Il camerlengo apre la sede vacante e la Chiesa riparte dal punto zero

Soltanto elemosiniere e penitenziere mantengono gli incarichi nella fase di passaggio

Filippo Di Giacomo per

Papa dopo Papa, la Chiesa ogni volta riparte da un “punto zero” che scatta, inesorabile, quando il camerlengo di Santa Romana Chiesa dichiara la “sede vacante”. Un momento che, per secoli, è stato fortemente ritualizzato.

Fino alla morte di Papa Luciani, che regnò soltanto per un mese nel 1978, il rito iniziava quando il camerlengo con due protonotari apostolici si presentava davanti alle spoglie del defunto e, chiamandolo con il suo nome di battesimo, per tre volte batteva con un martelletto la fronte del cadavere inerte. Quindi dichiarava aperta la successione, spezzava “l’anello del Pescatore” (l’anello-sigillo che il Papa riceve durante la messa di inizio del suo pontificato), sigillava appartamento e ufficio del palazzo apostolico e convocava a Roma i componenti del collegio cardinalizio. Con Giovanni Paolo II il rito del martelletto è stato sostituito dal certificato di morte redatto dall’archiatra pontificio e controfirmato dal camerlengo e dai due protonotari. Terminata questa procedura viene dichiarata la sede vacante. Il punto zero comincia qui: nello stesso momento, ordina l’articolo 18 della Praedicate Evangelium, la costituzione apostolica con la quale nel 2022 papa Francesco ha tentato di riformare la curia romana, «tutti i capi delle istituzioni curiali e i membri decadono dall’incarico». Fanno eccezione il penitenziere e l’elemosiniere, cioè chi perdona e chi fa la carità, un’opzione molto bergogliana. I segretari, cioè i numeri due dei dicasteri, continuano a tenere aperti e funzionanti gli uffici per il disbrigo dell’ordinaria amministrazione ma, entro tre mesi, o vengono confermati del nuovo Pontefice oppure anche loro decadono.

Nell’apparente vuoto istituzionale causato dalla sede vacante, la Chiesa è governata collegialmente dai cardinali che risiedono oppure sono giunti a Roma per il conclave che, in due riunioni giornaliere (le congregazioni generali) una al mattino e una nel pomeriggio, decidono a maggioranza le questioni urgenti e quelle ordinarie.

La Chiesa è preparata ad affrontare due fattispecie di governo senza Papa: la sede vacante dovuta al decesso del Pontefice e quella provocata dalle sue dimissioni. Nel primo caso, anche se apparentemente ancora legata alla tradizione, la normativa è stata fortemente rimaneggiata da papa Francesco. Oltre alla Praedicate Evangelium nel 2024 ha promulgato il nuovo Ordo Exsequiarum Romani Pontificis, l’ordinamento per le esequie del romano Pontefice, che come tutti i libri liturgici, è introdotto da una parte normativa che ha valore di legge.

Tra le novità c’è che la constatazione di morte, sempre ad opera del camerlengo, non si svolgerà più nella camera del defunto, ma nella cappella del luogo dove il Papa ha abitato. Le spoglie saranno esposte alla venerazione dei fedeli nella bara, che sarà un feretro uguale a quello dei comuni mortali: zinco e legno. Prima, le bare erano tre: in cipresso, piombo e rovere. In realtà, le novità che faranno più discutere nelle nuove leggi liturgiche, e nei riti che le regolano, saranno gli appellativi rivolti al defunto: PapaEpiscopus e Pastor, Papa, vescovo (sottointeso, di Roma) e pastore. Gli altri titoli assunti dai suoi predecessori: Servo dei servi di Dio, Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Patriarca dell’Occidente figurano nell’annuario pontificio, sotto la rubrica “titoli storici” dove Papa Francesco li ha fatti relegare. Questa scelta sarebbe dovuta alla lodevole intenzione di dimostrare anche da morto, ha spiegato il maestro delle cerimonie Diego Ravelli, «che le esequie del Romano Pontefice sono quelle di un pastore e discepolo di Cristo e non di un potente di questo mondo».

