


ALDO CAZZULLO
I due Bergoglio, il generale dei gesuiti d’Argentina e il primo Pontefice a chiamarsi Francesco, il leader politico e il Papa del popolo, sono nello stesso feretro, e nello stesso funerale. E nel vento che anche stavolta sfoglia, sia pure più dolcemente, il Vangelo posto sulla bara di legno chiaro, vibra lo spirito di Ignazio di Loyola e di Francesco d’Assisi, guarda caso invocati uno dopo l’altro nella litania dei santi.
I potenti sono sul sagrato. Trump provatissimo dalle due ore di liturgia in latino, con incursioni di tutte le lingue della cristianità, il francese, il portoghese, il polacco, l’arabo, il cinese, il tedesco, e finalmente un po’ d’inglese. Il re di Spagna Felipe alto come un cestista con la regina Letizia, l’unica che avrebbe diritto a vestirsi di bianco davanti al Papa, tutta in nero tipo la strega di Biancaneve. Il principe William da solo, quasi identico alla madre Diana, come accompagnato da lei. Milei, che si è dato una spuntatina ai basettoni, con la potente e temuta sorella Karina. Di fronte, la macchia rossa dei cardinali, quella viola dei vescovi, i paramenti orientali di patriarchi e archimandriti che benedicendo la bara in greco daranno vita al momento più solenne della cerimonia.



Poi, a perdita d’occhio, nell’immensa piazza, in via della Conciliazione, lungo il percorso predisposto per accompagnare Bergoglio nel corteo funebre che ha scelto per sé, il popolo. Un popolo difficile da numerare, frantumato dal vero simbolo della Roma moderna che non è la lupa né l’aquila ma la transenna, inibito dal divieto di sollevare cartelli e sventolare bandiere. Ma un popolo autentico, accomunato da un dolore lieto, che non è qui per seppellire un morto ma per salutare un Papa che resterà vivo nella memoria.
Stare in mezzo alla gente, anche l’ultimo giorno. Umanizzare la Chiesa senza desacralizzarla. Dialogare con i potenti pari a pari, occhi negli occhi, come Ignazio, il fondatore del suo ordine; e chinarsi sul solco delle vite degli umili, dei deboli, financo degli animali e di ogni creatura, il vento l’acqua il fuoco, come Francesco, di cui ha preso il nome e condividerà la sepoltura: in una chiesa, certo, ma nella nuda terra.



