«Grillo ha una parte di responsabilità. Trump? Lo scossone per darsi una mossa»
«Paradossalmente da quando si è insediato The Donald ho avuto un moto improvviso di speranza. Il momento è chiarificatore e forse potrà nascere un contro-movimento»
«È una falsa idea quella per cui le persone, stando peggio, reagiscano di più. Si rinchiudono, invece. Accorciano l’orizzonte a sé, si occupano dell’immediato. E diventano più manipolabili». Paolo Giordano è protagonista oggi domenica 1 giugno, con Nona Mikhelidze — per il Festival Internazionale dell’Economia alle 11.30 al Teatro Carignano di Torino — dell’incontro «Giovani Confini».
Giordano, il sistema economico ci pensa ai giovani?
«Intanto bisognerebbe capire cosa intendiamo per sistema economico».
Circoscriviamolo.
«Negli ultimi anni sono stato molto concentrato a capire quale sia il modello di successo che la società attuale presenta ai giovani. Da almeno 15 anni, dalla grossa spinta digitale della Silicon Valley, si è sempre più imposto un modello di successo da Big Tech. All’inizio, in quel mondo, si sono affacciati giovani brillanti e utopici, oggi purtroppo il modello è molto degradato».
E cosa è diventato?
«Fare tantissimi soldi in poco tempo. La narrazione è: devi essere così bravo da non aver neppure finito l’università e aver già sfondato con la tua startup milionaria. Ciò a cui stiamo assistendo è l’erosione, tramite il potere tecnologico, della democrazia. A conti fatti, non so se il sistema economico sia gentile con i giovani. Perché ciò che presenta loro è molto pericoloso».
È corretto osservare che siamo in un momento in cui ambizioni e desideri sono appannaggio di una classe privilegiata?
«Mi sembra evidente che il famoso ascensore sociale sia molto minore rispetto a quando ero giovane io. Ed è veramente grave che nessun partito politico né movimento si stia facendo carico di questa cosa».
Perché?
«Ritengo per pura incapacità e inettitudine».
C’è un punto zero da cui è cominciata questa immobilità?
«Per me avviene con lo sdoganamento dei populismi. Da lì in poi, tutto è stato un grande disordine, una rincorsa, un caos politico. In Italia siamo stati i precursori, hanno orgogliosamente scassinato il sistema. Non si è mai più realmente recuperato il filo del discorso. I più esposti sono i giovani, perché sono loro che si affacciano al lavoro in un momento in cui non hanno alcun potere».
Quindi più colpa di Grillo che di Berlusconi?
«Una parte di responsabilità è anche sua. Il berlusconismo è stata un’anomalia del nostro Paese. In quel periodo presentavo il mio primo libro all’estero (La solitudine dei numeri primi, ndr) e sempre la domanda finale era riservata a Berlusconi. Siamo precursori anche nella creazione di personaggi border tra potere politico e economico».
Cosa vacilla inderogabilmente con l’entrata in scena dei populismi?
«Da quel momento ho cominciato ad avvertire sempre più forte una perdita di coerenza. Una sensazione di indebolimento strutturale delle istituzioni di cui oggi raccogliamo i frutti a livello nazionale e sovranazionale».
In effetti, è difficile dire che si stia dando il buon esempio alle giovani generazioni.
«Da quasi quattro anni, quelli peraltro successivi alla pandemia, offriamo uno sbandamento collettivo con due guerre che vanno avanti a suon di crimini contro l’umanità. Mostriamo continuamente inettitudine. Ciò che succede a Gaza passa sotto i loro occhi, i loro schermi, in continuazione. L’incapacità di fermarlo, anche solo di nominarlo, è un dato che assorbono da noi».
I giovani hanno paura di ribellarsi?
«Penso ai fatti di Pisa, è un tema enorme. Trump negli Usa incoraggia ritorsioni verso le università per le proteste nei campus. Questo fa scuola. Soprattutto nelle forze sovraniste di destra come il nostro governo. Il problema che mi pongo è: noi, come genitori, come intellettuali, che contrappeso stiamo mettendo?».
Siamo fragili come e più di loro?
«Viviamo un’insicurezza strutturale costante. Il senso di peggioramento, neppure graduale, delle condizioni anzitutto economiche, porta a ritrarsi. Abbiamo smesso di guardare a un arco medio-lungo».
Speranze?
«Paradossalmente, da quando si è insediato Trump, ho avuto un moto improvviso di speranza. Questo è il primo vero momento chiarificatore. Ormai è difficile confondere le acque su tante cose: le due guerre, i nostri rapporti con gli Stati Uniti, non si può distogliere lo sguardo dalla vera natura dei problemi. Da gennaio, mi pare che questo sentire sia in fortissima emersione e nutro grande fiducia nella capacità delle persone di leggere i fatti. Mi aspetto un contromovimento».



