilmente fragile di fronte al potenziale distruttivo degli uomini. Le ultime notizie riportano queste acque al cuore della grande politica internazionale.
La Cina sta intensificando le rotte commerciali dell’Artico. La Russia esporta energia dalla Siberia. Canada e Stati Uniti sono ai ferri corti. Il premier Mark Carney rifiuta gli accordi sui dazi imposti da Donald Trump. , segnala oggi il bollettino radio della Bbc. Secondo il New York Times, Ottawa sarà sempre più spinta a fare fronte comune con Europa e Cina contro il del presidente Usa.

In parallelo, la folle e fallimentare guerra voluta da Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha come conseguenza la chiusura dello Stretto di Hormuz e la crisi delle classiche rotte commerciali nel Medio Oriente. A Gaza e in Cisgiordania continua la metodica persecuzione e mattanza della popolazione palestinese: agli occhi della maggioranza degli israeliani è ormai evidente che la soluzione sta nello svuotare i territori occupati nel 1967 della loro popolazione araba, musulmana o cristiana che sia.
Israele sta esaltando e portando alle sue manifestazioni più estreme e violente gli aspetti più intolleranti del movimento sionista. Non che non ci fossero alle origini, ma erano in parte frenati dalle correnti più laiche e democratiche del mondo politico sionista. Ora non più: il fallimento degli accordi di Oslo, firmati nel 1993, ha fornito motivazione e forza alle componenti più intolleranti di Israele. Il furto continuo di terre e proprietà palestinesi, la crudeltà della repressione senza confini, i reiterati crimini impuniti da parte di soldati e coloni, anzi, persino legittimati e incoraggiati dal blocco di governo nazionalista e religioso, pongono ormai lo Stato ebraico in rotta di collisione con le democrazie europee e con i valori fondanti della Ue.

Israele e Usa stanno adesso causando gravi danni alle nostre economie, sono lontani anni luce dai nostri interessi. La guerra lanciata contro il regime degli Ayatollah di Teheran, dove Trump, istigato da Benjamin Netanyahu, non ci ha mai consultato, ma subito ha preteso il nostro cieco e incondizionato sostegno, ci crea problemi giganteschi. Siamo nel punto più basso nella storia della Nato e dei rapporti tra Bruxelles e Washington. Lo stesso vale per la crisi ucraina, dove Volodymyr Zelensky resta a capo di quello che dovrebbe essere l’avanguardia del futuro esercito europeo. Di fatto le tecnologie e tattiche della guerra presente e del futuro passano da Kiev. Il coraggio e la caparbietà della resistenza ucraina contro l’aggressione militare russa ci ricordano ogni giorno il valore del sapersi difendere a garanzia della propria libertà e la gravità della violazione del diritto internazionale commessa dalla dittatura di Vladimir Putin.
Di fronte a tutto questo, gli errori di Zelensky passano in secondo piano. Le tensioni interne alla democrazia ucraina, il persistere della corruzione (in parte ereditata dall’ex reginme sovietico), i licenziamenti di personaggi popolari come il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e le proteste che ne sono seguite, impallidiscono a fronte della necessità di continuare a sostenere le forze armate ucraine contro l’arroganza minacciosa degli invasori.
Viste dall’Artico, queste crisi diventano il collante del nuovo fronte per la difesa europea dei propri interessi nella regione. La Ue con i Paesi nordici come Norvegia, Svezia e Finlandia, oltre a Canada, Islanda e avamposti isolati al pari delle Svalbard e la Groenlandia diventano altrettante roccaforti funzionali all’economia e alla potenza militare europea. Lo sanno bene i canadesi ormai. Tra Cambridge Bay e la zona del Canale di Lancaster, i loro ufficiali ci parlano della presenza delle vecchie basi in coabitazione con gli americani, come venne stabilito al tempo della loro alleanza durante la Guerra Fredda, ma anche del recente rafforzamento dell’esercito nazionale agli ordini esclusivi del governo di Ottawa. I discendenti delle Giubbe Rosse sono adesso molto più cordiali con le navi in transito europee che non quelle battenti la bandiera a stelle e strisce.

