
“L’uranio iraniano è sfuggito ai raid”. Gli ayatollah lo nascondono nei nuovi laboratori segreti
Gli 007 europei sono convinti che i pasdaran hanno spostato il materiale prima del bombardamento sul sito di Fordow
Fabio Tonacci
Il dubbio si fa certezza. Il tesoro radioattivo degli ayatollah, quei 408,6 chili di uranio arricchito al 60 per cento così prossimi alla soglia utile per costruire la bomba, sono nascosti in qualche laboratorio segreto della Repubblica islamica. Uno di quelli mai segnalati all’Agenzia atomica dell’Onu (Aiea), o segnalati con omissioni e fuori tempo massimo, parte di una rete coperta di strutture che, dopo la guerra dei 12 giorni, compone un potenziale, e pericoloso, Piano b.
«La valutazione preliminare dell’intelligence fornita ai governi europei indica che le scorte di uranio in Iran rimangono per la maggior parte intatte», scrive il Financial Times, citando due fonti a conoscenza del dossier, finito, in queste ore, al centro di furiose polemiche tra la Casa Bianca, gli esperti di programmi nucleari, i servizi segreti e la stampa internazionale. Il quotidiano inglese aggiunge che l’uranio non era più nel sito di Fordow, costruito nelle viscere di una montagna non lontano dalla città santa di Qom, al momento del raid aereo americano che ha sganciato sei bombe Gbu-57 da 13 tonnellate ciascuna in corrispondenza dei canali di ventilazione. Anche il fatto che poi non sia stata rilevata alcuna variazione nel livelli di radioattività dell’aria fa ritenere che lo stock sia stato trasferito altrove prima dell’attacco, come ha specificato l’Aise, i nostri servizi segreti esterni, durante l’audizione al Copasir di qualche giorno fa.
Si può discutere sul livello di distruzione che gli ordigni ad alta penetrazione hanno causato a Fordow — per Trump il sito è «annichilito», per il Pentagono «severamente danneggiato», per gli iraniani la valutazione va da «intonso» a «danni significativi» — ma il punto, ora, è un altro: dov’è nascosto il tesoro radioattivo di Khamenei? Di quanto è stato ritardato il programma nucleare iraniano? E, soprattutto: la Repubblica islamica ha delle centrifughe in altri siti diversi da quelli, bombardati, di Fordow, Natanz e Isfahan?
«La risposta è sì, perché l’Iran ha una rete di strutture sotterranee per il programma nucleare non conosciute e da quel che risulta la capacità di arricchimento non è azzerata, perché ha ancora centrifughe funzionanti e componenti per produrne molte altre», spiega a Repubblica Jeffrey Lewis, professore al Middlebury Institute of International Studies di Monterrey ed esperto di politiche del nucleare. «Portare quasi mezza tonnellata di uranio al 60 per cento significa aver fatto gran parte del lavoro, perciò quella scorta è così preziosa. Arricchirlo fino al 90 è più semplice e rapido, con 250 centrifughe è una questione di 8-10 settimane».
Due giorni prima del raid americano, i satelliti hanno visto una fila di 16 camion fuori da una delle vie di ingresso di Fordow, il più protetto laboratorio iraniano per l’arricchimento. Che siano stati usati per spostare l’uranio non è detto, anche perché il direttore dell’Aiea Rafael Grossi ha rivelato di aver ricevuto già il 13 giugno (giorno dell’inizio dell’attacco israeliano) una lettera dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che lo informava dell’adozione di «speciali misure» per proteggere attrezzature e materiali radioattivi. È presumibile che il trasferimento dell’uranio rientrasse tra queste.
Il 12 giugno, inoltre, il governo iraniano ha comunicato all’Aiea di aver predisposto un sito nuovo, costruito anche più in profondità rispetto agli 80-90 metri di Fordow: le informazioni su di esso sono scarne, pare si tratti di un impianto di almeno 10 mila metri quadrati, con centrifughe e depositi di stoccaggio, che si troverebbe in una delle montagne della provincia di Isfahan. La località esatta non è nota. «Ipotizzo però che non sia vicino al centro di ricerca e conversione già colpito», sostiene il professor Lewis.
