«Il Campo largo? Alleanza senza un’idea del mondo»

e con partiti divisi al loro interno

Il filosofo: «Nel Pci e nella Dc si discuteva e poi si dava la linea, oggi no»

Maria Teresa Meli

«Il Campo largo? Un’alleanza senza un’idea del mondo». Massimo Cacciari va dritto al punto, come sempre. Sul centrosinistra non ha dubbi: il problema non è tattico, è di sostanza. Manca, dice, ciò che dovrebbe venire prima di ogni coalizione: un’idea.

Professor Cacciari, perché è così difficile costruire un’unità politico-strategica nel campo del centrosinistra, come ha dimostrato la risoluzione parlamentare di mercoledì scorso siglata solo da Pd, M5S e Avs?
«Perché è inevitabile che sia così. Un’unità politico-strategica non può nascere soltanto dal primum vivere. Il premio di maggioranza costringe a fare la coalizione, questo è ovvio, ma non si può pretendere che da un motivo così — sopravvivere elettoralmente — nasca un’alleanza strategica vera. Mi sembra evidente. Le coalizioni serie si costruiscono sulla base di analisi, di dibattiti, attraverso mozioni congressuali che stabiliscano modalità, termini e limiti dell’alleanza. E soprattutto nascono da partiti con un’organizzazione solida e gruppi dirigenti altrettanto solidi. Senza questo, non c’è coalizione che tenga».

E oggi, su questo fronte, cosa manca?
«Tutto. Sulle grandi questioni, in particolare quelle internazionali, non si è visto lo straccio di una discussione vera. Né in un partito né nell’altro».

Per la destra, però, la strada sembra più in discesa.
«Per la destra è più semplice: si sta con chi vince. Lo si è visto bene quando si trattava di scegliere tra Biden e Trump. Per la sinistra, per l’opposizione, il discorso è diverso: prima ancora di allearsi con altri, bisognerebbe aver maturato una propria visione sulle grandi questioni internazionali, e su quella costruire l’unità interna. Ma anche questo, semplicemente, non c’è».

Quindi il nodo non è solo l’intesa tra Pd e Movimento 5 Stelle?
«No, è più profondo. L’unità manca dentro il Partito democratico tanto quanto dentro il Movimento 5 Stelle. Parlo di quell’unità che nasce da un confronto, magari anche duro, al termine del quale la linea è quella di chi ha vinto quello scontro, ma che prima ha ascoltato le idee degli altri. Funzionava così nel Pci, funzionava così nella Dc: la linea politica si costruiva a partire da idee che si misuravano tra loro».

Un esempio di come accadeva allora?
«Nel Pci, sui grandi temi economici, c’erano le posizioni di Amendola e quelle di Ingrao: si arrivava al congresso e vinceva una linea o l’altra. Lo stesso accadeva sulle grandi questioni internazionali. Oggi, invece, non esiste alcuna analisi seria su cosa sia successo nel mondo negli ultimi trent’anni: nella ex Jugoslavia, nell’Europa orientale, in Medio Oriente. Nulla. Restano solo posizioni personali, anche rispettabili per carità, ma pur sempre individuali: non diventano mai discussione collettiva, tantomeno linea politica».

E quindi?
«Precipita tutto sul contingente. Chi facciamo segretario? Chi è il più fotogenico. Chi candidiamo premier? Come ci mettiamo d’accordo? Dobbiamo fare la coalizione, certo, ma su cosa? È chiaro che alla fine vince il primum vivere e la coalizione si fa comunque. Ma i nodi restano tutti lì, irrisolti, perché nessuno li affronta davvero».

E l’opinione pubblica come reagisce a tutto questo?
«Viene spinta a scegliere con gli stessi criteri con cui i gruppi dirigenti scelgono il leader: simpatia, fotogenia. Niente di più».

Non le pare una diagnosi piuttosto cupa?
«Non è pessimismo, è realismo puro. Le cose stanno così, e chi non vuole vederle può anche evitare di guardarle. Ma tutte le persone di un minimo di intelligenza, dentro il Partito democratico, lo sanno benissimo, e condividono quello che sostengo. Solo che non lo dicono. È una verità lapalissiana. Io mi posso permettere il lusso, del tutto inutile, di dirlo ad alta voce. Se me lo si chiede, rispondo quello che penso. Anche se, ormai, è tempo perso: il dibattito politico è ridotto a un derby tra tifosi dell’Inter e tifosi del Milan».