La storia locale, del resto, è strettamente legata a quello del Vecchio Continente. I primi scopritori che iniziarono a mappare gli accessi per il Passaggio di Nord-Ovest erano britannici. E il punto di partenza obbligatorio dall’Atlantico fu proprio il Canale di Lancaster. Nel 1616 vi arrivarono gli esploratori William Baffin e Robert Bylot, i quali registrarono l’esistenza del canale destinato ad aprire la via verso Ovest. Che fosse davvero possibile trovare una rotta settentrionale estiva che permettesse di transitare da nord per collegare l’Atlantico al Pacifico senza sfidare ogni volta il tempestoso Capo Horn? Mancavano ancora tre secoli all’apertura del Canale di Panama. La domanda era lecita e gli interessi commerciali premevano da decenni con l’arrivo dei grandi navi a vela da trasporto e dei Clipper sulle nuove rotte del mondo, che veniva via via scoperto dai grandi esploratori europei.

La risposta fu una lunga serie di spedizioni, alcune tragiche come quella di John Franklin nel 1845-48. Nel 1818, un altro britannico, John Ross, commise un errore di valutazione credendo che il Lancaster fosse un golfo morto chiuso da una cerchia di alte montagne. L’anno dopo fu però il suo secondo, William Edward Parry, a percorrere con successo l’intero Canale aprendo ufficialmente la vera via d’accesso all’arcipelago canadese.
Oggi il governo di Ottawa e i suoi rappresentanti locali sono comunque i primi a insistere sul fatto che gli autentici scopritori e proprietari dell’intera regione sono le varie popolazioni Inuit, che da secoli l’hanno abitata e transitata in lungo e in largo con le slitte trainate da cani e i kayak costruiti in pelle di foca. Nel nostro viaggio abbiamo potuto osservare che il regime di autonomia concesso agli Inuit è qui molto migliore che non nell’Alaska statunitense. Nel 1999 Ottawa ha stabilito Nunavut, una regione di autogoverno ampia 2.038.722 chilometri quadrati, circa un quinto dell’intero Paese, abitato da circa 42.200 persone, per l’85 per cento Inuit, con una densità media di 0,02 persone per chilometro quadrato.
Nunavut gode di un governo territoriale autonomo retto da un’assemblea legislativa eletta. Non è sempre stato così: negli anni Cinquanta i trasferimenti forzati degli Inuit in villaggi mirati a secondo i canoni della cultura occidentale causarono traumi collettivi che stanno in parte tutt’ora alla base dell’alcolismo diffuso. Il nuovo regime di autogoverno vorrebbe finalmente armonizzare le esigenze Inuit e la difesa del territorio con quelli nazionali. Non sappiamo quanto ciò avrà successo, specie alla luce dei recenti stravolgimenti geopolitici internazionali.
È un fatto comunque che all’interno di Nunavut siano stati creati di recente ben 52 tra parchi e zone potette. Quanto Trump sta adesso invadendo le riserve protette in Alaska a favore delle piattaforme per l’estrazione di gas e petrolio, tanto il Canada cerca ancora di garantire i parchi. Una politca anche questa in armonia con le sensibilità europee.
Il 24 agosto abbiamo costeggiato per quasi 40 miglia da Burnett Inlet a Cummins Inlet coste molto alte sovrastate da ghiacciai lungo l’isola di Devon. Qui all’interno, non lontano dalla cima più alta, il Devon Ice Cap di 1920 metri, si trova lo Haughton, un gigantesco cratere generato molte ere fa dall’impatto di un asteroide che la Nasa utilizza per simulare i voli su Marte. E invece di fronte a noi, al fiordo di Dundas Harbour, il governo canadese nel 1934 provò l’insediamento forzato di 52 famiglie Inuit raccolte nella regione, che però se ne andarono quasi subito. L’esperimento venne ritentato nel 1951, ne seguì un altro fallimento. Oggi martedì 25 agosto abbiamo iniziato a navigare col motore a 6 nodi verso il parco nazionale di Smilik.
Attraversando verso sud il Canale di Lancaster incontriamo alcuni grossi iceberg, comunque ben alti e visibili sull’acqua. Poco dopo mezzogiorno issiamo poi le vele con un gelido vento di nord-est, la barca si appoggia a dritta, sul fuoco bolle la zuppa di legumi, il motore finalmente tace e filiamo verso sud-est cullati dallo sciabordio delle onde.