Prima dell’attacco israeliano le scorte di uranio arricchito erano a Fordow e anche a Isfahan, i cui tunnel costruiti molto in profondità non sembrano essere collassati per i raid. Il presidente Trump sulla piattaforma Truth Social scrive: «Niente è stato portato via dal sito (parla di Fordow, ndr). Ci sarebbe voluto troppo tempo, sarebbe stato troppo pericoloso, perché è molto pesante e difficile da spostare». Gli esperti però rigettano anche questa versione. «L’uranio viene spostato in continuazione, non è difficile», dice ancora il professor Jeffrey, «nel procedimento industriale per arricchirlo passa di frequente da una struttura all’altra, da un’azienda all’altra». È stoccato in cilindri di metallo sotto forma di polvere che, per dimensione, stanno dentro il bagagliaio di una macchina.
Il tesoro radioattivo della Repubblica islamica, che Teheran sostiene essere solo per uso civile e non militare, è il mistero del tredicesimo giorno, dopo i dodici di guerra con Israele. Netanyahu ha dichiarato che il Mossad ha una pista interessante per rintracciare dove si trovi. Grossi dell’Aiea chiede, per ora invano, di poter inviare gli ispettori nel nuovo laboratorio segreto o dovunque i pasdaran abbiano stoccato le scorte. Per gli Stati Uniti e Israele, la consegna di quell’uranio arricchito è la precondizione per tornare a negoziare. E, dunque, la possibile causa di future operazioni militari.


Lo show del Pentagono dopo il duello sui dossier: «Nucleare iraniano annientato». I test segreti durati 15 anni
Il ministro Hegseth all’attacco in conferenza stampa. L’Aiea: centrifughe non più attive, ma non è la fine del programma iraniano. Il generale Caine e il racconto della missione: «Test segreti e 15 anni di preparazione, così era diventata un’ossessione»
Matteo Persivale
«È stata l’esplosione più luminosa che avessero mai visto. Sembrava la luce del giorno». Il capo di stato maggiore «Razin» Caine poco dopo le prime luci del mattino di ieri ha raccontato in un briefing al Pentagono — «mi scuso in anticipo per la durata dell’intervento» — la missione di domenica scorsa contro i siti nucleari iraniani, «frutto di quindici anni di lavoro». La storia degli ingegneri, il racconto dei piloti, le reazioni delle famiglie, tutto. Tutto tranne i dettagli obiettivamente più urgenti, l’effettiva entità dei danni provocati dal bombardamento, e di quanto sia stato spinto in là nel tempo il programma nucleare iraniano.
A Caine aveva passato la parola il ministro della Difesa Pete Hegseth che aveva aperto il briefing con un breve, aspro discorso tutto politico di elogi a Trump e di attacchi ai giornalisti. «Decimate, annientate, distrutte. Scegliete voi la parola per quello che abbiamo fatto alle capacità nucleari dell’Iran. Grazie a un’azione militare decisa, il presidente Trump ha creato le condizioni per porre fine alla guerra».
Le conseguenze
Hegseth poteva contare sull’assist del direttore della Central Intelligence Agency John Ratcliffe che aveva garantito che gli attacchi statunitensi in Iran avessero effettivamente causato gravi danni al programma nucleare di Teheran: «Nuove informazioni di intelligence basate su metodi “storicamente affidabili” hanno dimostrato che diversi impianti nucleari iraniani chiave sono stati distrutti e dovranno essere ricostruiti nel corso degli anni». E ieri alla radio francese Rafael Grossi, capo dell’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite, la Aiea: le centrifughe dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Fordow, in Iran, «non sono più operative» dopo che gli Stati Uniti hanno attaccato l’impianto con bombe anti-bunker, ha dichiarato. Trump, dal canto suo ha aggiunto: «Nulla è stato portato fuori dall’impianto. Sarebbe troppo lungo, troppo pericoloso e troppo pesante da trasportare». Chiaramente gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica non sono riusciti ad accedere ai siti nucleari dopo gli attacchi, ma sebbene sia difficile valutare i danni causati dagli attacchi utilizzando solo immagini satellitari, la potenza delle bombe sganciate su Fordow e le caratteristiche tecniche dell’impianto indicano che «sappiamo già che queste centrifughe non sono più operative», spiega ancora Grossi. Le centrifughe richiedono un grado di precisione talmente elevato che vibrazioni intense come quelle provocate dalle bombe GBU-57 non possono non averle messe fuori uso.