Nella tradizione cattolica, i titoli di Vicario di Gesù Cristo e Successore del principe degli apostoli discendono direttamente dal Vangelo di Matteo 16,18 («Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa») ma non è sufficiente un’opzione ideologica, contraria ad un’interpretazione teologica che ha attraversato secoli e persecuzioni, per interpretare il Vangelo in un modo più estetico che dottrinale. Finché è stato nella pienezza del suo ministero, quando il 28 febbraio 2013 ha lasciato il Vaticano per raggiungere Castelgandolfo, Benedetto XVI ha seguito con la sua incrollabile, intelligente mitezza le regole della successione come prescritte dalle leggi canoniche, salvo quelle per l’accertamento della morte. Ha persino assistito alla rottura del suo “anello del pescatore”, che Papa Francesco sembra non aver mai portato al dito né usato come sigillo, e dato una sua interpretazione al canone che prevede le dimissioni del Pontefice.

Il secondo paragrafo del canone 332 recita: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti». In realtà, la dizione “debitamente manifestata” sembra una forzatura perché il testo latino dice rite manifestetur, secondo il rito, nel modo prescritto. Ha dato le dimissioni dopo aver riunito tutti i cardinali, cioè il corpo elettorale che lo aveva scelto, ritualizzando quell’unione fino ad allora considerata inconcepibile. Così facendo, ha rotto una tradizione che durava da quando Celestino III, ormai prossimo alla morte, avvenuta a fine 1197, aveva cercato di dimettersi. Innocenzo III, suo successore, nel discorso di inizio pontificato, invocando l’argomento dello spirituale coniugium, matrimonio, tra sommo pontefice e Chiesa di Roma, dichiarò indissolubile tale legame se non a causa di morte e quindi qualificò illecito il divorzio, cioè le dimissioni, sia se compiute volontariamente (renuntiatio), sia involontariamente (depositio). Se papa Francesco cambiando le regole è stato un innovatore, Papa Benedetto rispettandole lo è stato di più.

Il Conclave e i suoi equilibri: ecco chi sceglierà il nuovo Papa, dopo Francesco

Vengono da 65 Paesi, riflesso di una Chiesa globale sempre meno eurocentrica e occidentale. Su 138 elettori, 110 sono stati nominati da Bergoglio

Gian Guido Vecchi per

In un conclave gli schemi interpretativi, anche i più raffinati, ricordano ciò che diceva Wittgenstein alla fine del suo Tractatus: chi ha compreso le mie frasi le riconosce infine insensate, «egli deve, per così dire, gettare la scala dopo esservi salito».

Gli schemi servono a orientarsi ma non funzionano mai, o quasi: quando i cardinali entrano nella Sistina, salta tutto, anche gli scenari che essi stessi, alla vigilia, si erano prefigurati. Perché in fin dei conti non si tratta di stabilire, in astratto, se stavolta debba essere conservatore o progressista, se sia arrivato il turno di un africano o di un asiatico, se piuttosto non sia il caso di tornare agli italiani e così via. 

Mentre votano, gli elettori si rendono conto che stanno scegliendo una persona alla quale affideranno un potere assoluto, di diritto divino, che non ha eguali in nessun’altra istituzione del pianeta, l’uomo che in base al diritto canonico (331) avrà «potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa».

I numeri

Alla fine si sceglie una persona, non uno schema astratto. Altrimenti non si spiegherebbe come sia stato possibile che nel 2013 uno dei conclavi sulla carta più conservatori della storia recente, plasmato quasi per intero durante i pontificati di Giovanni Paolo II Benedetto XVI — quasi trentacinque anni di nomine cardinalizie — abbia potuto eleggere un prete «di strada» come il cardinale Bergoglio. Nel corso di dieci concistori, Francesco ha nominato l’80 per cento dei cardinali che sceglieranno il suo successore — non è strano, è il sistema che funziona così da secoli — ma questo non significa affatto che il successore sarà a sua immagine e somiglianza, anche perché i 110 elettori (su 138) nominati dal Papa argentino non sono affatto un gruppo omogeneo.

Di certo il conclave non è mai stato così vario e rappresentativo dell’intero pianeta: gli elettori provengono da 65 Paesi di tutti i continenti, riflesso di una Chiesa sempre più globale e rivolta al Sud del mondo e alle periferie, e sempre meno eurocentrica e occidentale. Certo gli europei continuano a rappresentare la maggioranza relativa (54), ma gli elettori dell’Asia (24), dell’America Latina (22), dell’Africa (18) e pure dell’Oceania (4),  risulteranno determinanti quanto i cardinali del Vecchio Continente e quelli dell’America del Nord (16). Del resto anche i gruppi continentali e o nazionali non sono omogenei e ad esempio tra i 10 cardinali degli Stati Uniti, espressione della Chiesa in questi anni più critica del pontificato, nel frattempo 6 sono stati nominati da Francesco. Il Paese con più elettori resta l’Italia, con 17 cardinali che in realtà sono 19 considerando il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e il prefetto apostolico in Mongolia Giorgio Marengo.