Nel regno dei ghiacciai di Bylot: cento ore senza incontrare una barca
Si avvicina la fine del nostro viaggio, mentre ci prepariamo a uscire dalle acque canadesi circondati dagli iceberg
28 Agosto 2026
TAY BAY (Canada settentrionale) – La mattina del 27 agosto i ghiacciai che sboccano sul canale di Navy Board Inlet s’illuminano di luce purissima. Gli scenari attorno alla nostra barca mutano nuovamente in modo drastico. Dove ieri e solo poche ore fa prevalevano onde nervose nel liquido scuro, nebbie persistenti sul livello del mare e sfilacciate in quota, oltre a venti freddi da nord, oggi domina calma piatta. In un universo luminoso, che corona le montagne dei parchi naturali e delle zone protette canadesi di riflessi diafani destinati a sfalsare la percezione delle distanze, il nostro senso della direzione e della natura delle cose viene messo duramente alla prova. Lasciando il golfo protetto di Tay Bay, dove abbiamo trascorso le ultime 48 ore, lo scafo, per la prima volta in questa navigazione, ha infranto il sottile strato di ghiaccio generato nelle ore più fredde. Non era mai avvenuto dal momento del nostro arrivo in Alaska agli inizi di giugno. Per i marinai-esploratori dell’Ottocento questi fenomeni rappresentavano i segnali-avvisaglia del rapido cambiamento di stagione: entro i primi di ottobre occorreva trovare un ricovero ben protetto dove ormeggiare battello e ciurma in vista dei lunghi mesi d’immobilità invernali.

Noi, al contrario, beneficiamo dell’incommensurabile vantaggio del motore. Anche con vento e mare contrari superiamo facilmente i 6 nodi. Tay Bay l’avevamo raggiunta due giorni fa attraversando il Canale di Lancaster sia a vela che a motore in una dozzina di ore. Sulla sponda meridionale ecco apparire i ghiacciai alti del parco nazionale dell’isola di Bylot. Alla luce morente della notte artica a fine estate appaiono come quadri dei macchiaioli, o riproduzioni a colori sfocati di vecchie stampe restaurate. Sono zone protette, dove gli stranieri o i non residenti possono soltanto guardare, e invece gli Inuit locali godono del permesso di cacciare, però appena al di fuori del parco nella prospicente isola di Baffin e unicamente per garantirsi lo stretto necessario per la sopravvivenza.

L’ancora viene calata a mezzanotte. La baia è quieta, solo tre foche curiose nuotano attorno allo scafo immobile. Durante la giornata del 26 agosto discesa a terra col tender. Si cammina prima lungo una scogliera, dove i gabbiani volano rasenti per allontanarci dai nidi; poi procediamo con gli scarponi per un paio d’ore su terreni acquitrinosi, dalle colline scoscese parallele al mare colano i rivoli di scioglimento dei ghiacciai. Incontro quella che sembra la carcassa di un giovane orso, forse morto a inizio estate. Mandiamo le foto agli ufficiali della riserva naturale, lo Sirmilik National Park, gestita dal governo canadese, che tengono un’accurata documentazione sulla fauna locale. Inviamo anche le immagini d’impronte d’orso fresche, ben visibili sul terreno fangoso. Lungo la spiaggia interna individuiamo inoltre il gomitolo sporco di una vecchia rete da pesca, lo portiamo con noi a bordo per consegnarlo ai guardiaparco nei prossimi giorni. In circa cento ore non abbiamo visto nessun altra barca, due piccole imbarcazioni da crociera lunghe meno di 150 metri sono invece al momento ormeggiate a Pond Inlet, dove è possibile fare gasolio e ci si registra per le pratiche d’uscita dalle acque territoriali canadesi.