Perché Trump è qui
La foto del giorno resterà quella di Trump e Zelensky. Mancano pochi minuti alle 10, i capi di Stato vanno a rendere omaggio al Papa nella navata centrale di San Pietro. Il presidente americano e quello ucraino si appartano, si siedono su due seggiole, si chinano uno di fronte all’altro. Non ci sono telecamere, davanti a cui fare la faccia feroce. Possono parlarsi per qualche minuto. Se è stato Francesco a propiziare tutto questo, è già un segno. Non un miracolo. Sant’Ignazio e san Francesco non fanno miracoli. Certo, la devozione gliene attribuisce moltissimi, ma non è una grazia soprannaturale quella che si chiede ai due santi, sono cultura e amore: la cultura di Ignazio, alla cui scuola si è formato un pezzo della classe dirigente mondiale, e l’amore di Francesco, che baciava i lebbrosi, scambiava le proprie vesti con quelle dei mendicanti, accoglieva alla pari Chiara e le sue sorelle, al tempo in cui i chierici consideravano le donne il vascello del demonio.
I gentiluomini in guanti bianchi portano la bara, quelli in frac scuro sistemano i ritardatari. Callista Gingrich, già ambasciatrice di Trump presso la Santa Sede nel primo mandato, spiega che non è un caso che il presidente sia qui. Trump ha il senso della storia, ha il polso del popolo. Al di là delle divergenze con Bergoglio, ha capito che Roma in questo momento era il posto in cui stare. Sarà pazzo; non è sciocco. E pure il giallo dei capelli è meno intenso del solito. Intanto ha guadagnato la prima fila, vicino a Macron. All’ultimo momento un addetto preleva Infantino dalla piazza: il presidente Fifa ha avuto un upgrade tra i potenti. Prima lettura, dagli Atti degli Apostoli: «In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia”».
Il Conclave dei politici
Nelle prime file della piazza, il conclave è già iniziato. Non tra i cardinali; tra i parlamentari italiani. Un po’ tutti sono amici di Zuppi, qualcuno conosce Pizzaballa, molti prevedono Parolin: è il segretario di Stato di Bergoglio, quindi garantisce i progressisti; è un moderato, quindi rassicura i conservatori. C’è chi obietta: «Certo che dopo Francesco rischia di sembrare un comunicatore un po’ freddo…». Interviene Renzi, sorridendo: «Non comunica. Meglio. Non va da Fazio. È perfetto».
Dalla lettera di san Paolo ai Filippesi: «Noi siamo cittadini del cielo. Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose».
In prima fila ci sono i ministri: Valditara, Urso, Giuli, il mitico Lollobrigida, Giorgetti reduce dal Fondo monetario, dove ha parlato di dazi con il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent. «Lo sai che è sposato con un uomo?» gli chiede Gentiloni. «Questo è niente, preparatevi, sarà durissima» vaticina il ministro dell’Economia. In seconda fila, la sinistra radicale. Bonelli. Fratoianni. Bertinotti: «Papa Giovanni. A me Francesco ricorda Papa Giovanni. Il Concilio. L’apertura ai comunisti: distinguere l’errore dall’errante. L’attenzione ai non credenti. Anche fisicamente era quasi uguale. Papa Giovanni».
Sul maxischermo appare il cardinale di Marsiglia Aveline, pure di lui dicono assomigli al Papa buono. Macron, sottobraccio a Brigitte, posta una foto della visita di Bergoglio giustappunto a Marsiglia.
Arrivano altri politici: Violante, Tremonti. E poi gli ex presidenti del Consiglio, in Italia categoria ormai più numerosa dei metalmeccanici. Uno che ha studiato dai gesuiti è Draghi: «Bergoglio mi ha chiamato dopo la Bce e prima di Palazzo Chigi, quando non contavo nulla». Conte rievoca la gestione della pandemia: «Abbiamo avuto incontri segreti con il Papa, ma non è il momento di rivelarli».
Nessuno vuole parlare con Soumahoro.
Il passo dal Vangelo secondo Giovanni è quello splendido in cui Gesù evoca con Pietro la vecchiaia e la morte: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà, e ti porterai dove tu non vuoi».
Il principe, Biden e Casarini
Biden va a salutare Parolin, e rievocano il loro incontro del 2015, quando Joe non era ancora presidente e cercò il conforto del cardinale in morte del figlio Beau. Il principe Emanuele Filiberto di Savoia si guarda intorno felice: «Nell’800 il Papa ci aveva scomunicati; ma avevamo la Sindone, così abbiamo trattato…». Landini ha messo la cravatta. Luca Casarini, pieno di collanine, venticinque anni fa era qui a fare a botte con i poliziotti e assalire l’albero di Natale donato al Vaticano da Haider, padre di tutti i populisti di destra; ora è in lacrime per la morte del Papa. «Era come un padre. Gli mandai un dossier su di me, con tutti i ritagli di giornale. Mi rispose: queste cose le sapevo già. E mi abbracciò».
Il decano, Giovanni Battista Re, celebra spiccio, nel suo latino dall’accento bresciano, maneggiato come la lingua dell’infanzia. Avrebbe 4600 concelebranti, record assoluto, che faticano a tenere il suo ritmo. L’omelia parte un po’ freddina, il popolo, lontano dalla bara, si sente un po’ escluso, così sprona a suon di applausi il cardinale novantunenne, che prende coraggio: «Francesco è stato un Papa in mezzo alla gente, cercava il rapporto con gli ultimi della terra». Zuppi e Pizzaballa annuiscono. In cielo, elicotteri e droni. Davanti alla bara, l’icona della Madonna e un cuscino di fiori bianchi. Il presidente della Lazio Lotito — camicia candida chiusa da gemelli d’oro massiccio — si inginocchia, mistico, piegando il busto fin quasi a terra. Ancora il cardinale Re: «Ha vissuto da missionario. Si è donato. Pensava la chiesa come la casa di tutti, dalle porte sempre aperte. Il suo primo viaggio fu a Lampedusa, poi a Lesbo. Ricordo quando celebrò una messa sul confine tra Stati Uniti e Messico…», e qui l’applauso si fa più forte, quasi una sfida a Trump.



