Il grande sogno, fallito, del federalismo

Massimo Cacciari e il Nordest: «Il progetto federalista è stato l’ultima utopia, un fallimento: oggi non è rimasto nulla. La Lega? Ha fatto disastri»

Il filosofo è intervenuto durante il convegno dedicato a Giorgio Lago:

«Ci provammo, eravamo osteggiati. La vera opposizione? La burocrazia»

Sara D’Ascenzo per

Il grande sogno, fallito, del federalismo. Un ideale che per una manciata d’anni li mise dalla stessa parte: Giorgio Lago direttore del «Gazzettino» e Massimo Cacciari sindaco di Venezia e anima (in travaglio) del movimento dei sindaci.

Professor Cacciari, vent’anni fa la morte di Lago. Pensa abbia lasciato in eredità a qualcuno le sue idee sul Nordest?
«Non c’è nessuna eredità, perché nessuna delle idee di Lago si è mai lontanamente realizzata, né vedo eredi».

Giorgio Lago

Aveva senso allora parlare di Nordest? E oggi?
«Noi parlavamo di federalismo. E nell’ambito del federalismo la madre di tutte le riforme sarebbe stata rivedere l’assetto regionalistico dell’Italia, costituire delle macro regioni che potessero svolgere funzioni di vere entità politico-economiche. Oggi il Nordest non è uno Stato, men che meno un’area politica, perché non c’è mai stato il federalismo. Lago non era localista, pensava a una riforma complessiva del nostro Paese, ma occorreva superare la distinzione tra regioni a statuto speciale e regioni ordinarie. Era un grande disegno federalista che accomunava persone di orientamento politico diverse, come Lago, me, Gianfranco Miglio».

Perché non ce l’avete fatta?
«Perché i partiti politici italiani sono tutti centralisti, la burocrazia costituisce un’opposizione formidabile e il progetto non è stato supportato da nessuna forza politica. Noi abbiamo provato a sostenerlo in maniera del tutto volontaristica con qualche iniziativa politica autonoma su scala regionale. Lago l’ha appoggiata fin tanto che è stato direttore del “Gazzettino”. Abbiamo avuto un rapporto straordinario, con un’assoluta identità di punti di vista, ma quando non ha più avuto una “sede”, è stato tutto più difficile. È una prospettiva politica del tutto fallita che non è riuscita a marciare sulle gambe di nessuno».

Pensa che l’autonomia differenziata sia il proseguimento di quel sogno?
«Ma neanche per sogno, non c’entra niente. La Lega è passata in questi anni in modo confuso da un discorso secessionista, a questa autonomia differenziata delle regioni come il Veneto o la Lombardia che egoisticamente vorrebbero tenersi tutto per sé. Questo col progetto di Lago non niente a che fare».

E la sinistra?
«Non ha saputo fare nulla. Era anti federalista e questo ha fatto male alle posizioni di Lago che così sono finite tra un secessionismo leghista e una difesa del tutto conservatrice dell’assetto istituzionale. Siamo stati schiacciati tra una pseudo-rivoluzione e il puro conservatorismo. I federalisti di Lago non sono stati capaci di incarnare la forza che dava concretezza agli slanci».

Perché quella rivoluzione mancata partì dai sindaci?
«Solo da lì poteva partire in quel momento e avevamo questa generosa utopia. Parlo dei sindaci di un certo tipo, che fecero iniziative di un certo significato, qualche grande assemblea, come quella nel Capannone del Petrolchimico. Tutto vano».

Per lei è stata l’ultima utopia?

«Io credo poco, e anche allora credevo poco, ma c’ero. Sapevo benissimo cosa pensavano quelli intorno a noi: ho sempre avuto un grande disincanto».

Giorgio Lago – Il facchino del Nordest

E oggi vede utopie simili in Veneto o nel Nordest?
«Zero. Chi vuole che parli di queste cose, quando tutti stanno parlando di guerra. Dove vuole che si trovi la minima volontà di affrontare una riforma politica reale, quando il vero problema è evitare la tragedia?».

Ci sono stati in questi anni uomini come Lago?

«Certo. Penso a Mario Bertolissi o diverse persone nelle categorie come Confartigianato. Ci sono persone che continuano ad avere quelle idee, ma sono desiecta membra, per dirla alla latina: pezzi di qua, pezzi di là, con ancora meno forme organizzate di coesione di un tempo».