Scrivo queste brevi note mentre la barca percorre paesaggi incantevoli: i profili delle montagne illuminate dal sole sono costellati da enormi ghiacciai, sopra i mille metri di quota s’intravedono le nevi perenni di altopiani giganteschi. Le vallate appaiono quasi tutte bloccate da crepacci e seracchi. Solo una volta abbiamo intravisto brillare al sole i riflessi di tre o quattro baracche in lamiera, che vengono usate come ripari temporanei dai cacciatori Inuit. Alle cinque del pomeriggio del 27 ottobre ancora procediamo a motore sui sette nodi con poco vento e corrente contraria. Nell’Ottocento i navigatori a vela avrebbero in queste circostanze perduto importanti giornate favorevoli, costretti ad adattarsi ai capricci del vento.

Adesso il sole staziona alto nel cielo, l’aria tersa non supera i tre gradi di temperatura, sembra una bella giornata invernale sulle Alpi. Ma siamo nell’oceano Artico e la differenza la fanno gli iceberg bluastri, che ogni tanto appaiono all’orizzonte e quindi ci sfilano sui lati. Nelle prossime ore pianifichiamo di gettare l’ancora a Cape Hatt, sull’isola di Baffin, dove gli Inuit hanno organizzato un piccolo campo di ricovero per le battute di caccia estive. L’uscita dal Canada si avvicina miglio dopo miglio: presto arriveremo alle acque aperte della Baia di Baffin.



È possibile garantire la difesa dell’ecosistema artico a fronte dei cambiamenti climatici?
Percorriamo le ultime tappe dal Pacifico all’Atlantico del Passaggio di Nord-Ovest preoccupati da queste domande. Ma la verità resta che non ci sono risposte
30 Agosto 2026
POND INLET (CANADA SETTENTRIONALE) – Come garantire la difesa dell’ecosistema artico a fronte dei cambiamenti climatici e del conseguente scioglimento dei ghiacci, che a tutti gli effetti espone l’intera regione del Polo Nord alla competizione internazionale per lo sfruttamento delle sue risorse e persino alla sfida per il suo controllo militare? Percorriamo le ultime tappe dal Pacifico all’Atlantico del Passaggio di Nord-Ovest preoccupati da queste domande. Ma la semplice verità resta che non ci sono risposte. «Non lo sappiamo. Ormai ogni anno vediamo che il livello dei ghiacci si abbassa, le stagioni sono sempre più imprevedibili, con fenomeni estremi di caldo e freddo, che una volta erano sconosciuti e ora ovviamente impattano sugli animali, oltre che sull’ambiente e i suoi abitanti. Vediamo bene che la presenza militare è cresciuta e che le ricchezze artiche fanno gola a tanti. In Canada cerchiamo di cooperare con lo Stato per garantirci, però il futuro resta del tutto incerto», ammette tra i tanti il 57enne Darrell Makin, che dal 2022 è tra gli amministratori e portavoce del Parco Nazionale dello Sirmilik, una delle più grandi zone protette del Canada artico.