L’unità

E allora? Allora si tratta di guardare alle persone e considerare le questioni che gli elettori discuteranno nelle Congregazioni generali che precedono il conclave. Molti dei cardinali non si conoscono tra di loro, o si sono visti solo poche volte. E in tanti, tra i diretti interessati, sono d’accordo nel ritenere che la questione principale sarà l’«unità» della Chiesa.

 Francesco è stato per certi versi rivoluzionario, ci sono state resistenze e contrapposizioni, c’è chi ne ha contestato il piglio «autoritario». C’è il bisogno di calmare gli animi con una figura che rassicuri. Così, tra i «papabili», il nome che da tempo ricorre più spesso è quello del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, 70 anni, grande diplomatico conosciuto da tutti gli elettori, l’artefice dell’accordo con la Cina sui vescovi che è stato un fedele collaboratore di Bergoglio e insieme è intervenuto a smussarne le asprezze quando alcune dichiarazioni, dall’Ucraina a Gaza, minacciavano di creare imbarazzi e polemiche.

Del resto, se il problema è mantenersi uniti, l’esperienza secolare degli italiani può aiutare. Un altro nome conosciuto e stimato è quello del cardinale Matteo Zuppi, 69 anni, scelto da Bergoglio come inviato di pace per l’Ucraina

Il terzo papabile italiano è Pierbattista Pizzaballa, 59 anni, il patriarca di Gerusalemme che è da anni una figura fondamentale di equilibrio nell’area più difficile del pianeta. 

Tra i cosiddetti conservatori, il candidato più accreditato è Péter Erd, 73 anni, arcivescovo di Budapest, creato cardinale da Wojtyla, un teologo e canonista che ha già partecipato a due conclavi. In Europa si fa anche il nome del vescovo di Stoccolma Anders Arborelius, 75 anni, battezzato nella comunità luterana e convertito al cattolicesimo a vent’anni. Un’altra figura emergente, dal profilo più progressista, è l’arcivescovo di Marsiglia Jean-Marc Aveline, 66 anni.

Fuori dall’Europa

In Africa si è affermato il carisma del cardinale Fridolin Ambongo, 65 anni, arcivescovo di Kinshasa, che vive la situazione tragica del Congo e insieme ha rappresentato la rivolta dei vescovi del continente contro le aperture vaticane sulla benedizioni alle coppie gay.

Tra gli americani i nomi sono quelli dei cardinali Blase Cupich, 75 anni, arcivescovo di Chicago, e di Joseph W. Tobin, 72 anni, arcivescovo di Newark, che hanno sfidato Trump a difesa dei migranti. 

Restano forti, infine, i candidati asiatici: a partire dal cardinale Luis Antonio Tagle, 67 anni, filippino di madre cinese, già considerato nel conclave precedente, che starebbe a Oriente e Cina come Wojtyla all’Est Europa. Da tenere d’occhio anche il cardinale sudcoreano Lazarus You Heung-sik, 73 anni, prefetto del Dicastero vaticano per il clero.

I cardinali papabili per il dopo Francesco: le ipotesi e tutti i nomi dall’Italia e dal mondo

Le figure di cui si parla in vista del prossimo Conclave: nei loro profili le sfide a guerre, denutrizione, discriminazioni dei migranti. Ma anche istanze più conservatrici

Gian Guido Vecchi per

Tre italiani, tutti con grande esperienza all’estero e provate capacità di mediazione nelle aree più critiche del pianeta, e gli altri nove cardinali dal mondo ritenuti più vicini al soglio pontificio.

ITALIA- Pietro Parolin: il diplomatico che ha fatto pace con la Cina

Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, è nato il 17 gennaio 1955 a Schiavon, nel Vicentino. La madre è maestra elementare; il padre, che ha un negozio di ferramenta e vende macchine agricole, muore quando Pietro ha dieci anni. A 14 anni entra nel seminario di Vicenza e dopo la maturità classica continua gli studi di filosofia e teologia. Nel 1980 è ordinato sacerdote. Nel 1983 entra alla pontificia Accademia ecclesiastica e nel 1986 si laurea in diritto canonico alla Gregoriana. Entra nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986: è in Nigeria fino al 1989, in Messico dal 1989 al 1992, e poi nella sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, della quale diviene sottosegretario nel 2002 per sette anni. Nel 2009 diventa nunzio in Venezuela finché Francesco nel 2013 lo nomina suo Segretario di Stato e lo crea cardinale nel 2014. Esperto in particolare di Medio Oriente e di Asiaè l’artefice dell’accordo storico tra Santa Sede e Cina per la nomina dei vescovi sottoscritto il 22 settembre 2018.

