La cultura del piagnisteo non porta voti a sinistra
Gli «anti» recitativi e da talk show allontanano i giovani. Non sarebbe bello se Schlein e Conte fossero meno ambigui e condannassero le Foibe?
Roberto Gressi

Un libro che è quasi un’invettiva. Contro un antifascismo di maniera, che immiserisce, nel suo cantilenare posticcio e desolante, l’epopea della resistenza al nazifascismo. Che si crogiola nell’abitudine all’insuccesso, che si nutre di una cultura woke intrisa di banalità, con una sinistra incapace di far propria la tragedia delle foibe. Terreno scivoloso. Mino Maccari, rilanciato da Ennio Flaiano, sosteneva che esistono due categorie di fascisti: i fascisti e gli antifascisti. Iperbole brillante, che però si espone all’accusa di qualunquismo, o di intelligenza con il nemico.
Antonio Padellaro, giornalista e fondatore del Fatto Quotidiano, accetta il rischio. Parliamo con lui del suo ultimo libro, Antifascisti immaginari, pubblicato da PaperFirst con la prefazione di Marco Travaglio.
Dici che hai scritto spinto da un impulso, come uno scatto di rabbia.
«CasaPound con il braccio teso a favore di telecamere, i raduni patetici di Predappio, il busto di Mussolini a casa di La Russa e le sue fesserie sulla banda di musicanti a via Rasella… Tutto ciò non prelude a una nuova marcia su Roma. Fascisti ce ne sono tanti, ma il fascismo non c’è. E non aiuta contrapporre un antifascismo recitativo, da rendita di posizione, con quelle che con Travaglio chiamiamo facce da Ventotene».
Antifascismo professionale, sono critiche che ogni tanto ritornano.
«Mi dicono: “Ma non lo vedi che le autocrazie hanno preso il mondo? Ti pare il modo e il momento?”. Ripetere stereotipi però non fa bene, se tutto è fascismo niente più è fascismo. La cultura del piagnisteo non convince neanche a sinistra, e non porta un voto contro Meloni. Voto centrosinistra da sempre, la mia è anche una reazione da frustrazione. Vorrei una visione forte, vedo invece una realtà spaccata e piena di luoghi comuni che lasciano il tempo che trovano».
Con cosa si sostituisce l’antifascismo immaginario? Basta farne semplicemente a meno?
«Assolutamente no. Bisogna recuperare in modo non pigro i valori fondanti, veri dell’antifascismo. Giuseppe Cordero di Montezemolo, che era monarchico e fascista, e che ebbe un ruolo forte nella vittoria degli alleati, fu torturato e assassinato alle Fosse Ardeatine. Ho visto le scritte fatte con le unghie sui muri delle celle a via Tasso. Mi dicono che tanti visitano quel museo, sarò stato sfortunato, ma quando sono andato io, in una domenica di febbraio, non c’era nessuno».
«Libero» ti difende, Gad Lerner ti attacca.
«Accetto obiezioni serie, e le ho ricevute, come quelle della professoressa Michela Ponzani. Se invece mi si dice che strizzo l’occhio a Meloni non mi interessa. Di Gad mi dispiace, lo considero anche un amico, mi sarebbe piaciuto parlargli guardandolo negli occhi, perché o non ha letto o non ha capito».
Scrivi di capire Meloni, che rifiuta abiure che considera strumentali.
«Ha fatto una dichiarazione buona il 25 Aprile. Certo, per i misuratori dell’antifascismo ancora non ci siamo. Ho assistito a studi con il goniometro, per stabilire quando un braccio teso può dirsi fascista. Lei è cresciuta a Colle Oppio, lì si scandiva “contro il sistema la gioventù si scaglia/boia chi molla è il grido di battaglia”. Chiederle di dichiararsi antifascista è pretendere che menta, che non sia sincera».
Critichi i silenzi sulle Foibe.
«Parole nette da Sergio Mattarella, ma Elly Schlein e Giuseppe Conte non c’erano. C’è il complesso di cadere nella propaganda? Non sarebbe bello essere meno ambigui e sentire come propria la condanna di quella tragedia?».
Mattarella però non si stanca di tenere desta la memoria sul fascismo.
«È fondamentale coltivare la memoria di ciò che la Resistenza ha significato. Ma non con polemicuzze da talk show. Verso i giovani serve un linguaggio nuovo, diretto e coinvolgente. Altrimenti si chiamano fuori, hanno antenne per ciò che appare strumentale».
Critichi la cultura woke, che è già in rotta nel pianeta.
«Non si spara sulla Croce Rossa, lo so. Quella cultura è animata da un principio sano, che sento profondamente mio. Ma anche qui: non può diventare parossismo, e tanto mento manganello da scagliare sulla testa di chi non è convinto».
Richiami il carrozzone dei talk show, meglio evitarli?
«Siamo un po’ tutti vittime e carnefici, io non posso certo negare di frequentarli. Funziona così: si fanno i casting. Due squadre, una contro l’altra armate. Oppure gli scudi umani, foglie di fico da par condicio, soli contro tutti. Poi non si resiste all’“adesso menatevi”. Magari c’è un pubblico che vorrebbe capire, più che parteggiare. Sul mio libro poi le polemiche le avevo messe nel conto. Ho quasi 79 anni e volevo dire delle cose in modo diretto, non mi appello alla clemenza della corte».