Lo abbiamo raggiunto nella biblioteca del villaggio di Pond Inlet il 28 agosto verso mezzogiorno, dopo sei ore di navigazione a dir poco entusiasmanti dalla baia di Cape Hatt. Un galleggiare da sogno, non tanto per il viaggio in sé – sempre a motore sui sette nodi in un mare assolutamente piatto -, piuttosto per la luce cristallina dei cieli, la cerchia di cime a tratti rocciose e in altri coperte dai ghiacciai sui golfi incantati, i dedali di canali secondari affacciati sul principale destinati a condurci sino all’isola di Baffin e quindi all’inizio della traversata verso le coste occidentali della Groenlandia. In questi mesi dell’estate 2026 sulle cronache, specie dei media occidentali, hanno dominato le tematiche legate ai cambiamenti climatici: dal grande caldo, alle Alpi in disfacimento con lo scioglimento dei ghiacciai e le frane, sino alla catastrofe naturale dell’inondazione dalle terre alte alle vallate del Nepal. A peggiorare lo scenario è stata la mancanza di cooperazione politica internazionale, minata soprattutto, ma non solo, dalla guerra russo-ucraina e da quella in Medio Oriente.
Lo vediamo bene purtroppo: prevale la legge del più forte. Intendiamoci, così è sempre stato, ma dalla fine della Seconda Guerra Mondiale siamo oggi a uno dei punti più bassi nella storia dei tentativi di trovare sistemi di collaborazione tra gli Stati. E nulla, proprio nulla, lascia credere che in questa fase la comunità delle nazioni sia pronta a unire le forze per elaborare politiche comuni per affrontare la crisi ambientale. L’Artico, i mari e le isole che ho visto navigando tra Alaska, Canada e Groenlandia, sono oggi più che mai indifesi, fragili, alle mercè dei capricci degli uomini, i quali alla prova dei fatti sembrano del tutto indifferenti alla sorte del loro stesso Pianeta. «Quello del Canada è il governo che ha più lavorato per dare voce e forza politica agli abitanti delle terre del grande nord. Si tenga conto che dal 1999, con la costituzione del regime di autogoverno Inuit, enormi regioni del Paese sono adesso largamente sotto il loro controllo. Però lo stesso non vale per la Siberia russa o per l’Alaska statunitense. E non sono affatto certo che, se Donald Trump continuasse a espandere le attività economiche e militari dalle nostre parti, e così facessero i russi e tramite loro i cinesi, anche Ottawa non sarebbe costretta a mutare radicalmente politica», confessa Darrell. Con lui avevo preso appuntamento ancora mentre navigavamo nel Canale di Lancaster e ci avvicinavamo alla zona dei parchi naturali. E adesso è stato facile parlargli.

Pond Inlet lo scorgiamo da lontano. Di fronte al porticciolo delimitato da un muraglione di massi incrocia una nave da crociera con un centinaio di turisti a bordo e una piccola petroliera è ancorata all’entrata. Il canale dove transitiamo si chiama Eclipse Sound, è largo poco più di 30 chilometri e sull’altra sponda in questa giornata limpidissima si vedono a occhio nudo immensi ghiacciai che raggiungono il mare. Fa caldo rispetto agli ultimi giorni, c’è calma di vento, siamo sui 13 gradi sopra lo zero. «Qui vivono oltre 1.600 persone, quasi tutte Inuit e la popolazione è in forte crescita, ci sono oltre 450 bambini piccoli. E’ normale avere 4 o 5 figli», ci dice la bibliotecaria, che lavora anche alla municipalità. Appena dopo l’attracco al corto molo di ferro, dove attendiamo l’autocisterna per fare carburante, c’è un momento di preoccupazione. Secondo l’agente della dogana venuto a controllare i documenti per l’uscita dal Canada non ci saremmo registrati in modo corretto.
Noi restiamo certi del contrario, il contatto radio e via rete con i guardiacoste e il drone aereo del controllo canadese è sempre stato attivo sin dall’entrata nelle acque territoriali. Però non ci siamo fermati alla stazione di polizia a Cambridge Bay, dove avevamo fatto gasolio. La presenza di armi a bordo, comunque richiesta dalle autorità canadesi e americane per la difesa contro gli orsi, non può che complicare il problema. «Rischiate una grave ammenda, o il fermo e il sequestro dell’imbarcazione», minaccia l’ufficiale prendendo i nostri passaporti. «Vi avevano detto di comunicare quotidianamente la vostra posizione e non lo avete fatto», ci dice duro. Noi neghiamo con veemenza ci sia mai stata data un’indicazione del genere. Io stesso ho registrato sul «diario di bordo» gli eventi del giorno per le cronache da pubblicare sul Corriere della Sera e non trovo alcun riferimento in proposito. «Ovviamente l’avremmo fatto», replichiamo. La situazione è spiacevole, ma valutiamo non gravissima.