ITALIA – Matteo Zuppi: da Sant’Egidio alla guida della Cei passando per Kiev e Mosca

Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, è nato a Roma l’11 ottobre 1955. Nel 1973, studente al liceo classico Virgilio di Roma, inizia a frequentare la comunità di Sant’Egidio. A ventidue anni, dopo la laurea in Lettere e filosofia alla Sapienza, entra in seminario e consegue il baccellierato in Teologia alla Lateranense. Nel 1981 è ordinato sacerdote. Dal 2000 è stato per dieci anni parroco di Santa Maria in Trastevere. Ha una esperienza vasta di mediazioni, maturata con Sant’Egidio: gli accordi di pace in Mozambico del ’92, il Guatemala a metà degli anni Novanta, la collaborazione con Nelson Mandela per il cessate il fuoco in Burundi, nel 2003. Nel 2012 è nominato da Benedetto XVI vescovo ausiliare di Roma, nel 2015 arcivescovo di Bologna da Francesco, che lo crea cardinale nel 2019 e lo sceglie come presidente dei vescovi nel 2022. Nel 2023, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è inviato del Papa per una missione di pace che lo porta a Kiev, Mosca, Washington e Pechino.

ITALIA – Pierbattista Pizzaballa: il patriarca di Gerusalemme che parla a ebrei e palestinesi

Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, è nato a Cologno al Serio (Bg) il 21 aprile 1965. Dopo le medie nel seminario minore di Rimini e la maturità classica nel seminario arcivescovile di Ferrara, nel 1984 è entrato nell’ordine dei frati minori francescani ed è stato ordinato sacerdote nel 1990, quando si è trasferito a Gerusalemme. Completati gli studi filosofici e teologici, ha conseguito la Licenza in Teologia biblica allo Studium Biblicum Franciscanum. Nel 1995, ha curato la pubblicazione del Messale romano in lingua ebraica. È stato vicario del patriarca per le comunità cattoliche di lingua ebraica in Israele. Nel 2004 è diventato Custode di Terra Santa e lo è rimasto fino al 2016, quando Francesco lo ha nominato amministratore apostolico del patriarcato e infine, nel 2020, patriarca di Gerusalemme, creandolo cardinale nel 2023. È una delle voci più ascoltate in Terra Santa, figura di mediazione ed equilibrio anche nelle fasi più acute del conflitto israelo-palestinese. 

CONGO – Fridolin Ambongo Besungu: il pastore d’anime di Kinshasa contro l’apertura alle coppie omosex

Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa, nella Repubblica democratica del Congo, è nato il 24 gennaio 1960 a Boto, nella diocesi di Molegbe. Ha studiato filosofia nel seminario di Bwamanda e teologia presso l’Istituto Saint Eugène de Mazeod della capitale. Frate minore cappuccino dal 1981 e sacerdote dal 1988, ha studiato anche a Roma, presso l’Accademia Alfonsiana, e conseguito la laurea in Teologia morale, materia che ha insegnato all’università cattolica di Kinshasa. Benedetto XVI lo ha nominato vescovo di Bokungu-Ikela, nella provincia nord-occidentale dell’Equatore, nel 2004. Francesco lo ha scelto nel 2016 come arcivescovo di Mbadanka-Bikoro e due anni più tardi arcivescovo della capitale. Cardinale nel 2019, ha svolto un ruolo di primo piano nella ricerca di una soluzione ai conflitti interni al Congo. Dal 2023 è presidente dei vescovi africani e ha guidato la contestazione alla dichiarazione Fiducia Supplicans con la quale il Vaticano ha aperto alla benedizione di coppie omosessuali.

USA- Blase Joseph Cupich: la sfida a Trump

Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago, Usa, è nato il 19 marzo 1949 a Omaha, nel Nebraska. Dopo il baccalaureato in filosofia nel 1971, in Minnesota, ha studiato a Roma conseguendo il baccalaureato in teologia nel 1974 e il master in teologia nel 1975 alla Gregoriana, fino a completare gli studi alla Catholic University of America di Washington con la laurea in teologia fondamentale nel 1979. È stato vescovo di Rapid City (Sud Dakota) dal 1998 e, dal 2010, di Spokane (Washington), dove ha rilanciato la chiesa locale dopo lo scandalo degli abusi. Francesco lo ha nominato arcivescovo di Chicago alla fine del 2014 e cardinale nel 2016. Alla vigilia dell’insediamento di Trump, la sua voce si è levata a difesa dei migranti: «Si deve sapere che ci opporremo a qualsiasi piano che preveda la deportazione di massa dei cittadini statunitensi nati da genitori privi di documenti. Ci opporremmo anche a tutti gli sforzi dell’Immigration and Customs Enforcement e di altre agenzie governative di entrare nei luoghi di culto per attività di controllo».

