ANTONIO POLITO
Giovanni Minoli crede nella vita eterna. Dice che per lui “la morte è solo un esame di maturità”. Addirittura?
«Bé sì, però l’esame di maturità dei miei tempi: una prova quasi impossibile, bisognava portare tutto il programma di tutti e tre gli anni del liceo per tutte le materie. Era l’incubo della nostra età. Sapevamo che, comunque fosse andata, sarebbe stata la fine. La fine della nostra vita fin lì. E però sapevamo anche che, oltre quella morte, c’era un’altra vita. La vita degli adulti. Nuova e magnifica. Soprattutto di durata infinita, almeno dal punto di vista di chi aveva solo 17 anni alle spalle. Avevamo conosciuto tanti che prima di noi ce l’avevano fatta, e si godevano l’ “eternità”. I corsi di studio, nella loro varietà (classico, scientifico, alberghiero, nautico, ragioneria…) erano un po’ come le religioni con le loro differenti promesse di vita eterna (resurrezione dei corpi, reincarnazione, nirvana, paradiso islamico): ognuno offriva una sua speciale forma di immortalità. Credo che sia una buona metafora del rapporto tra finito e infinito, qualcosa che possano capire tutti. Io almeno, avendo raggiunto gli ottant’anni, sento che le cose stanno proprio così. Sta finendo questo piccolo pezzetto di vita che ho fin qui vissuto, niente più che una adolescenza rispetto all’infinito che mi aspetta. E so che altrimenti non avrebbe avuto senso aver passato questi anni a prepararmi per l’infinito, come noi ci preparavamo per la maturità nella certezza che ci avrebbe aperto le porte di una nuova vita. La vita che finisce ha senso solo rispetto a una vita eterna che non finisce».
Per questo hai detto: “Scommetto sull’aldilà”?
«Esatto. Proprio come scommettevo sulla promozione alla maturità. Ho paura, certo, della morte: ma so che c’è chi ce l’ha fatta a sconfiggerla».
E come è il tuo livello di preparazione per l’esame finale della vita? Hai fatto tutto ciò che dovevi per superarlo?
«Penso di sì: ho cercato di vivere con la coscienza a posto».
Vediamo, gli dico. E faccio a Minoli il test dei tre pilastri di una buona vita.
Prima domanda. Hai amato abbastanza?
«Mai abbastanza. Ma ho amato tanto, l’amore è stata la stella polare della mia esistenza».
Nel senso che hai amato il prossimo?
«Il prossimo più prossimo a me, con ardore: i familiari, i parenti, gli amici, chi ha lavorato con me».
Seconda domanda: hai conosciuto la bellezza?
«Sono stato fortunato, nonostante i molti dolori ho conosciuto fino in fondo la bellezza dei rapporti umani, che si esprime nella gratuità dei gesti».
Terza e ultima domanda: hai cercato la verità?
«In continuazione. Del resto, ho avuto grandi maestri spirituali sulla via della verità, da perseguire con gli atti e la preghiera».
Mi par di capire che Minoli, beato lui, si auto assolva…
«Ma neanche per sogno. Io sono un ottimo peccatore, e so di avere ancora un sacco di conti aperti che non ho regolato. Questi ottant’anni però a qualcosa devono essere serviti: altrimenti sarebbe inutile il libero arbitrio».



Si è definito un “aspirante cristiano”: perché solo aspirante?
«Perché è tosto dire che lo sono, diventare un cristiano davvero è la cosa più difficile di questo mondo, seguire il modello di Cristo è una sfida quasi sovrumana. Eppure, è stato per tutta la vita il mio mantra, e la mia fantasia. Da ragazzo scrissi un romanzo, una classica prova adolescenziale (e qui tira fuori un quadernetto rilegato in pelle rossa e tutto vergato a mano, con una grafia decisamente infantile, ndr). Ecco, a un certo punto parlavo di questa mia ossessiva ricerca di Cristo, e di quanta fatica facessi a trovarlo. Allora mio padre, che era pure il mio più grande amico e la mia guida spirituale, un fervente cattolico, uno degli autori dello “schema 13” del Concilio Vaticano II, abbiamo ancora a casa le lettere di Paolo VI che lo ringrazia, fece un’annotazione a margine del mio testo. Eccola».