Dopo un paio d’ore nell’impasse, Alberto trova la mail della nostra registrazione inviata tre settimane fa alle autorità doganali e subito il clima si distende: ci rendono i passaporti e veniamo rapidamente regolarizzati. Difficile capire i meccanismi che hanno generato il disguido, ma l’impressione resta che il governo centrale non abbia ancora stabilito un chiaro sistema ben organizzato per seguire le piccole imbarcazioni da diporto che effettuano il Passaggio di Nord-Ovest: sono tutt’oggi poche, meno di una ventina all’anno nei due sensi, i costi per i controlli risultano sproporzionati. Sicuramente non è facile monitorare una frontiera così ampia in regioni tanto remote. Senza dubbio nel nostro caso ha anche aiutato la nuova prossimità politica tra Canada ed Europa.
Le case in lamiera e legno del paesino si affacciano sulle vie non asfaltate, che adesso sono polverose e alla prima pioggia diventano torrenti di fango. Come abbiamo già visto anche negli insediamenti in Alaska, vicino alle abitazioni giacciono le carcasse di auto abbandonate, vecchie motoslitte, rottami di ogni genere, comprese imbarcazioni arrugginite. I nuclei urbani si presentano in genere come agglomerati disordinati di edifici bassi, spesso costruiti su palafitte per resistere meglio contro freddo e umidità, intervallati da resti ferrosi di mezzi di trasporto. Il regime di assistenzialismo spinto alimentato dai governi centrali per garantirsi la simpatia, o comunque la collaborazione degli Inuit, facilita gli sprechi e crea modelli evidenti di dipendenza sociale dai fondi statali. Lo si vede anche nelle forme di trasporto private: qui si muovono tutti su mezzi meccanici, la benzina è sovvenzionata, se un mezzo si rompe sovente conviene chiederne uno nuovo, piuttosto che lavorare e darsi da fare per ripararlo.

Le zone protette del parco restano comunque ancora lontane dal turismo di massa. «D’estate per raggiungerle occorre attraversare almeno 30 chilometri di mare aperto e sovente gli approdi sulla rive settentrionali della nostra baia sono disturbati da venti contrari. D’inverno la regione è paralizzata dal gelo. Ci vanno in motoslitta con le tende, perché non ci sono edifici o rifugi. Ne risulta che per ora i frequentatori del parco non superano la trentina all’anno. Più che altro sono zone protette per la difesa degli animali», spiega Darrell. A suo parere la minaccia principale per l’ecosistema di Sirmilik è rappresentato dalla miniera di materiali ferrosi di Mary River di proprietà della ArcelorMittal nel sud dell’isola di Baffin, a circa 160 chilometri da Pond Inlet.
«Servono per le acciaierie della ArcelorMittal. Noi abbiamo cercato di farle chiudere. Ma la miniera ha vinto la sua causa con il governo centrale e adesso verrà ampliata con nuove ferrovie e strade per il trasporto, che vanno a impattare in modo grave sugli equilibri naturali. Impiega 1.200 operai, tra loro circa 300 Inuit e questo aiuta a spiegare il parziale sostegno che raccoglie tra i locali», spiegano nella sede del parco. Uno dei risultati positivi è invece la scelta nel 2016 della Shell di bloccare le trivellazioni per la ricerca di giacimenti di gas e petrolio. Su questi fondali marini durante l’inverno crescono le alghe, che al riparo del ghiaccio possono diventare lunghe parecchi metri a generare il primo anello della catena alimentare: la loro difesa rappresenta un tassello fondamentale per lo sviluppo del mondo animale.