Il vecchio volpone
I cardinali sembrano sinceramente sopraffatti, se non dal dolore, dalla responsabilità. Il porporato di Trump, Burke, ha dovuto rinunciare a malincuore allo strascico retto dai chierichetti e al cappello rosso a falde larghe che imbarazzerebbe Cristiano Malgioglio. Uno che ha capito tutto è Manfred Weber, capo del Partito popolare europeo, cattolico bavarese: «Bergoglio era un leader e un pastore, un punto di riferimento per noi politici e un amico del popolo», Ignazio e Francesco appunto. Il cardinale Re ricorda che è stato «un Papa aperto ai segni dei tempi, capace di rinnovare la Chiesa»; il che, detto da un conservatore come lui, è il massimo riconoscimento.
«Il vecchio volpone», come lo chiama con affetto il suo ex segretario Dellavite, ora editorialista del Giornale, non entrerà in conclave; ma celebrando la messa «pro eligendo Pontifice» traccerà il ritratto del successore, che i cardinali più giovani dovranno individuare. «Papa Bergoglio diceva sempre: pregate per me. Ora siamo noi a chiederti: prega per noi. Benedici la Chiesa, Roma, il mondo intero, l’intera umanità».
E qui finalmente la folla entra davvero in piazza san Pietro, esplode in un applauso commosso, si riprende il suo Papa. E trova il coraggio di sfidare il divieto, di innalzare i cartelli — quasi tutti «grazie Francesco» —, di sventolare le bandiere, soprattutto argentine ma anche svizzere, polacche, brasiliane, tedesche, e pure il vessillo con i quattro mori della Sardegna. Roberto Saviano riprende con il telefonino. Elly Schlein parla con Weber nel suo inglese madrelingua. Al momento della comunione ci si guarda l’un l’altro di sottecchi: non farla sembra brutto, ma se si è divorziati? Lotito, ormai in piena crisi mistica, si inginocchia sotto lo sguardo preoccupato dell’on. Borrelli di Alleanza Verdi Sinistra.
Il rabbino e l’arcangelo
Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni è venuto a piedi, per non violare il precetto dello shabbat. Il presidente Mattarella è con la figlia Laura, velata di nero, Giorgia Meloni da sola, occhiali scuri, capo scoperto: con Trump si salutano, accennano un abbraccio. I cavalieri di Malta si tolgono il cappello per l’elevazione. C’è anche una donna con uno splendido copricapo indiano di penne colorate, spiega di essere «una capotribù canadese».


Un altro momento solenne è la litania dei santi: apostoli, protomartiri, padri e dottori della Chiesa — Gerolamo, Ambrogio, Agostino, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo… —, antichi Papi, Caterina da Siena e Francesca Romana, e poi i santi della modernità, Maria Goretti, Giovanni Paolo II. Il primo in assoluto è san Michele. Il motivo lo spiega un fine teologo che ne porta il nome: Michele Emiliano. «Michele è l’arcangelo che schiaccia il diavolo e protegge l’uomo — teorizza il presidente della Puglia —, non a caso i suoi santuari sono sotto terra, a contatto con il Maligno, come nel Gargano…». Il sole è allo zenith, il caldo quasi estivo; pure il filippino Tagle suda: molto omaggiato dai colleghi, scambia due parole con il coreano Lazzaro You Heung-Sik, possibile sorpresa. Altri cardinali tirano fuori gli occhiali scuri.
L’ultimo corteo
Il coro intona il Magnificat: «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i potenti nei pensieri del loro cuore». Casini scommette: «Chiunque sia il successore, non tornerà nell’Appartamento, vivrà pure lui a Santa Marta. Nulla sarà più come prima». Il coro riprende: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili».



