Il declino e la scossa possibile

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Un Paese che vede crescere da venti anni i suoi problemi strutturali. La necessità di cambiare (presto)

Inevitabilmente la nostra attenzione di cittadini è catturata soprattutto dalla cronaca quotidiana. Siamo presi dal delitto o dall’incidente del giorno, ci occupiamo di quello che fa il governo o l’opposizione. In questo modo rischiamo però di non prestare molta attenzione al quadro generale entro il quale si svolge la vita del Paese, di dimenticare — a meno di non venirne coinvolti personalmente — i gravi problemi italiani che si trascinano talora da decenni, che si riassumono in uno: il nostro è un Paese in declino.
Non è certo l’unico, perlomeno nell’Europa occidentale. Ma alcune caratteristiche di questo declino italiano — a cominciare dal numero di anni da cui esso dura: praticamente dall’inizio del secolo — gli conferiscono un fortissimo tratto strutturale che in altri Paesi non si riscontra. Cito alla rinfusa: un debito pubblico ormai da sempre in crescita continua e inarrestabile; un’evasione fiscale sempre fortissima e indomabile; una perenne scarsità di investimenti, un continuo e drammatico restringimento del settore industriale, salari e stipendi fermi da anni e dunque una continua perdita del potere di acquisto di gran parte della popolazione, nascita di nuove inquietanti rendite di posizione. Ancora: una qualità sempre più declinante dei servizi pubblici essenziali (ferrovie, rete stradale, acquedotti, ospedali, scuole) da anni sottofinanziati.

E non basta: un forte aumento delle diseguaglianze sociali e territoriali nonché una denatalità che è la più alta del continente mentre, in aggiunta, un numero crescente di cittadini, giovani e anziani, lascia il Paese per stabilirsi altrove. Per finire, sono da anni a dir poco scoraggianti i dati sul rendimento scolastico dei giovani italiani, e — anche questo è un dato che conta — siamo un Paese che, non contento di annoverare già le città con le periferie tra le più brutte d’Europa, adesso corre anche il rischio di veder distrutti i suoi centri urbani di maggior prestigio, sommersi dalla marea devastatrice del turismo.

Da molti anni, insomma, l’Italia è un Paese che perde colpi ed è sempre più povero, anche se preferiamo tutti non dircelo. Ma chi, come chi scrive, appartiene alla generazione che si affacciò alla vita adulta negli anni ’60 del secolo scorso non può fare a meno di ricordare. E di stabilire un confronto. Di ricordare quell’Italia di allora: che cresceva, che costruiva, che produceva, che aveva fabbriche e pullulava di iniziative imprenditoriali. Un Paese che sprizzava intelligenza e desiderio di pensare e di fare cose nuove: dove si scrivevano libri, si facevano film, si scrivevano canzoni, si realizzavano programmi radiotelevisivi, destinati a restare.

Certo da allora è cambiato il mondo. Ma il mondo è cambiato per tutti, non solo per noi. E invece qualcosa c’è, mi pare, che è cambiata solo da noi e drammaticamente in peggio: la politica.
Soprattutto per un aspetto essenziale: la sua capacità di decidere, di intervenire nella società per cambiare le cose
. Abbiamo un disperato bisogno di decidere e di cambiare ma ce lo impedisce innanzi tutto una mostruosa piovra giuridico-amministrativa. I suoi tentacoli — migliaia di disposizioni precedenti, procedure labirintiche, valanghe di obbligatori pareri preliminari, continua possibilità di ricorsi, minutissimi regolamenti attuativi necessari per ogni cosa — fanno sì che passino sempre anni prima che un proposito o un’idea diventi un fatto. Prima che arrivi a prendere forma in un testo definitivo, la delibera di una qualunque autorità deve essere sottoposta a una mitragliata interminabile di «visto»: visto questo e poi visto quello e poi quell’altro ancora. Si può arrivare come niente a quaranta, cinquanta «visto». Ognuno dei quali significa a dir poco, un paio di settimane di tempo di attesa.

Mi domando se la presidente del Consiglio riesce a immaginare il consenso — che dico? la popolarità immensa — che otterrebbe se intervenisse in modo efficace e rapido — rapido: cioè non nominando una Commissione di studio — per almeno abbreviare il percorso entro questa specie di giungla normativo-procedurale. È vero che in Italia ogni cambiamento delle regole corre il rischio di un’iniziativa giudiziaria del tipo di quelle scatenate per il centro migranti in Albania o nel caso Almasri, ma c’è da sperare che anche certi magistrati si accorgeranno, prima o poi, che ogni loro iniziativa come quelle suddette equivale ad almeno centomila voti in più assicurati alla maggioranza.

Dunque sì: decidere, cambiare. Senza iattanza ma senza paura. Con intelligenza ma con la risolutezza necessaria a piegare i molti interessi costituiti. Con larghezza di vedute, pensando in grande, non temendo i traguardi ambiziosi che spesso, tra l’altro, più che un’ingente spesa richiedono un’approfondita conoscenza delle cose. Di questo abbiamo un disperato bisogno. I cittadini, presidente Meloni, questo si aspettano dalla politica, e molti ancora lo aspettano proprio da lei. Da lei che appartiene a una generazione la quale ha avuto la non felice sorte di ricevere in eredità un’Italia che dopo i giorni di una miracolosa rinascita si avviava a quello che invece è il suo triste declino attuale. E tuttavia, se lei decidesse di mettersi davvero su una strada diversa, se lei volesse e fosse capace di trovare le parole per dirlo ma non solo a quelli della sua parte, se lei volesse e sapesse chiamare a raccolta tutte le energie intorno a un grande progetto per la rinascita del Paese, difficilmente, sono sicuro, le sue parole resterebbero senza eco. Lei per prima, forse, sarebbe stupita della risposta ad esse.