Pensa che il fallimento sia dovuto anche alla politica sulle infrastrutture?

«Non ho seguito le politiche infrastrutturali di questi ultimi anni. Di sicuro è tutto molto in ritardo: penso all’alta velocità con Trieste…».

Colpa del fallimento del progetto di un Politecnico se quest’area è rimasta politicamente ininfluente?
«A Padova ci sono tutte le facoltà più importanti, non ha nulla da invidiare alla Lombardia».

Come giudica la Lega di oggi che dice di portare avanti quei valori?
«Ha fatto malissimo, prima con il secessionismo poi con l’autonomia differenziata, poi andando come un bob impazzito dal nordismo all’invenzione di un grande partito di destra nazionale. È una forza politica in totale crisi che rischia il tracollo alle amministrative».

Il Nordest e la visione di Giorgio Lago

In libreria “Il mio Veneto e altri scritti” con testi del giornalista e altri contributi. Così un quadrante geografico con le sue distinzioni ha assunto un’identità

Paolo Possamai

in libreria “Giorgio Lago: il mio Veneto e altri scritti” a cura di Francesco Jori e Francesco Chiavacci Lago, Ronzani editore. Il volume raccoglie e propone una serie di testi del grande giornalista (1 settembre 1937 – 13 marzo 2005) che contribuì in modo decisivo alla costruzione dell’immaginario socioculturale del Nordest. Il libro ospita una serie di contributi; questo è il testo di Paolo Possamai, direttore editoriale di Nord Est Multimedia.

Sono nato alle pendici del monte Verena. Sono cimbro, dunque. Appartengo all’altopiano dei sette Comuni, ma affacciato a Luserna (dove i cimbri sono norma). Luserna sta nei confini del Trentino, il Verena sta con la provincia di Vicenza. Vicenza è tanto lontana. Come può essere remoto, per questa città il cui volto urbano è impresso dal massimo architetto della storia, il rapporto con Venezia. Un altro mondo. Ma Venezia e Vicenza sono parte della stessa regione, assieme anche a province marginali – nel senso che stanno ai limiti geografici e dei costumi comuni – come Rovigo o Belluno. Non sono nemmeno ben sicuro che tanti veneti si sentano fino in fondo italiani, di sicuro in gran numero non mancano di rimarcare la loro scarsa parentela con calabresi o molisani.

Ma siamo italiani, nonostante tutto e nonostante le forzature della storia. Italiani certo, direi forse ancor più facilmente europei, incuranti dei confini (e qui verrà in gioco il sangue di Marco Polo). «Vivere è serbare memoria e farla rifiorire nella freschezza del proprio sangue» ha scritto Giani Stuparich, uno che di confini e di mescolanze se ne intendeva: italiano perché l’Istria veneziana era per lui il brolo di casa. Nel groviglio delle identità possiamo rimanere statici, ma il tempo modifica e sagoma anche le rocce. Così pure l’identità non può che risentire dei passi della Storia. Chi alla Storia tenta di resistere, nella sua nostalgia d’identità trascorsa rimane prigioniero e anzi stritolato.

Il discorso sul Nordest parte appunto dalla questione dell’identità e della sua mobilità. E per definirla, Giorgio Lago ha sempre avuto chiarissima la necessità di reperire e illuminare i fattori comuni tra i cimbri del Verena, le comunità di lingua slovena del Carso triestino, gli autarchici veronesi, i veneziani di Pellestrina, i natii delle Basse emarginate dai grandi flussi, e via dicendo l’infinito campionario delle diversità e delle magnifiche ricchezze che illustrano il Triveneto.

La forza del pensiero di Lago consiste in estrema sintesi nell’aver voluto interpretare e cogliere i fattori di comunione esistenti nel corpo sociale del Nordest, a partire dalla cultura del lavoro. Ma senza pretendere alcunché di esaustivo, dovremo pure dire che il comune denominatore di questa terra e di questa comunità ha a che fare con una storia e una cultura comuni, che stanno nella vicenda millenaria della Serenissima. Una repubblica laica, dove anche gli aristocratici erano prima di tutto mercanti, uomini di finanza e imprenditori.