USA- Joseph William Tobin: «Non permettiamo le deportazioni di massa di bimbi e famiglie»

Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, Usa, è nato a Detroit il 3 maggio 1952 in una fa-miglia di origine irlandese, primo di 13 figli. Fin dalle elementari ha studiato nelle scuole dei redentoristi ed è entrato nella congregazione nel 1973. Conseguito il baccalaureato in filosofia e un master in teologia pa-storale, è divenuto sacerdote nel 1978. Dopo varie esperienze come parroco e vicario episcopale, nel 1991 si è trasferito a Roma dove è stato nominato consultore generale della sua congregazione, della quale è stato eletto superiore generale nel 1997. Ha guidato i redentoristi fino al 2009 e l’anno successivo Benedet-to XVI lo ha scelto come segretario del dicastero per la vita consacrata. Nel 2010 è stato nominato arcivescovo di Indianapolis. Nel 2016 Francesco lo ha creato cardinale e scelto come arcivescovo di Newark. «Profondamente preoccupato per il potenziale impatto delle deportazioni di massa su bambini e famiglie», dopo la rielezione di Trump ha suggerito quattro azioni per mostrare vicinanza agli immigrati: incontro, accompagnamento, preghiera e difesa.

UNGHERIA – Péter Erdö: l’arcivescovo di Budapest candidato dei conservatori

Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest, è nato a Budapest il 25 giugno 1952, primo di sei figli in una famiglia di intellettuali cattolici. Sacerdote dal 1975, dopo il dottorato in teologia ha studiato a Roma e conseguito la laurea in diritto canonico alla Lateranense nel 1980. Autore di 250 saggi nell’ambito del diritto canonico e della storia medievale del diritto canonico, ha una lunga esperienza accademica: fin dal 1986 ha insegnato Teologia a Esztergom, dal 1986 al 1988 è stato professore incaricato e fino al 2002 professore invitato alla Gregoriana. Dal 1988 al 2002 ha insegnato diritto canonico e dal 1998 al 2003 è divenuto rettore dell’università cattolica Péter Pázmány di Budapest. Alla fine del 2002 viene nominato arcivescovo di Budapest da Giovanni Paolo II, che l’anno successivo lo crea cardinale. Dal 2006 al 2016 è stato presidente del consiglio delle conferenze episcopali europee. Formato alla scuola della rivista Communio fondata da Joseph Ratzinger, è considerato il candidato di punta dei conservatori.

SVEZIA – Anders Arborelius: il carmelitano venuto dal Paese più secolarizzato d’Europa

Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma, Svezia, è nato il 24 settembre 1949 a Sorengo, piccolo centro del Canton Ticino, da genitori svedesi ed è cresciuto in Svezia, a Lund. Nato in una famiglia protestante e battezzato nella fede luterana, ha scelto di entrare nella Chiesa cattolica a vent’anni. Nel 1971 è entrato nell’ordine dei carmelitani scalzi, influenzato dalla Storia di un’anima di santa Teresa di Lisieux. È il primo vescovo cattolico di origine svedese dai tempi della riforma luterana e primo cardinale dei Paesi nordici europei. Oltre a una laurea in lingue moderne, ha studiato teologia a Bruges e si è perfezionato al Teresianum di Roma. Dopo vent’anni di vita monastica, nel 1998 Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo di Stoccolma. Francesco lo ha creato cardinale nel 2017. La sua priorità «nel Paese più secolarizzato in Europa» è cercare nuove strade per «essere Chiesa in una situazione minoritaria, proclamare il Vangelo e aiutare i fedeli a crescere nella santità anche in un ambiente come il nostro».

