«Produciamo 30 bottiglie all’anno sul tetto di un palazzo del Seicento. Il nostro è uno psicovino: esce dal calice e parla»
Tullio Masoni è l’ideatore di ViaMari10: «Le piante vivono in un microclima simile a quello della Napa Valley ma creato dal calore dei coppi e da quello dei condizionatori, nutrite con uova, banane, alghe marine e deiezioni di usignolo»
Vittoria Melchioni
Nel cuore di Reggio Emilia, sopra i tetti del centro storico, in una strada molto piccola ma impregnata di storia, esiste un micro-vigneto che produce appena trenta bottiglie all’anno. Ridurre, però, ViaMari10 a un progetto enologico sarebbe limitante.
Qui il vino diventa performance, architettura viva, memoria storica e provocazione concettuale. Il suo ideatore Tullio Masoni, che nella vita si è occupato di finanza ed investimenti, rifiuta l’idea del vino come semplice prodotto da consumare: per lui deve trasformarsi in esperienza mentale, capace di dialogare con la storia italiana, con la città e persino con il corpo di chi attraversa il vigneto nel vicinato di santa Croce, il cosiddetto quartiere del «Popol Giost», la zona più autentica della città.
ViaMari10 viene spesso definito «il vigneto più piccolo del mondo». Ma lei sembra voler superare perfino il concetto stesso di vigneto.
«ViaMari10 è l’anima più autentica di un’idea: non un semplice vino ma un atto performante che unisce arte, architettura viva e memoria storica. Io combatto la logica della città con la creatività, non con l’ecologia».
Come l’è venuta l’idea di realizzare un vigneto su un tetto?
«I miei genitori mi avevano lasciato in eredità un grande vigneto, che io ho venduto. Poi, un po’ il senso di colpa, un po’ il richiamo delle radici, nel 2010 ho pensato di ridargli vita ma in una versione del tutto originale e provocatoria: sul tetto del mio palazzo seicentesco. Ho raccolto la terra da tutta Italia un mix di argilla, calcare, ghiaia e terreno siliceo, ho portato su i “vasoni” a mano e mentre lo facevo pensavo: “ma chi me l’ha fatto fare?”. Le barbatelle romagnole ci hanno messo tre anni a crescere».
Nel concreto: come avviene il processo di vinificazione?
«Curo le piante, che crescono e vivono in un microclima simile a quello della Napa Valley ma creato dal calore dei coppi e da quello dei condizionatori, nutrite con uova, banane, alghe marine e deiezioni di usignolo. Gli acini maturano con le vibrazioni dei suoni della strada, del vociare poliglotta dei vicini, del dialetto di chi si saluta giù nella via. I due tutori su cui i tralci portano a maturazione l’uva, sono due opere di Oscar Accorsi. Poi vendemmiamo e inseguito il vino riposa in barrique che sono opere d’arte dallo scultore Lorenzo Menozzi, che stanno a rappresentare l’uomo e la donna. Prima di stappare una bottiglia di ViaMari10 bisogna farla vibrare con le note musicali, accostandola alla cassa di un violino, così si potrà assistere allo spettacolo delle onde sonore dentro il vetro che fanno vibrare le molecole organiche addormentate dal lungo invecchiamento».
Lei parla del vino quasi come di una rivoluzione culturale.
«Il vino deve smettere di essere ciò che è sempre stato: ha il dovere di diventare altro. Rompe le catene della tradizione per compiere un salto evolutivo. Qui il vino, da elemento quotidiano, trova una radicale inversione di rotta: cessa di essere un liquido passivo che viene assunto e consumato, per farsi sostanza attiva che esce dal calice, parla e propone».
Cosa significa, concretamente, trasformare il vino in un «concetto mentale»?
«ViaMari10 rifiuta ogni convenzione: non è un assemblaggio di colori e sapori, ma un varco concettuale. Un vino nel vino. Una quarta dimensione. Un tempo il vino custodiva un rapporto viscerale con il produttore. Oggi la standardizzazione industriale ha cancellato quell’anima, trasformandolo in merce. Io voglio restituirgli sacralità. È uno psicovino».
Anche il luogo sembra avere un’importanza centrale nel progetto.
«Assolutamente. Il luogo storico in cui nasce ViaMari10 non è una semplice coordinata geografica, ma parte integrante della sua sacralità. La terra custodisce la memoria e il vino ne diventa il custode. Compiamo così il passaggio definitivo: da liquido a concetto mentale. Il mio vino si fa vettore del passato, una reliquia temporale, un nettare mentale».
Lei utilizza spesso termini come “metafisica”, “sacralità”, “assoluto”. C’è una dimensione artistica dietro tutto questo?
«ViaMari10 è un’opera monocroma che apre il varco verso l’assoluto della metafisica: un colore unico, che ho voluto persino brevettare per sottrarlo al tempo. Questo vino non è un prodotto, ma un atto performante che si fa simbolo del futuro».
Il vigneto stesso sembra diventare un’opera architettonica.
«Il mio vigneto si fonde con il paesaggio sospeso. La scala che conduce al quarto piano cessa di essere un elemento funzionale e si fa scultura: dialoga con i filari, mentre i filari dialogano con la pietra della città. Non è l’architettura a contenere la natura, ma è il vigneto stesso che genera e plasma lo spazio».
Anche il visitatore, a quanto pare, entra a far parte dell’opera.
«Questo luogo non è un elemento passivo, ma un organismo vivente che interagisce e reagisce. Chi cammina tra le vigne non è un semplice visitatore, ma un elemento attivo che genera energia e produce intensità. Sotto i passi dell’uomo, il vigneto si altera, vibra e risponde».
ViaMari10 ha un fortissimo legame con la storia italiana.
«Voglio che ViaMari10 sia fatto di carne. Questo vino si trasforma nel ritratto vivente degli eroi della storia italiana. Il filo conduttore di questa metafisica è il sangue versato. Sullo stesso selciato in cui il medico Morini cadde esanime nel duello contro il collega Assalini, giunse Garibaldi. Con l’acqua di quel pozzo il Generale battezzò oltre cento bambini davanti al portone, trasformando la tragedia in rinascita. È qui che si imprime l’imprinting sacro di una nazione. Assalini poi diventò il chirurgo di Napoleone. Ecco: i francesi e il loro Petrus, che snob! Non me ne faccia parlare».
Torniamo da noi, in Italia allora. Lei definisce ViaMari10 «un’opera nazionale».
«Non è un vino regionalista, ma un’opera nazionale. Incarna l’Italia intera perché nasce nei luoghi stessi che hanno fatto la sua storia. Nel suo sapore si gustano i traumi e i miracoli di questa terra: un cammino che va dal sangue al vino, dalla sudditanza all’indipendenza. ViaMari10 diventa così la Sindone liquida d’Italia».
Eppure produce soltanto trenta bottiglie all’anno.
«Assaporare l’Italia non è per tutti. Io produco solo trenta bottiglie l’anno. Mentre certi vini sono soltanto silenzi, ViaMari10 è una scintilla che cattura la vita stessa. Non offro questo vino al servizio del palato, ma lo pongo al servizio della mente. Non appaga i sensi: sovverte le certezze».







