ANTONIO POLITO
Il mondo cambia, la politica (per ora debole) deve riuscire ad avere un sussulto e battere un colpo
Impressioni di settembre. Le previsioni sull’autunno (e sull’anno che verrà) sono un genere giornalistico d’obbligo alla fine dell’estate. E di solito trasudano allarme e preoccupazione. Sarebbe dunque sconsigliabile aggiungere nel discorso pubblico un’altra dose di pessimismo. Se non fosse che, almeno quest’anno, è davvero impossibile. Ci sembra infatti di vivere in un videogioco popolato di «mostri» in arrivo, per ripetere un’antica metafora di Giulio Tremonti.
Solo che stavolta i «mostri» si nutrono l’uno dell’altro, in una catena alimentare alla fine della quale ci siamo noi, cittadini inermi ed esposti ai rischi.
Sappiamo, per esempio, che c’è un’alta probabilità di avere nel 2027 un «super El Niño», un fenomeno climatico senza precedenti che si genera nel Golfo del Messico ma provoca eventi meteo estremi anche da noi. Tutti i mari, a partire dal Mediterraneo, hanno accumulato una quantità enorme di energia da calore, che prima o poi si scontrerà con l’aria fredda dell’autunno in quota: aspettiamoci piogge torrenziali, uragani, alluvioni.
Sappiamo anche che un report di esperti ha elaborato l’indice P (doom), che calcola la probabilità di catastrofe della specie umana entro i prossimi cent’anni a causa dell’intelligenza artificiale. Fatto 100 lo scenario fine-del-mondo, cioè un’Hiroshima della AI, il valore medio è oggi intorno al 20%. Ma c’è chi, come Elon Musk, predice il 25%. E lui sì che se ne intende.
Qualche madre di famiglia già si chiede, dopo aver letto del manuale del governo inglese che valuta come possibile un attacco russo, cyber o peggio, alle infrastrutture civili, se davvero conviene anche qui fare scorte d’acqua e di cibo in scatola per 72 ore. All’aeroporto di Lipsia hanno trovato tre droni e un bel po’ di esplosivo militare, e i sospettati sono sempre i russi. Saranno anche esagerazioni propagandistiche, ma se il capo della Cia corre a Mosca per colloqui riservati, non è che noi si possa stare tanto tranquilli.
In compenso, grazie alle guerre e all’effetto che hanno sul prezzo dei combustibili fossili, il carrello della spesa costa oggi agli italiani 130 euro invece dei 100 di cinque anni fa. La benzina è stabilmente sopra i due euro, e la tazzina di caffè ci sta arrivando. Dipendenza energetica e inflazione strozzano la già affannata crescita dell’economia italiana, che non è guarita nemmeno dopo la dose da cavallo di investimenti del Pnrr.
Ma la cosa peggiore è che tutti questi «mostri» si tengono la mano. Gli eventi climatici disastrosi sono causati dall’uso dei combustibili fossili, che i governi però incentivano con sussidi, tagli fiscali e tasse sugli extra profitti per tenere buoni gli elettori. D’altra parte, le cause di questi rischi sistemici sono così lontane da noi, 6.000 chilometri dista Roma dallo Stretto di Hormuz, 9.000 dal Golfo del Messico, da farci avvertire con estrema acutezza la nostra impotenza: che cosa ci possiamo fare noi? E che cosa ci possono fare anche le nostre piccole, approssimate, mal messe forze politiche nazionali?
Le radici della crisi della democrazia rappresentativa sono innanzitutto qui. In un sentimento di espropriazione del potere decisionale sulle nostre vite che dagli albori della globalizzazione in poi sta provocando frustrazione, disorientamento e aperta ribellione negli elettori dell’Occidente. Se domenica «l’uomo più pericoloso della Germania» (così Der Spiegel ha definito Ulrich Siegmund, capo dell’Afd in Sassonia), supererà il 40% dei voti e conquisterà per la prima volta il governo di un Land tedesco; se nella prossima primavera Marine Le Pen otterrà finalmente nelle elezioni presidenziali quella vittoria che prima il padre e poi lei inseguono da 52 anni; se la forza d’urto xenofoba di Nigel Farage spazzerà via il bipolarismo più antico d’Europa, in Gran Bretagna; allora il fenomeno chiamato «populismo» raggiungerà la stanza dei bottoni anche nei tre più grandi Paesi europei, dopo aver conquistato la Casa Bianca.
A questo punto del ragionamento sulle «impressioni di settembre», dovrebbe far seguito una dura critica ai partiti italiani. Insomma, di fronte alla situazione che abbiamo descritto è veramente misera cosa vederli sbattersi giorno dopo giorno per discutere il metodo delle primarie nel Campo largo o l’opportunità del ballottaggio per il centrodestra. Sembra davvero una presa d’atto della propria irrilevanza: siccome non possiamo farci comunque nulla, pensiamo almeno a noi stessi, ai nostri voti, al nostro potere.
Ma qualcosa ci dice che se anche il centrodestra riuscisse a liberarsi di Vannacci, e se anche il centrosinistra avesse già un candidato premier, e se anche risolvessimo l’angoscioso dilemma su chi condurrà Report l’anno prossimo, l’enormità dei problemi che abbiamo di fronte soverchierebbe in ogni caso le forze intellettuali ed elettorali del governo che verrà nel 2027. Ne discendono, forse, due conseguenze.
La prima: gli elettori dovrebbero prendere consapevolezza della gravità fuori dal comune del tempo che viviamo, e dare i loro voti giudicando la «gravitas» delle forze che li chiedono: premiare i partiti seri, punire i demagoghi, se vogliamo avere un minimo di speranza di una politica all’altezza della situazione.
La seconda conseguenza è che i partiti seri dovrebbero guardarsi dall’esasperare i radicalismi e le differenze che tra loro pur esistono, anche tra schieramenti diversi. Perché non è detto che, prima o poi, in conseguenza dell’aggravarsi di una di queste crisi, prendiamo per esempio i rischi di guerra in Europa, non si renda necessario fronteggiarli insieme, collaborando in qualche forma di governo dell’emergenza.
Nel borgo pugliese di Bisceglie c’è una tradizione che dura dalla Seconda guerra mondiale. La mattina alle otto, dalla Torre normanna nel centro, va in funzione una sirena, la stessa che suonava durante gli allarmi aerei di più di ottant’anni fa. Così la gente del posto si sveglia ricordando che la storia non è sempre benigna. Dovremmo trovare un modo per ricordarcene tutti, ogni giorno.