Il momento in cui il vento sfoglia il Vangelo è quando i patriarchi benedicono la bara di Francesco in greco: la parola ricorrente è «diabolos», diavolo, ovviamente schiacciato, vinto, atterrato, abbattuto, per la soddisfazione di Emiliano. Quando i gentiluomini riprendono possesso della bara, gli scatti dei fotografi assiepati sul colonnato sono sovrastati dalle campane e dall’applauso della folla. Il posto di Lotito all’improvviso è vuoto, Borrelli leva gli occhi, come a controllare se sia assurto in cielo.
Soltanto adesso comincia il funerale chiesto da Bergoglio nel testamento.
Ma non va esattamente come annunciato. Il corteo che attraversa Roma non è a passo d’uomo, la jeep a volte accelera. Sono più i selfie dei segni di croce. La folla lungo il percorso è numerosa, non immensa come per Wojtyla, che però fu tumulato nelle grotte vaticane. Francesco ha voluto passare in mezzo al popolo, e per un attimo pare vivo, come dovesse puntare il dito sui fedeli e sorridere ancora una volta. Le maledette transenne però fanno trovare il sagrato di Santa Maria Maggiore del tutto vuoto. Anche l’idea della delegazione di poveri con il fiore bianco in mano, pur animata dalle migliori intenzioni, poteva riuscire meglio, più spontanea, più vera. Inutili sirene scortano le autoblù in una Roma semideserta. Vigili e poliziotti, in servizio dall’alba, si abbracciano per lo scampato pericolo.



In ogni caso, Bergoglio avrà il sue sepolcro fuori dal Vaticano, nella chiesa che amava di più. Alla fine ha vinto lui, ha saputo imporsi. Lo stesso san Francesco diceva di sé: «Non vi sarebbe al mondo superiore tanto temuto dai suoi sudditi quanto il Signore mi renderebbe temibile per i miei frati, se lo volessi».
L’ultima preghiera per il Papa defunto recita: «Ti accolga il coro degli angeli, e accanto al povero Lazzaro possa tu godere il riposo eterno del cielo». Era sant’Ignazio di Loyola che invitava a «pregare come se tutto dipendesse da Dio, agire come se tutto dipendesse da noi».