Me la mostra e me la legge.
«Vorresti trovarlo per possederlo e invece sei tu che devi accettare di essere posseduto da lui. E allora, a poco a poco, come lui sa e vuole, si rivelerà… Aveva visto la mia superbia. Oggi la penso come uno slogan del Maggio francese: siate realisti, chiedete l’impossibile. Perché l’impossibile succede».
Minoli ha avuto un’esperienza del genere che viene definito “Near Death Experience”: cioè una “quasi morte”. Un po’ di anni fa un infarto lo costrinse a un lungo e complicato intervento al cuore, gli tolsero un tratto della vena safena per costruire i by pass coronarici di cui aveva bisogno. Dice però di non ricordare quasi nulla, nemmeno il dolore.
«Un medico che era presente al Gemelli, un mio parente, mi ha poi detto di non aver visto mai un moribondo così indifferente a quello che gli accadeva intorno».
In compenso ha avuto una premonizione di morte alquanto impressionante.
«In quel romanzo di cui ti ho detto avevo previsto la morte di mio padre in un incidente stradale, più o meno come è poi avvenuta nel 1972, quando avevo solo 17 anni. Lui era un giurista di valore, l’architetto dell’arbitrato internazionale, una tecnica e un metodo che sarebbero utili oggi anche nei conflitti politici, oltre che negli affari e nei commerci. Tornava dal Perù, e a Roma prese la sua 127 per raggiungerci a Punta Ala, dove avevamo e abbiamo una casa al mare. Un autotreno che faceva inversione a U sull’Aurelia gli fu fatale».
Faccio notare a Minoli che ha gli stessi anni del dopoguerra: è nato un mese dopo la Liberazione.
«E pensa che ancora nell’utero di mia mamma mi sono subito trovato tra la vita e la morte. Mia madre infatti mise il pancione davanti al corpo di un nostro parente fascista che i partigiani volevano fucilare; il tempo necessario perché mio padre riuscisse a procurarsi un lasciapassare anche per lui. Gli salvò la vita».



Nato agli albori del “baby boom”, lei appartiene perciò alla generazione che ha conosciuto il periodo di pace più lungo della storia europea.
«Vero, perché anche se la terza guerra mondiale è in corso da tempo, finora è stata a pezzi, come ha detto Francesco, e non ci ha direttamente coinvolto. Mi angoscia molto il pensiero del momento in cui lo farà. Mi angoscia per i miei nipoti. In questo senso l’arrivo di Trump una cosa buona almeno l’ha prodotta: ha costretto tutti a gettare la maschera. Rischia perfino di costringere finalmente l’Europa a nascere. Con la sua violenza mercantile, Trump agisce quasi come un forcipe della storia, per riprendere un modo di dire tipico dei marxisti. Solo che degli americani non ti puoi fidare, perché pretendono sempre di scovare l’americanino che pensano sia dentro ciascuno di noi, di qualunque parte del mondo sia: leggono la realtà con i loro occhi, non sempre intelligenti. D’altra parte, se ci pensi, hanno perso tutte le guerre, con l’eccezione della Seconda guerra mondiale che però hanno vinto Churchill e Stalin, loro hanno solo dato i mezzi. Non dico a Cuba, ma neanche a Grenada riuscirono a sbarcare».
Invece gli altri…
«L’ipocrisia è tipica dei politici. Quando intervistai Netanyahu nel 1988, a quel tempo era ancora ambasciatore di Israele all’Onu, lui mi disse di essere per la soluzione dei “due Stati”, e poi l’ha distrutta deliberatamente con la sua politica (guardate l’intervista, senza sconti, tornata in questi giorni su RaiPlay, ndr). Gheddafi invece mi colpì per lucidità. Mi disse: attenzione alla Turchia, non fatela entrare in Europa, sarà il cavallo di Troia del fondamentalismo islamico. Penso che se fossero ancora vivi, lui e Mandela, che tra l’altro erano molto amici, le cose oggi andrebbero meglio in Africa».