L’analisi tecnica
«Non si è potuto evitare un danno fisico significativo — ha continuato il capo dell’Aiea —. Possiamo pertanto giungere a una conclusione tecnica abbastanza accurata: i danni sono stati enormi». Ritarderà «decenni», l’atomica iraniana? «Forse decenni, a seconda del tipo di attività o dell’obiettivo. È vero che con queste capacità ridotte sarà molto più difficile per l’Iran continuare allo stesso ritmo di prima». Ma sarebbe «troppo» affermare che il programma nucleare iraniano sia stato «spazzato via».
Tra le manganellate verbali di Hegseth, che aveva esordito salutando il capo di stato maggiore definendolo «il mio compagno di missione»: «È successa una cosa enorme. Il presidente Trump ha diretto l’operazione militare più complessa e segreta della storia, e si è rivelata un successo clamoroso, che ha portato a un accordo di cessate il fuoco e alla fine della guerra dei 12 giorni. E voi? Tutti presi come siete alla ricerca di scandali, vi perdete momenti storici come il record di reclutamento al Pentagono, nell’esercito, nell’aeronautica e nella marina».

Il video
Finalmente Caine ha potuto prendere la parola, fornendo dettagli inediti nella sua lunga presentazione, e spiegando per esempio come le immagini di un video di un test delle bombe non mostrino un cratere come succederebbe con ordigni normali (qui la distruzione è avvenuta sottoterra). «Negli Stati Uniti — ha spiegato — esiste un’organizzazione chiamata Defense Threat Reduction Agency, Dtra, massima esperta mondiale di obiettivi sotterranei in profondità. Nel 2009, un agente è stato portato in un caveau in una località segreta e informato su qualcosa che stava accadendo in Iran. Gli è stato assegnato il compito di studiare questa struttura, e presto è stato raggiunto da un altro membro del team. Per oltre 15 anni, questo agente e il suo compagno hanno vissuto e respirato questo singolo obiettivo, Fordow, un elemento cruciale del programma segreto iraniano di armi nucleari. Ne hanno studiato la geologia. Hanno visto gli iraniani scavare. Hanno scrutato la costruzione, le condizioni meteorologiche, i materiali di scarto, la geologia, i materiali da costruzione, la loro provenienza, il condotto di ventilazione, il condotto di scarico, gli impianti elettrici, i sistemi di controllo ambientale, ogni angolo, ogni cratere, ogni apparecchiatura che entrava e ogni apparecchiatura che usciva».
Il sogno
E ancora: «Sognavano, di notte, questo obiettivo. Non si costruisce un complesso di bunker sotterranei a più livelli con centrifughe e altre attrezzature in montagna per scopi pacifici. I membri del team non potevano dire nulla alle loro famiglie, per tutti questi anni. Sapevano che all’inizio non avevamo un’arma in grado di colpire e distruggere adeguatamente questo obiettivo. Così iniziarono un percorso di collaborazione con l’industria per sviluppare la GBU-57. Centinaia di test segreti con un unico scopo: distruggere questo obiettivo. E poi, un giorno di giugno del 2025, più di 15 anni dopo l’inizio del lavoro della loro vita, il presidente ha ordinato ai B-2 di colpire e distruggere questo obiettivo».