FABRIZIO RONCONE
Hanno messo via i rosari. È il momento dei fiori, delle rose rosse e delle margherite che sono pronti a lanciare, qui, in questo funerale da marciapiede, lungo le strade del centro storico di Roma: un funerale militante, profondamente bergogliano, pieno di fede e di riconoscenza — esserci è proprio una bella botta d’emozione — cominciato appena la papamobile con il feretro di Francesco ha varcato la Porta del Perugino, un quarto d’ora dopo la conclusione delle esequie ufficiali, per quanto snelle e scarsamente pompose, tra un bilaterale e l’altro celebrate comunque al cospetto dei potenti del pianeta vestiti di nero e quindi anche di alcuni sguardi di circostanza, in qualche caso davvero falsamente luttuosi, come se certi personaggi avessero dimenticato i sonori papagni che, in questi dodici anni, si sono beccati dal gesuita arrivato dalla fine del mondo per stare con gli ultimi del mondo, e non con loro.
Scena di folla in attesa — alla fine scopriremo d’essere oltre 150 mila — ma tutti, com’è ovvio, siamo costantemente connessi, i cellulari collegati al web, alle dirette video, i telecronisti che raccontano l’avanzare del corteo funebre anche a chi è dietro le transenne che chiudono l’accesso alla Basilica di Santa Maria Maggiore, dove Francesco ha chiesto di essere sepolto.
La papamobile, adesso, attraversa il ponte Principe Amedeo e, tra grida di «Viva il Papa!» e campane a distesa, punta verso Corso Vittorio Emanuele II, sfiorando via Giulia e la chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini, la chiesa dove Giulio Andreotti, ogni mattina, appena dopo l’alba, si raccoglieva in preghiera per chiedere perdono e poi uscire e consegnare ai clochard in attesa i suoi bigliettini contenenti carità in denaro.
Il colpo d’occhio, lungo i sei chilometri del percorso, è strepitoso: certi si sono pure arrampicati sui lampioni, e poi c’è gente alle finestre, o in piedi sui tetti delle auto. I romani, tanti, tantissimi, sono mischiati ai pellegrini. Le suore accanto ai boy scout, gli autisti dell’Atac a fine turno e i papà con i figli sulle spalle per farli assistere al passaggio di questo prete argentino che ha rivoluzionato il linguaggio, gli argomenti, lo stile del papato. E che è stato, e ancora è, stupendamente divisivo: o stavi con lui o contro di lui. Per questo, oggi, sono venuti tutti proprio per dire in mondovisione che erano con lui, e che è la sua Chiesa quella che vogliono.
La papamobile, che non procede esattamente a passo d’uomo, è scortata da quattro motociclisti, due della polizia e due dell’Arma. Preceduta da un pick up, sul cui cassone sono appostati un cameraman e tre fotografi, è seguita da un corteo di auto grigie, a bordo delle quali viaggiano alcuni cardinali e certi lontani parenti del defunto che prenderanno parte alla cerimonia della tumulazione.
L’ingresso del corteo in piazza Venezia è salutato da un boato da stadio. Bolgia di selfie e di video: tutti hanno la netta percezione di assistere a un evento assoluto. Del resto, gli storici ricordano, in età contemporanea, solo due altre traslazioni. Quella di Pio IX, l’ultimo Papa Re, nell’estate del 1881, fu particolarmente travagliata: nonostante si fosse deciso di trasportare il feretro dal Vaticano alla Basilica di San Lorenzo con il favore delle tenebre, un gruppo di fanatici liberali organizzò un agguato, cercando di gettare la bara nel Tevere.
Ben diverso, invece, il trattamento riservato al corteo con cui la salma di Pio XII, deceduto nella residenza di Castel Gandolfo, dopo una lunga agonia, fu riportata in Santa Sede: quel Papa era amatissimo dalla popolazione romana per il ruolo assunto durante l’occupazione nazista, e il suo carro sfilò tra ali di fedeli in lacrime. Niente a che vedere, comunque, con ciò che sta accadendo ora, sotto il sole a picco, mentre la papamobile ha quasi risalito via Merulana e, dall’intensità degli applausi che diventano sempre più fragorosi, s’intuisce sia ormai a poche centinaia di metri da questa Basilica, il più antico santuario mariano dell’intero Occidente.
Bergoglio veniva abitualmente a pregare davanti all’immagine della Madonna nell’icona bizantina denominata Sales Populi Romani già quando, da arcivescovo di Buenos Aires, capitava a Roma: qui, del resto, celebrò la prima messa, nel Natale del 1538, sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti, l’ordine religioso al quale apparteneva. Ci è poi tornato con il nome di Francesco, il giorno dopo l’elezione al soglio di Pietro, per dedicare a Maria il suo pontificato: e, da quel giorno, in altre 155 occasioni (di ritorno da ogni viaggio, durante il Covid e, l’ultima volta, lo scorso 8 dicembre, reduce da una brutta infezione ai polmoni). Il cardinale Rolandas Makrickas, custode della Basilica, dove già riposano sette papi, ha raccontato: «Francesco mi disse che era stata la Madonna a dirgli di farsi seppellire qui».


Sul sagrato, ad accogliere il feretro, ci sono quaranta emarginati, senzatetto, tutti amici del Pontefice defunto. I sediari issano la bara sulle spalle ed entrano in chiesa, scortati da due zuavi in alta uniforme. Avanti, ci sono il camerlengo Kevin Joseph Farrell e monsignor Diego Ravelli, Maestro delle celebrazioni liturgiche, seguiti da sette cardinali e alcuni alti prelati.
Il loculo è nella navata laterale di sinistra.
Quando verrete, cercate una lapide in marmo bianco. Ha una sola incisione:
«Franciscus».