FRANCIA – Jean-Marc Aveline: Il teologo di Marsiglia nato in un’oasi del Sahara algerino

Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia (Francia), è nato il 26 dicembre 1958 a Sidi Bel Abbès, nella diocesi algerina di Oran. È un «pied noir», uno dei francesi d’Algeria rimpatriati nel 1962 al termine della guerra: aveva quattro anni quando lasciò il Paese nel quale le famiglie dei suoi genitori vivevano da quattro generazioni, fin dall’Ottocento. I genitori vivevano in un’oasi vicino al confine con il Marocco, prossimi all’inizio del deserto del Sahara, dove era stato mandato a lavorare il padre ferroviere. Dopo il liceo Thiers di Marsiglia, dove la famiglia si era infine stabilita, nel 1977 è entrato nel seminario di Avignone e poi nel seminario carmelitano di Parigi, fino a ottenere il dottorato in teologia all’Institut Catholique e una licenza in filosofia alla Sorbona. Ordinato sacerdote nel 1984, ha insegnato a lungo teologia a Marsiglia e Lione. Vicario generale del 2007, nel 2013 è diventato vescovo ausiliare di Marsiglia della quale, nel 2019, è stato nominato arcivescovo. Nel 2022 Francesco lo ha creato cardinale.

FILIPPINE – Luis Antonio Gokim Tagle: Papa Francesco gli ha confidato: è l’Asia il futuro della Chiesa

Luis Antonio Gokim Tagle, proprefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, è nato a Manila (Filippine) il 21 giugno 1957. Di madre cinese, è stato in questi anni una figura chiave della Chiesa nel dialogo sottotraccia con Pechino. Dopo il diploma, è entrato nel Saint Jose Seminary di Manila, diretto dai gesuiti, ha studiato filosofia presso la Manila University e la Loyola School della capitale e teologia alla Catholic University of America di Washington, fino al dottorato nel 1991. Dopo anni di insegnamento, nel 2001 Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo di Imus. Dieci anni più tardi Benedetto XVI lo ha scelto come arcivescovo di Manila, nel 2012 lo ha creato cardinale. Nel 2015 Francesco lo ha nominato presidente di Caritas Internationalis e quattro anni più tardi prefetto di Propaganda Fide: con la soppressione della congregazione, è diventato pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione guidato dal Papa. Fu a lui che Francesco, durante il viaggio nelle Filippine, confidò: «L’Asia è il futuro della Chiesa».

COREA DEL SUD – Lazzaro You Heung-sik: il focolarino che ha provato a far dialogare le due Coree

Lazzaro You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero, è nato il 17 novembre nel 1951 a Nonsan-gun Chungnam (Corea del Sud). Si è battezzato quando aveva sedici anni. Ha studiato filosofia e teologia all’università cattolica di Seul — studi interrotti tra il 1972 e il 1974 per il servizio militare obbligatorio — e nel 1976 si è trasferito a Roma dove ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1979 e ha conseguito il dottorato in teologia morale alla Lateranense nel 1983. Sacerdote nella diocesi di Daejeon, dove è stato tra l’altro professore e rettore nel Seminario maggiore, nel 2005 ne è diventato vescovo. È stato a capo del Comitato per la Pace della Conferenza episcopale coreana e si è recato quattro volte nella Corea del Nord nella ricerca difficile di dialogo e di riconciliazione tra i due Paesi. Fa parte del movimento dei Focolarini. Nel 2021 Francesco lo ha nominato prefetto della congregazione per il Clero, divenuto poi dicastero dopo la riforma della curia romana, e lo ha infine creato cardinale l’anno successivo.

SPAGNA – Juan José Omella Omella: il missionario impegnato contro la fame

Juan José Omella Omella, arcivescovo di Barcelona (Spagna), è nato a Cretas, nell’arcidiocesi di Zaragoza, il 21 aprile 1946. Ha studiato nel seminario di Saragozza e nei centri di formazione dei padri bianchi, i «missionari d’Africa», a Lovanio e a Gerusalemme, e ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1970. Tra l’altro è stato missionario nell’allora Zaire, l’attuale Repubblica democratica del Congo. Nel 1996 è stato nominato vescovo titolare di Sasabe con l’incarico di ausiliare di Saragozza, tre anni più tardi è passato alla guida della diocesi di Barbastro-Monzón, nel 2004 è divenuto pastore di Calahorra y La Calzada-Logroño. Da sempre impegnato nella solidarietà, dal 1999 al 2015 è stato consigliere nazionale di Manos unidas, l’organizzazione caritativa della Chiesa in Spagna per la lotta alla fame. Alla fine del 2015 è stato nominato da Francesco arcivescovo di Barcellona, per divenire poi cardinale due anni più tardi. Dal 3 marzo 2020 è presidente della conferenza episcopale spagnola.