Del suo passato craxiano, Minoli ha conservato un forte spirito terzomondista e filo-arabo. Ovviamente è consapevole di portare il nome di un personaggio del nostro Risorgimento, poi reso immortale nel libro “Cuore” di De Amicis: la “piccola vedetta lombarda” che i soldati italiani fanno arrampicare su un alto pioppo per avvistare l’arrivo degli austriaci, e che viene ucciso dal fuoco nemico a soli 12 anni, si chiamava proprio come lui: Giovani Minoli.
«Magari siamo anche parenti. Il mio bisnonno, Ottavio Minoli, fu del resto un fiero massone, se lo fece scrivere anche sulla lapide. Modesto sarto torinese, finì col diventare una specie di Armani del suo tempo, diventò il sarto della regina nella Corte sabauda, e poi aprì atelier a Milano, a Palermo, e a Londra. Qui conobbe Mazzini, e s’invaghì delle sue idee e del suo ardore rivoluzionario. Finanziò generosamente le sue azioni, e a un certo punto, come Feltrinelli, passo all’azione egli stesso. Venne arrestato, e la leggenda dice che fu sua madre, bellissima donna, a intercedere per lui con successo presso il conte di Cavour, che la bellezza femminile la sapeva apprezzare. Poi in famiglia, lungo la linea di discendenza, c’è stata una conversione al cattolicesimo, nel caso di mio padre con caratteri quasi mistici. Nella borsa di pelle che portava con sé nel suo ultimo viaggio, c’era una cassetta audio in cui aveva inciso con la sua voce il racconto della sua evoluzione spirituale, dicendo a ogni figlio una cosa personale. Eugenio Minoli era stato tra i fondatori della rivista vicina a Giorgio La Pira, che fu testimone di nozze al mio matrimonio con Matilde Bernabei. Si chiamava Il nostro tempo, e ha fatto da palestra a molti giovani “giansenisti” torinesi. Si respirava un clima così moralista in casa mia (papà aveva scritto un libro su Savonarola) che quando sono arrivato a Roma la cosa che più mi sorprese fu la diffusa pratica dei biglietti omaggio per il teatro o lo stadio».
Sarà per questo che non hai voluto mai lavorare per le tv di Berlusconi?
«Lui è stato un grande. Insieme con mio suocero Bernabei i due Gramsci del sistema televisivo italiano. Uno ha reso protagonista il cittadino, l’altro il mercato. Berlusconi era intelligenza pura, un uomo fuori dal comune. Parlare con lui di televisione, poi, era davvero il massimo. Ma lo strapotere del conflitto di interesse mi ha portato, con dispiacere, a rifiutare sempre di lavorare con lui».
Nell’aldilà troverà anche la televisione?
«Ci troverò di sicuro il talk show, ma all’inferno. La sua è stata un’opera di vera e propria distruzione del significato e del valore delle parole. Che sono fatte certo anche per scontrarsi; ma innanzitutto per capirsi. Invece oggi in tv sono solo proiettili usati per uccidere. Tanto è vero che i politici, quelli che contano, hanno smesso di andare ai talk show, ormai è un ring per soli opinionisti. Sai che mi diceva Fanfani quando gli segnalavo qualche articolo di giornale? Io i giornali non li leggo, io li scrivo».
Appoggiata sul pavimento, accanto al tavolo dove siamo seduti, c’è un borsone pronto. Minoli sta partendo per un week end al mare, sempre a Punta Ala. Porta con sé due libri, e me li mostra. Il primo, dice, gliel’ho segnalato proprio io, ed è “La morte non esiste” di Stephane Allix. Il secondo gliel’ha suggerito la sua collaboratrice domestica rumena, si chiama “I visitatori dell’altro mondo”, di Jean Prieur, ed è una relazione di viaggio nell’aldilà. Si vede che si starà preparando per la maturità.

