Il bacio di Magritte: Gli amanti

René Magritte, «Gli amanti», 1928

Il bacio di Magritte, gli amanti al concerto dei Coldplay e una domanda: perché abbiamo ucciso il mistero?

L’opera rivela (con spietatezza) l’assurdità del periodo che stiamo vivendo

Quando è nato il caso degli amanti scoperti con la kiss cam al concerto dei Coldplay qualcuno di voi lo avrà ironicamente pensato: gli innamorati clandestini («illegitimate», per dirla con Chris Martin) dovrebbero apparire in pubblico e baciarsi con il volto coperto, come nel celebre «The Lovers» di René Magritte, oggi una delle opere più famose del MoMA di New York. Lui, Ceo di un colosso tecnologico e lei, a capo delle risorse umane della stessa azienda, ci hanno rimesso (per ora) il posto, senza contare la gogna universale nel tribunale dei social network. Paradosso: l’opera dell’artista belga è, invece, un invito all’enigma e all’oscurità, partendo dal presupposto che una comunicazione amorosa troppo scoperta è impossibile, se non pericolosa. 

Ecco perché quest’opera del 1928 — ancora oggi una delle più riprodotte al mondo — sottolinea con ferocia l’assurdità del periodo storico che stiamo vivendo. Magritte realizzò quest’olio su tela un po’ prima della svolta che avrebbe cambiato la sua vita artistica, all’affaccio degli Anni Trenta. L’influenza del movimento surrealista «ufficiale», quello guidato da André Breton, era ancora forte e la sua ricerca pittorica si incanalava nella raffigurazione onirica, sconfinava nell’assurdo e nella qualità spiazzante della scena. Come per esempio, ne «L’assassino minacciato» (anche questo oggi al MoMA): nel luogo di un delitto il presunto omicida se ne sta tranquillo con una mano in tasca mentre armeggia con un grammofono come se niente fosse. È il Magritte più convenzionalmente surrealista, sospeso tra la seduzione delle pose classiche (nostalgie d’accademia) e la piena libertà associativa predicata da Breton. 

«L’assassino minacciato», 1927

Ma è proprio con «Gli Amanti» che in quell’anno l’artista comincia a esplorare qualcosa di più originale. Il punto di partenza è sempre l’enigma (un uomo e una donna che si baciano con il volto coperto da un velo), ma affiora un tema che poi diventerà centrale nel Magritte più maturo, quello che preparerà la strada all’arte concettuale: l’incomunicabilità. «C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra», scrisse lui stesso a proposito di questo quadro. E così, uomo solo in apparenza borghese e provinciale, Magritte colse la piroetta più clamorosa della modernità novecentesca, la chiave che ancora oggi fa girare le nostre vite: l’ossessione per la parola, per la comunicazione, per la didascalia, per il fact checking. Nello stesso anno dipinse quello che ancora oggi è la forse la sua opera più famosa, «Il tradimento delle immagini» («Ceci n’est pas une pipe»), con l’oggetto e, accanto, la sua negazione in termini verbali. 

«Il tradimento delle immagini», 1928

L’idea di fondo è tanto semplice quanto brillante: non si può fumare questa pipa, perché non è una pipa ma solo la sua rappresentazione. Un nuovo solco che qualche anno dopo, lo porterà a sconfinare in un terreno concettuale tanto nuovo quanto rivoluzionario: il limite tra verità e illusione, tra quello che «appare» e quello che «è». Intuendo così — da artista — che tutto si stava pericolosamente spostando sul crinale dell’apparire: la pubblicità, la fotografia e la sua ambizione di riprodurre la realtà, la propaganda, la nascita del divismo, l’industria del gossip. Nel 1933, quando in Germania Adolf Hitler divenne cancelliere, Magritte dipinse «La condizione umana», oggi conservato nella National Gallery di Washington: c’è una finestra aperta su uno scenario naturale e, al centro, un quadro che raffigura una porzione di quella realtà bucolica. Il limite tra quadro e realtà è molto labile, si percepisce solo ad uno sguardo attento, ma quello che Magritte cerca di dirci è che le due immagini (quella reale e quella figurata) vivono contemporaneamente in chi sta guardando. Quindi non possediamo un solo sguardo, ma più di uno: quello che recepisce il reale, quello che interpreta il reale, quello che giudica, quello che si emoziona e così via. 

«La condizione umana», 1933

Grazie a queste intuizioni, Magritte diventa così un acuto interprete del Novecento, il secolo che ha sancito la simultaneità delle cose: siamo, al tempo stesso, parte conscia e parte inconscia, atomi ed energia, atei e mistici. E, appena un anno prima, era stato pubblicato un romanzo che aggiungeva un ulteriore tassello: «Il mondo nuovo» di Aldous Huxley, una distopia che metteva in guardia sull’uso delle tecnologie, sul potere della tecnica e sul rischio di diventare strumenti umani al servizio di un’élite. Sono trascorsi (molto velocemente) ben quasi 90 anni e oggi ci ritroviamo nella cronaca: una coppia non ufficiale va a un concerto, viene inquadrata da una videocamera che ingrandisce gli attimi romantici, immediatamente i due vengono scansionati da un raffinato sistema che permette di risalire alle nostre vite da una semplice immagine e poi contro di loro si scatena tutto l’oscurantismo che può nascere da una «società a una dimensione», cioè dove nulla può essere lasciato nel mistero e nell’oscurità perché ogni cosa deve avere un nome, un numero, una spiegazione, un giudizio. Ogni cosa non viene «vissuta» ma «commentata», sottoposta al rituale primitivo del «mi piace» o «non mi piace». «Gli amanti» di Magritte sono l’opposto: in ogni cosa c’è un mistero, l’amore stesso è il mistero più profondo e sacro. Ma non c’è più spazio per questo in una società pornografica, dove il privato non è che territorio di saccheggio in nome della «trasparenza». Per fortuna che da qualche parte ci sono ancora due amanti felici nel loro bacio velato, nascosto, protetto dalle kiss cam.

Roberta Scorranese