Il programma canadese per la preservazione del territorio comprende comunque la scelta di garantire gli usi, le tradizioni di vita e le abitudini degli abitanti originari. La possibilità di pescare e cacciare quasi senza limiti resta garantita per gli Inuit. Anche noi li vediamo partire dal porticciolo nella sera tiepida di metà agosto sui loro minuscoli motoscafi in alluminio grezzo. Per alcuni le battute sono vere feste famigliari: a bordo caricano mogli e figli, oltre a ami, reti e fucili, si recano in piccole catapecchie montate sulla spiaggia nelle baie vicine ai confini del parco. «Cacciamo per mangiare. Ma anche per vivere e guadagnare. Io pesco narvali e trichechi, le loro zanne d’avorio le vendiamo al mercato cinese, per ognuna posso venire pagato sino a 20.000 dollari canadesi (circa 12.400 euro). Sono prezzi che mi permettono di mantenere facilmente mia moglie e quattro figli», mi dice il 35enne Randy Kuarak ben fiero di brandire le corna e le pelli di due caribù uccisi tre giorni fa assieme al figlio dodicenne. Davanti a casa sono appesi i pantaloni in pelle d’orso che gli ha confezionato sua moglie. Lui mostra a terra alcune pelli di foca. Ne indica una bucherellata. «Questi sono i segni lasciati dal morso di un’orsa. Aveva provato a rubarmi la foca che avevo appena catturato, credo fosse affamata e volesse spartirla con i due cuccioli che aveva con sé. L’ho uccisa subito, mi sembrava minacciosa. Poi ho sparato anche ai piccoli. La loro carne ci servirà per l’inverno. Comunque non avrebbero potuto sopravvivere senza la madre», spiega.
Tornando verso il porto occorre passare di fronte all’entrata del capannone che ospita il centro sociale del villaggio. All’interno un centinaio di turisti sbarcati dalla nave da crociera sta applaudendo allo spettacolo organizzato da giovani artisti. Due ragazze imitano i rumori di foche e trichechi accennando a piccoli passi di danza. Sono come un ronfare ritmato, respiri profondi, gutturali, che partono dallo stomaco. Quattro o cinque anziani vendono piccoli prodotti d’artigianato locale sulle bancarelle all’ingresso. Per loro sono le uniche settimane dell’anno in cui possono concludere qualche affare. Già a metà settembre i ghiacci cominceranno a chiudersi. A novembre sarà possibile attraversare il mare a piedi, qui l’acqua è ancora molto dolce, ghiaccia veloce. Ma una trentina di miglia più a est sarà già salata: il salato dell’Atlantico preannuncia la Baia di Baffin. La mattina del 29 agosto il tratto considerato ufficiale del Passaggio di Nord-Ovest è di fatto concluso.

L’abbiamo percorso in 35 giorni di navigazione da Nome, comprese le soste tecniche per studiare le strategie di rotta e dribblare le aree di mare chiuso. Siamo la prima barca a vela che lo completa quest’anno. Secondo gli esperti, date le condizioni di ghiaccio chiuso lungo le coste dell’Alaska, abbiamo viaggiato a tempo di record. Oggi siamo salpati alle 7,30, a mezzogiorno eravamo nelle acque di Baffin: poco vento, onde lunghe, cielo grigio, quattro iceberg all’orizzonte. Tra quattro giorni, tutti in mare aperto, saremo in vista della Groenlandia. E allora il viaggio sarà davvero arrivato alla fine.
………. in aggiornamento









