Il processo storico di 29 Stati Usa contro Meta

L’accusa: «Ha reso i minori dipendenti, ha ingannato il pubblico»

L’azienda di Zuckerberg accusata di danni ai minori e violazione di leggi federali: rischia fino a (teorici) 1.400 miliardi di multa e un completo sconvolgimento per Instagram e Facebook. L’azienda: «L’accusa muove contestazioni limitate e prive di fondamento, richieste sproporzionate»

Ivan Miralli e Paolo Ottolina

Da una parte Meta, il colosso dei social. Dall’altro una coalizione bipartisan di 29 dei 50 Stati americani: «L’azienda di Zuckerberg ha reso i minori dipendenti e li ha “sfruttati”, oltre ad aver “ingannato” il pubblico» ha affermato l’accusa nelle arringhe d’apertura a Oakland, California. Un processo che ha tutti i crismi per diventare storico, da molti già paragonato a quelli contro «Big Tobacco», le multinazionali del fumo finite alla sbarra negli anni Novanta. I 29 Stati sono rappresentati da quattro capofila, ovvero California, Colorado, New Jersey e Kentucky. Potrebbero avanzare richieste di danni fino a (teorici) 1.400 miliardi di dollari, pari all’intera capitalizzazione di Meta. E, ancora di più, dalla sentenza potrebbe uscire una vera rivoluzione per i social network.
Tutti i 29 Stati sono già coinvolti nel processo per l’accusa comune di violazione della legge federale sulla privacy dei dati dei bambini (il Coppa ovvero Children’s Online Privacy Protection Act), tra cui in particolare la raccolta illecita di dati senza consenso dei genitori. I procedimenti relativi ai danni e alle leggi locali dei restanti 25 Stati verranno affrontati separatamente, in un secondo momento.

Per Meta i precedenti non mancano. Risale a poco meno di due settimane fa la sanzione ricevuta in Nuovo Messico, pari a 567 milioni di dollari, sempre per danno sui minori. È dello scorso marzo invece la fondamentale sentenza di Los Angeles, che ha risarcito la ventenne Kaley G.M. con 6 milioni di dollari (lì era coinvolta anche Google) e che ha dato la stura a un diluvio di altri procedimenti aperti o in via di apertura in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Meta non potrà difendersi soltanto invocando la sezione 230 del Communications Decency Act (risalente all’ormai lontano 1996), considerata finora negli Stati Uniti uno scudo per i contenuti pubblicati all’interno delle piattaforme social. Nel mirino dell’accusa non sono infatti tanto i contenuti condivisi su Facebook o Instagram, quanto piuttosto il design delle relative app, intenzionalmente creato — dicono i procuratori generali — con il fine ultimo di creare dipendenza, grazie all’utilizzo di funzionalità come lo scrolling infinito, algoritmi di raccomandazione per la selezione mirata dei post e notifiche push continue. Megan O’Neill, vice procuratore generale della California, ha dichiarato in aula che il modello di business di Meta era quello di «agganciare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e poi nascondere la verità al pubblico». «Ha funzionato particolarmente bene con i bambini», ha aggiunto.
Oltre alla già citata privacy, un terzo pilastro dell’accusa riguarda le informazioni fuorvianti fornite, cioè la presunta distanza tra ciò che Meta sapeva e ciò che invece comunicava all’esterno.

La difesa di Meta

«I Procuratori Generali statali possono definire questa una causa storica, ma le loro contestazioni sono limitate e prive di fondamento, e le loro richieste economiche sono enormemente sproporzionate» scrive Meta in una nota ufficiale divulgata alla stampa. Nella nota si legge ancora: «I Procuratori Generali non forniscono alcuna prova che qualcuno nei loro stati sia stato ingannato, sostengono che funzionalità del tutto innocue – come la possibilità di avere un account Instagram aggiuntivo – abbiano in qualche modo danneggiato i loro cittadini, e tentano di penalizzare Meta per sfide comuni a tutto il settore, come la verifica dell’età. Piuttosto che attenersi ai fatti o alla legge, gli stati hanno scelto di inseguire un risarcimento esorbitante. Rivendichiamo il nostro impegno nella creazione di solide tutele per gli adolescenti e attendiamo con fiducia di poter far valere le nostre ragioni in tribunale».
La linea difensiva dei legali di Meta punta di fatto a smontare tutte e tre le accuse principali. 
Sulle presunte dichiarazioni fuorvianti, Menlo Park sostiene che si trattasse di informazioni corrette al momento del rilascio (pronunciate spesso in conferenze a porte chiuse o alla Bbc), senza che i procuratori abbiano dimostrato un impatto reale sui consumatori. 
Sul design dell’applicazione, la difesa ricorda che la tutela contro le pratiche commerciali scorrette nasce per bloccare prodotti fisici pericolosi — come un ingrediente tossico in un dentifricio — e non la presenza di semplici funzioni software. 
Infine, sul rispetto del Coppa (Children’s online privacy protection act), Meta replica che le procure non hanno alcuna prova di una consapevolezza diretta su specifici account under 13 ignorati dall’azienda, rivendicando invece gli investimenti in algoritmi di AI e strumenti di verifica dell’età per stanare chi mente sulla data di nascita. 

Chi decide

A decidere la sentenza finale non sarà la giuria (gli otto componenti hanno un ruolo consultivo), bensì la giudice distrettuale Gonzalez Rogers. La lista dei testimoni punta ai vertici della società: sono attesi in aula il fondatore Mark Zuckerberg e il capo di Instagram Adam Mosseri.
L’accusa schiererà una platea di esperti di salute mentale infantile, ex dipendenti e sfrutterà gli esplosivi documenti interni rivelati dalla whistleblower Frances Haugen, finiti poi nel libro «Il dovere di scegliere. La mia battaglia per la verità contro Facebook», duramente contestato da Meta. Tutto è partito, di fatto, dalle rivelazioni di Haugen, confluite in un’inchiesta ufficiale avviata nel 2023.

Quanto durerà il processo, cosa si rischia

Il dibattimento durerà tra le quattro e le sei settimane. A decidere la sentenza finale e l’eventuale risarcimento non sarà la giuria (gli otto giurati mantengono un ruolo puramente consultivo), bensì la giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers. 
La cifra cifra abnorme di 1.400 miliardi di dollari è emersa negli atti difensivi. Si tratta in verità di una proiezione teorica, visto che è stata ottenuta moltiplicando la sanzione massima statale per ogni minore coinvolto e per ogni giorno di presunta violazione. Nessun analista ritiene realistico un conto simile, che porterebbe l’azienda al fallimento. In aula le richieste sono già scese a circa 200 miliardi di dollari, ma lo scenario più probabile resta una sanzione fortemente ridotta dal giudice o un transazione extra-giudiziale da raggiungere tra le parti. 
Il vero rischio per Meta non è economico, ma più profondo, strutturale. La corte potrebbe infatti imporre la cancellazione dello scorrimento infinito (a livello nazionale, nei soli Stati Uniti), limiti d’uso rigidi per gli under 18 e la disattivazione degli algoritmi predittivi disegnati per trattenere gli utenti sullo schermo. Gli Stati chiedono anche di cancellare i modelli di AI (intelligenza artificiale), addestrati sui dati dei minori raccolti senza consenso. Una sconfitta di Meta in aula innescherebbe un probabile effetto domino: aprirebbe la strada alle cause di famiglie, scuole, istituzioni varie e altri Stati americani, scardinando per sempre l’immunità legale di cui le Big Tech hanno goduto sul design dei propri prodotti.