La cosiddetta civiltà delle ville venete, che ovviamente appartiene anche al Friuli, non ha granché da spartire con le ville campane o lombarde o toscane: non sono ville di delizia, Carlo Goldoni con la sua Trilogia della villeggiatura ci ha fuorviati. Le ville di Palladio e dei suoi seguaci sono centri logistici, sedi di impianti di proto-industrie cartarie, del riso, del legno, della forgia. L’impresa, la libera impresa è il sigillo storico di queste terre. Sintesi è parola che condivide con semplice la radice semantica: nella semplicità e nella sintesi non perdiamo nulla dell’essenza, anzi la rendiamo immediatamente visibile.

Lago ha saputo fare sintesi, volendo dare voce a una terra che nelle divisioni territoriali e nelle distinzioni interne alla comunità disperdeva la propria energia e mai riusciva – dunque – a proporsi coesa e forte in sede centrale. Come se oltre l’Adige verso Est sulla carta geografica permanesse la scritta “Hic sunt leones”. Lago ha saputo attrezzare, in funzione di questa lettura culturale e politica, un formidabile strumento chiamato «Il Gazzettino» con la dicitura sotto-testata “il quotidiano del Nordest”.

Prima di lui, il Nordest semplicemente non esisteva.

Giorgio Lago

Naturalmente, tanti uomini di pensiero (e di azione politica) hanno concorso alla determinazione del concetto di Nordest e basterà citare Ilvo Diamanti, Massimo Cacciari, Mario Carraro, Bepi Covre. Ma il quotidiano vessillifero e l’esploratore giorno per giorno a partire dai fatti, su questo sentiero che prima non esisteva, è stato Giorgio Lago. L’agenda politica per gli anni della sua direzione al «Gazzettino» è largamente stata scritta sulle pagine di quel giornale.

L’affermazione del “brand” Nordest dinanzi alla comunità nazionale, dipende in primis dal suo martellare costante e vibrante, nella volontà di far sentire la voce del quadrante compreso tra Adige, Alpi, Adriatico. Che il pensiero di Lago sia vivo, lo dice in primo luogo che l’idea di Nordest appartiene ormai al lessico nazionale e, aspetto tutt’altro che irrilevante per un cimbro del Verena, anche al palinsesto identitario di coloro che abitano il Triveneto.

Ma una minima ulteriore testimonianza può essere rinvenuta nel progetto implicito nell’acronimo Nem. Non sarebbe stato inventato, se il pensiero di Lago fosse stato rappresentato anche dopo le sue dimissioni ormai un quarto di secolo fa dal quotidiano fondato da Gianpietro Talamini nel 1887.

Nem sta per Nordest Multimedia. Parliamo di un progetto che parte dall’acquisizione delle sei testate già del gruppo «Espresso» – per le quali lo stesso Lago fu editorialista nei suoi ultimi anni – poi passate a Gedi. La premessa indispensabile per la quindicina di imprenditori/investitori che hanno condiviso l’obiettivo di allestire “una” voce per il Nordest, consiste infatti nella consapevolezza che l’intervento su «Piccolo» di Trieste, «Messaggero Veneto», «Mattino di Padova», «Corriere delle Alpi» di Belluno, «Tribuna» di Treviso, «Nuova Venezia» e sulla digitale NordestEconomia è solo il primo di una serie di passi.

Paolo Possamai

Accanto a questi quotidiani, infatti, occorrerà mettere a fattor comune anche siti internet verticali, radio, free press, tv locali e poi concepire e eseguire un fitto piano di eventi pubblici (che appartengono pur essi al rango della comunicazione). Avendo l’ambizione di coprire e servire per intero il territorio del Nordest. Una piazza in cui incontrarsi, condividere progetti e sogni, individuare criticità e fenomeni nuovi, setacciare ceto dirigente, dialogare con chi viene da Roma o da Bruxelles. Mutatis mutandis, non aveva già quaranta e più anni or sono realizzato un programma simile Giorgio Lago con il suo «Gazzettino» in fase di sviluppo e rilancio dopo decenni a languire con le proprietà più estenuanti e improbabili?

P. S. : naturalmente e forse purtroppo non sono nato alle pendici del Verena: avrei un ramo in più nel mio albero identitario.